A tu per tu con… David Riondino

David Riondino non ha bisogno di presentazioni, è un celebre cantautore, attore, regista e scrittore, comico italiano. Recentemente è uscito per Magazzini Salani un suo libro illustrato da Milo Manara intitolato “Il trombettiere”.

Perché ha scelto Giovanni Martini o John Martin? Che caratteristiche ha? Perché ha scelto di raccontare questa storia?

E’ un trombettiere, suonava la trombetta con il generale Caster; entra nell’esercito americano nel 1872, emigrante italiano, come “musician” ed è l’unico che si salva della strage. Questo mi ha fatto pensare che essendo io un suonatore di tromba, che cosa avrà suonato John Martin, nel 1876, questo analfabeta di ….che si trova ad emigrare? E scopri che lui dice di essere stato con Garibaldi, e poi scopri che dopo Caster andrà a Cuba nel 1898 come esercito americano… e muore nel 1922 a New York. Che musica ha ascoltato questo emigrante? Una specie di Forrest Gump della musica; che musica ha sentito in inglese, che musica ha sentito con Garibaldi, le musiche brasiliane; che musica ha sentito emigrando. Direi che Giovanni Martini è il nonno dei nostri jazzisti, la condizione per cui l’emigrazione come grande tragedia umana, ritorna come grande ricchezza artistica, è il milite ignoto della musica… E’ una condizione che c’è sempre stata, perché il musicista, magari non sa scrivere la musica, ma ha una raffinatezza di espressione o un registro molto ampio di conoscenza. La nostra sensibilità musicale deriva da quel tipo di esperienza, non dall’accademia. In ognuno dei sei capitoli ho raccontato la storia, tra un incontro sentimentale e un’avventura che fa si che si colleghi ai capitoli successivi.

Perché questa storia è quasi vera e perché in ballate?

E’ scritta tutta in versetti, in decime, perché quando si scrive il romanzo storico bisogna capire in che rapporto si trovano i dati e la fantasia; io ho fatto un’operazione molto semplice: ho messo i dati oggettivi all’inizio del capitolo, in due paginette, dove era veramente lui e via dicendo. Mi sono divertito ad immaginare i racconti sentimentali e le avventure picaresche come se fossero una lunga ballata, un libretto d’opera, un poemetto, dando quindi all’elemento sentimentale immaginativo, la dimensione fantastica… e’ come una novella, un racconto fantastico, come una fiaba. Nella dimensione della fiaba, legata poi alla musica, sta bene raccontare cose che non si possono poi provare, perché non sono immediate. A me piacciono quelle tradizione legate alla versificazione: ce ne sono molti in Italia, ma tanti anche in Sud America, che inventano storie in decime. La storia è vera negli elementi oggettivi, ma le donne, gli incontri sono elementi di fantasia.

Come nasce l’incontro con Milo Manara e la decisione di “adottarlo” come illustratore?

Con Manara ci conosciamo da tantissimi anni, l’incontro tra illustratori, cantastorie e disegnatori si definì molto negli anni 80. Fu Vincenzo Mollica che fece incontrare Manara con tutti i cantautori; il mondo del fumetto e quello della musica sono sempre stati vicini. Già alla fine degli anni 80 facemmo un disco insieme, con trenta pagine illustrate sue, è diventato un buono amico; il libro infatti racconta di due persone che si muovono, un trombettiere e un pittore. In ogni capitolo il trombettiere incontra questo pittore e i disegni che ci sono son quelli del pittore, come c’erano musicisti girovaghi, c’erano anche pittori girovaghi. Martin è l’ignorante che viaggia e diventa sofisticato nella musica, l’altro, il pittore, è più colto, e gli racconta ogni tanto quello che succede in Europa, cose che al nostro trombettiere danno un corrispettivo colto, ma con gli stessi elementi di anarchismo, di ricerca dell’invisibile, gli stessi elementi di esperienza umana forte più che quella dell’accademia, che c’è nell’arte che comincia a rompere con le accademie. Il pittore mette il protagonista in relazione con queste cose, raccontando lo sguardo definibile tra 800 e 900.

Per il protagonista è sicuramente molto importante la musica e in particolare la sua tromba, che rapporto c’è davvero?

Si affida simbolicamente al suo strumento, intonandolo con musiche religiose, poi con musiche strane, popolari, poi prende i ritmi degli ebrei che suonano il clarinetto, poi il ritmo di un greco. Il tuo soffio, si evolve, si modifica e diventa il ritratto, la tua vita, il tuo suono. Per se stesso diventa la sua idea, la sua identità.

Trova che libri di questo genere incontrino facilmente il grande pubblico? O hanno difficoltà ad essere capiti in tutte le loro peculiarità? Chi sono i destinatari del suo libro?

Sinceramente non lo so… io ho scelto questo metodo perché è quello che ho sentito più mio, penso che sia come una marcia verso la lirica. I destinatari possono essere chiunque abbia dimestichezza con la letteratura; potenzialmente lo può leggere chiunque se è in grado di vedere un film del generale Caster, chiunque possa ascoltare una trombetta e chiunque abbia letto tutti i libri di realismo fantastico piuttosto che tutti quelli che abbiano letto il Don Chisciotte, insomma un pubblico abbastanza ampio. È un romanzo picaresco, in forma di ballata e quindi anche tutti quelli che possano aver sentito le ballate. Chi non lo può leggere è chi è abituato a striminziti romanzi costruiti a tavolino, esattamente il contrario dell’approccio che abbiamo avuto noi, nel senso che l’allargamento della fantasia è in questi tempi molto sacrificato; fare romanzi così è una scelta di merchandising: l’estetica della letteratura contemporanea, è dettata dal marketing.

Che messaggio vorrebbe rivolgere ai nostri lettori?

Non fermatevi all’apparenza, usate la fantasia, credete in questo bel libro, tutto di pagine diverse l’una dall’altra, tutte colorate, e galoppate nella reale storia imparando e riscoprendo la possibilità di immaginare il mondo.

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Riccardo Barbagallo

Lavoro da qualche anno nell'editoria, mi occupo di comunicazione per editori e autori e sono un digital addicted. Al contrario di altri, non mi posso definire un lettore da sempre, 'La coscienza di Zeno' in prima media è stato un trauma troppo forte da superare per proseguire serenamente la relazione con la lettura. Più avanti ho deciso di leggere un libro per piacere, e non per obbligo, ed è stato lì che ho capito quale sia la vera forza della lettura: la capacità di emozionare. Credo che sia questo il segreto, se così possiamo definirlo. Non ho più smesso.

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