Data di pubbl.: 2026
Traduttore: Raul Schenardi
Pagine: 608
Prezzo: € 22,50
Lo psicoanalista, saggista e filosofo statunitense James Hillman sosteneva che esistono luoghi al mondo così ‘intrisi di sangue’ da richiamarne ancora e ancora (Un terribile amore per la guerra, Adelphi, 2004). Di sicuro questo è il caso della Colombia e della sua terribile storia di guerre civili, di morti e desaparecidos, di dittature sanguinarie, di signori e cartelli della droga, di guerriglieri e paramilitari, di corruzione e miseria. Viene fatto di chiedersi se non sia per questo che uno dei massimi autori colombiani Gabriel Garcia Marquez abbia tradotto l’orrore in realismo magico nel suo Cent’anni di solitudine, libro peraltro citato in questo ultimo lavoro di Santiago Gamboa, insieme ad altri.
Siamo di fronte a un poliziesco? A un giallo classico o a un giallo metafisico? Ci si apre davanti un labirinto di specchi nei quali i personaggi, in particolar modo chi indaga, finiscono per riflettersi e perdersi? Non proprio, non fosse che persino l’autore fa la sua apparizione, diventa parte essenziale del racconto e non poche delle sue battute sono pregnanti e degne di essere ricordate.
Il libro è lungo, ma la storia, in fondo, è semplice per quanto perversa.
Nella verzura che circonda la sontuosa villa dei Londoño Richter – villa dove si sta svolgendo una rutilante festa pre natalizia – nella zona di La Calera sulle alture intorno a Bogotà vengono rinvenuti resti umani: due braccia e due gambe chirurgicamente amputate. A indagare è il procuratore per le indagini speciali Edilson Jutsiñamuy, vedovo solitario e ossessionato dal lavoro:
“Essendo dell’etnia indigena Huitoto, vale a dire un uomo della giungla, il procuratore sapeva dei miserabili villaggi sulla riva dei fiumi e del completo abbandono da parte dello Stato.” (p. 28)
Lo affiancano il fidato agente René Laiseca – imperdibili i dialoghi fra i due – con il suo secondo Cancino, e la giornalista d’inchiesta Julieta Lezama con la sua assistente Johana, ex guerrigliera delle FARC. Grande sorpresa quando si scopre che i resti non appartengono a un morto, ma a Marlon Jairo Mantilla che sta scontando 37 anni di prigione nel carcere de La Picota per femminicidio, droga e per aver fatto parte di gruppi paramilitari. Uno psicopatico ridotto a un tronco umano che oggi, come scoprirà Julieta, ha trovato la pace – si fa per dire! – nella fede in Cristo. Marlon da chi e perché è stato mutilato non ricorda nulla. Si conosce il luogo del misfatto avvenuto cinque anni prima: un magazzino agricolo a Guasca. Non passa molto che nel quartiere Villa del Prado venga fatto a pezzi e trovato nel bagno del suo appartamento un argentino, Carlos Merlinger. Ad avvertire la polizia una medium che abita sotto di lui. Ma la vera rivelazione la riceve Julieta nel corso di una telefonata di un collega al quale racconta in breve i casi che sta seguendo su richiesta del procuratore: questa storia, dice lui, l’ha già raccontata nel suo libro Ritorno alla buia valle lo scrittore Gamboa! Con lui Julieta si incontrerà nella vecchia villa che l’uomo abita, una villa piena di ricordi, libri, mobili e oggetti. Da lui apprenderà molto prima di ricevere una terribile notizia.
Molti i personaggi che compaiono da questo momento in poi, molti i racconti che s’intrecciano e profondo il marciume con il quale devono fare i conti il procuratore, Julieta e tutti coloro che li aiutano nell’indagine.
“…affinché il “bel paese” fosse reale, qualcuno doveva ficcare le mani nella merda, infilare fino al gomito le braccia nello sterco, perché è proprio quella malvagità che, per contrasto, fa risplendere il bene. L’uno non esiste senza l’altra.” ( p. 503)
Corruzione, come si diceva prima, ma non solo. In un Paese che ha tentato un faticoso processo di riappacificazione gli elementi deviati non mancano, come non mancano quelli che pescano nel torbido e si presentano sotto le mentite spoglie di protettori dei miserabili, degli indigeni, delle foreste amazzoniche. Come non mancano coloro che invece hanno scelto la via della violenza per ripulire il Paese dai malfattori.
Santiago Gamboa usa in modo sublime il ‘giallo’ come strumento di denuncia politica e sociale – le spaventose disparità di classe che estendono i loro tentacoli finanche nel trattamento carcerario; la mai sconfitta presenza di gruppi paramilitari che uccidono civili inermi, i ‘falsos positivos’, per intascare taglie governative.
E poi c’è Bogotà all’alba del Covid, annunciato nelle ultime pagine: la cacofonia dei clacson, il monossido di carbonio, il traffico inestricabile, il degrado e la miseria di tanti quartieri. E una pioggia infinita, gelida e battente che suona come un inno funebre, quasi una vendetta divina contro l’ingiustizia, il male e quel famoso passato che non smette mai di passare.


