elzemiro spazi : Svevo Calabretto

cent titres

récit par svevo calabretto

[I partie] 

i cani del padrone

Invocazione. Ogni giorno al risveglio, a solteira poiché divorziata giudice Diana De Céspedes invoca una dea, Atena di preferenza, quella che più fece e di meglio per il Nessuno affinché finalmente compisse il ritorno a Itaca. L’invocazione è muta, né incensi accesi, né oggetti, né abbigliamento, né posizioni da advertising della mistica, anzi, per solito con i piedi giù dal letto e appena infilati nelle sue ciabatte di spugna. È un cantami oh dèa per ritrovare il suo La domestico. Ecco tutto. __ L’Atena della giudice, non si creda, ma è quella nel volume terzo della sua enciclopedia di bambina, miti, saghe e leggende: un croquis dai colori accesi. L’invocazione chiede alla dea, nutrice di cervelli, che le garantisca agilità dialettiche utili a smontare e rimontare con i suoi inspetores della giudiziaria i teatri di menzogne allestiti da chiunque sia autore di uno e spesso più d’un misfatto. __ Solo di sponda, e poco di frequente, le capita di interpellare la sua omonima, Diana, ovvero l’Artemide tutrice sua e della caccia; occorre infine saper esitare per tenere in stallo e saper cacciare il procuratore capo, o a cascata il suo vice, e tenere le parole al guinzaglio, non farsi capire del tutto, e soprattutto occorre esercitarsi a frenare gli sciami di ciarle tra le impiegate della Procura. Last but not least, Diana chiede alla saggia dagli occhi chiari, rime e dime sufficienti a far collimare gli elementi noti di una situazione in un tutto attendibile e tale da smascherare chi mette in maschera le sue canagliate e che di quelle campa sulla riva oscura del vivere. In cuor suo la giudice è fedele al motto che tra il fondare e sfondare una banca non vi sia differenza di intenti, modi e risultati. Non molto. Con un però. __ Segue doccia e colazione o viceversa.

Concomitanze. I cosiddetti casi sono costituiti da concomitanze e imbastiti di congetture. Si consideri che anche i luoghi non sono al di là di ogni sospetto. Il luogo può condizionare l’atto. Tutto infine si compone in un arazzo di estrema e frequente crudeltà. Uccidere è umano, infierire molti tendono a definirlo diabolico, più spesso si tratta di semplice attrazione del sangue; gli umani si sa, abbiamo sensi più grossolani degli altri animali e motivazioni complicate dalla cultura per quanto deteriore o primitiva, non azzanniamo di solito le nostre vittime, non con i denti, e non è quindi il sapore del sangue che ci eccita a compiere l’opera; è la sua vista, e prima ancora l’idea, visiva e sonora del fiotto che potrà scaturire dalla ferita a sedurci, e stimolare non a terminarla ma a prolungare la sofferenza altrui. Una coltellata fatale è omicidio, trentasei periferiche è tortura cioè estetica. Le immaginazioni del marchese De Sade non sono mai state davvero tali. Attingono all’archivio delle evidenze. Bodies of evidence. __ Occorre sottolineare che la crudeltà non sempre comporta i fumi della macellazione. A volte essa è esplicita e cauterizza il sentimento o implicita e si annuncia con blanda parola e gesti angelici. Tutti sanno che cosa è stata capace di proiettare in cielo la specie umana, nel corso dei secoli. In figura, Dio è il più noto e in assoluto il migliore degli assassini.

« Religione o delitto. Ogni sforzo umano obbedisce alla fine a questo desiderio irragionevole e pretende dare alla vita la forma che non ha… questo passo di Camus, da “L’Uomo in rivolta”, appartiene non all’infanzia ma alla giovinezza della giudice, quando perdeva la voluttà del sonno per quella, per lei, del diritto. Ai passi finali della pratica universitaria e al trivio che le si prospettò tra l’accademia, la magistratura e l’esercizio dell’avvocatura, ci sarebbe stata una quarta strada, la polizia civile. __ Scelse una soluzione intermedia, quella del magistrato inquirente alla giudiziaria, il pm per i lettori italiani, per un proprio interesse verso quel sistema razionale, inoppugnabile, bulinato, un punto contro l’altro capitonné in uno schema armonico, e magico in fondo; un corpus iuris inappuntabile, ragionato anche se non per questo sempre ragionevole, assunto, dalla convinzione di chi il diritto tutela e la legge fa rispettare, come un regolo calcolatore di questioni e dilemmi, quelli sì spesso irragionevoli, spessissimo inestricabili. È questo pivot che alla giudice provoca corti circuiti e brillanti intuizioni. __ Religione o delitto, oh alla giudice quella frase di Camus fiammeggia nella memoria, simile a una dantesca lingua che parlasse, ma senza flessioni né inflessioni, da quando la imparò a memoria. 

Diana De Céspedes. Erede di una modesta generazione di piccoli industriali dell’abbigliamento, dedita nel tempo alla perdita del bene e dei beni. Il padre perché di mentalità opaca, indifferente al tempo e alle mutazioni del mercato e attaccato ai suoi jersey per conto terzi, la madre frustrata nel limbo delle insegnanti di canto, oggi in pensione, e nel purgatorio della carriera di soprano mancata; un échec imputato ancora oggi, a settanta anni passati, al marito, al matrimonio dunque, e a Diana: la giudice De Céspedes che ebbe il torto di nascere e sopravvivere. __ Per diventare tale, e superare l’aria umida della discordia e del fallimento di casa, ha vinto invece alcuni concorsi ed eccola, assegnata a un ufficio importante, di grande responsabilità lei crede, e non sola in una piccola folla di rappresentanti e della legge sentinelle. __ Si può immaginare la persona una volta per tutte, statura oltre la media, atletica ma sottile come un el Greco. L’occhio destro appare malmesso, sensibile la luce ma non alla precisione degli oggetti e del paesaggio. Verso gli otto anni un gioco di principesse e cavalieri finì per la piccola De Cèspedes, intestata a fare non la principessa ma la cavaliera, con una spadina di plastica in quell’occhio. Lacrime, una rabbia maggiore verso il piccolo artefice di un’offesa ritenuta dai medici minore, non una tragedia ma, per motivi ignoti ai progressi dell’oculistica, l’organo non la superò del tutto e rimase com’è oggi, un uccellino sgroppato dal nido o un pesce fuor d’acqua. __ Ciò dona allo sguardo della giudice una profondità di nuoto e una capacità di volo inusuali. 

Cani. Il sole. Non si sa se prenderlo per malato o malattia. Lo si vede aprire varchi circolari in cielo. Pare la lama di un bisturi che si faccia strada alla carne lungo una terribile escara. Questo di giorno. __ Si cammina raso i muri che creano ombra, a secondo dell’ora, scegliendo con cura le direzioni, anche allungando i percorsi pur di mantenersi al riparo. Le strade alberate soltanto sono di sollievo a chi cammina e gli fanno pensare di non volersi più muovere da sotto la loro ombra, nemmeno per andare alla farmacia di fronte. __ Dopotutto, la domanda è circa il perché delle città, con quale modello mentale sono state costruite e con che intento se non di adescare e poi nuocere a chi volesse e poi dovesse abitarvi. Crescita malata del modello accampamento, il provvisorio elevato a fortezza. __ I cani soffrono al caldo murato dentro i palazzi e sono nervosi. Di solito ai cani bastava essere portati a giocare nell’acqua, meglio se del mare, ma si può osservare che a un cane va bene anche la vasca del giardino botanico. Non manca di carpe adatte al divertimento. Di questi tempi invece e con questo tempo, ha osservato la giudice, arrivano in spiaggia già stanchi, paiono esasperati, non pochi si fermano a bere l’acqua delle bottigliette in apposite ciotole che alcune padrone portano, non tutte, agganciate alle borsette o agli zainetti. Altri cani, all’antica, non a torto preferiscono infilare il muso sotto il getto delle cannelle municipali e lappano. Basta però un nonnulla, un cugino di altra razza che sporga il muso dal finestrino di un’auto ferma, a scatenarne il ringhio contro quel simile che a sua volta ringhia. __– Che fastidio ti dà stupido, pensa a un quarto di voce la giudice in quelle circostanze. __ Molti padroni, ah se ne vede l’aria perplessa, è evidente che non si spiegano il comportamento dell’amato nano-schnauzer dai baffi a pioggia. __ Non è raro che si scatenino più o meno brevi canizze verso la mezzanotte e più tardi nelle ore più piccole quando l’aurora dalle dita rosate non ha ancora nessuna voglia di metter piede fuori dal letto. __ La giudice le sente spesso, le canizze, e si irrita a sua volta, perché non ama il genere cane, la verità è questa, anche se prova una sorta di umana pietà per quei cagnolini sfiniti dall’età che accompagnano vecchi soli, e sfiniti a loro volta da un’età ingrata. __ Ce ne sono due di età ingrate, la prima, la des boutons, des plaisirs et des soupirs d’amour e questa seconda, la delle varici, che ha predizioni di ultimi respiri nel suo mazzo di tarocchi. __ Canizze di cani in preda a una stizza che non sanno o non riescono, o non sarebbero cani, a contenere. O forse lo sanno ma non ci riescono lo stesso.

Contorni. È così piccola e infognata la piazzetta detta da claraboia: praceta del lucernario. In una piazza, salvo lo si cacci con un drone, un lucernario non si vede, quindi non c’è, di preciso come il 132 di Richard Lenoir a Parigi, non corrisponde al portone di casa Maigret ma a un caffè con déhors, piuttosto quelconque per la verità e tuttavia in un bel palazzo che oggi ancora fa parecchio Maigret. __ C’è, qui nella piazzetta, un palazzo per sicuro vetusto; forse con uma claraboia sul tetto. La giudice non ricorda di avere mai visto l’edificio se non come è adesso, disabitato, impacchettato per motivi di sicurezza o in attesa di un restauro che non arriverà mai. __ Il ponteggio è cadente, montanti in ferro arrugginiti, zeppe di legno fradicie, e i teli di copertura qua e là sdruciti ; in un punto discosto, qualcuno, bande tossiche, ragazzi in cerca di fantasmi, ha aperto un varco a coltello per penetrare quella rovina. __ La piazzetta sta in un quartiere che alla fine del XVIII secolo era un borgo fuori dalla città. A piccoli gruppi dalla Francia arrivarono e si installarono e costruirono, con mezzi giudiziosi e gusto campagnardo, aristocratici di ogni tipo, non solo duchi e marchese dunque, tutti però in fuga dal grande terrore di Robespierre. Il re locale di allora favorì quella migrazione contenuta ed elegante benché, di quei francesi, egli sospettasse che non tutti fossero cattolici fino in fondo; anzi egli supponeva che sotto le loro parrucche dismesse fossero guizzate in patria, o madrina, fiammelle di Voltaire, persino di simpatie rivoluzionarie e, pure, non abbastanza repubblicane ovvero giacobine da non essere a rischio, parrucche e teste. È nota la fine del poeta Andrea Chénier e l’opera a lui dedicata. Il quartiere cambiò con la Restaurazione; e la maggior parte di marchesi e marchese tornò in patria. __ Frotte di ricchi locali pensarono allora una nuova immobiliaria, adattarono, rasero al suolo, riedificarono ma attenti a che il quartiere fosse lo specchio di chi ci si volesse installare, per effetto del privilegio. Nella piazzetta sorse anche un piccolo teatro di circa quattrocento posti con una fossa sufficiente per l’orchestra e un palco adatto alle operette alla moda. __ In anni di borbogli politici posteriori, il quartiere conobbe la propria vocazione golpista, la programmazione del teatro decadde finché fu dismesso come tale e, negli anni trenta del secolo scorso fu lugubre sede periferica della polizia politica, custode degli interessi e dei privilegi della banda di impresari, avvocati e di un paio di professori di economia che si erano impadroniti del paese. __ Dopo la guerra, la seconda, e per almeno vent’anni, prima dell’avvento del diritto, della sanità pubblica e del fiorire democratico del paese, il teatro fu per un po’ sala di proiezione di film edificanti, mettiamo Marcelino pan y vino. Poi, per qualche tempo vi si proiettarono pellicole triple-X che attiravano sparute folle di uomini all’occaso in cerca di ragazzi da gabinetto. Infine fu dichiarato inagibile dagli appositi uffici comunali. __ La giudice, ferma ad osservare la piazza da sotto i portici che la chiudono ricorda di avervi visto per pochi secondi un film che si annunciava, con una decina d’anni di ritardo, documentario politico sul ’68; ma documentario non era né tantomeno politico e lei era ancora reduce della propria educazione all’ingenuità. Non può dimenticare il fantasma di fianco a lei, con una bitta arrugginita fuori dalla sua patta aperta. __ Nella piazzetta, al suo centro, a fine ottocento fu posata una statua; non imponente, bronzea, di Garibaldi con il suo poncho da gaucho, la berretta e la sciabola di cavalleggero. Se ne conosce l’autore, della statua, Ferrandino Ferrara, detto o sozinho, il solitario, scultore di fama modesta come la statua ma, come la statua, solida tra la borghesia industriale di allora. Gli fu commissionata e pagata da un ricco e locale fanclub del condottiero italiano. __ Quei rari turisti italiani che si avventurano oggi in questo quartiere, fuori mano e non privo di attrattive congrue per chiunque scacci il pittoresco e apprezzi la cucina leale, il titolo di praceta da Claraboia non indirizza a Garibaldi. __ Quando il sole imperversa su cani e persone, alla base della statua una fontanella offre un rinfresco comunale.

L’abito non fa il monaco, però, fa il monaco. Un uomo giovane e tutto nero, almeno fuori. Che sia giovane è un’opinione dovuta alla grossa motocicletta, tubo elevato alla massima potenza del concetto, che egli indossa tra le gambe al modo di un cavaliere da film medievale il proprio cavallo corazzato. Tutto nero e tutto cattivo si direbbe, il cavaliere nero del romanzo di Cornwell. __ La giudice non ricorda se nel romanzo il nero è il villain, ma ricorda spesso che da bambina era una lettrice fanatica di romanzi di cavalleria. Ivanhoe e.g., causa del gioco infantile, dell’incidente che ne conseguì e del danno all’occhio destro. __ I neri tuttavia, è il nonno che gliel’ha insegnati in fotografia, gli uomini delle SS. Foto prese di nascosto a Mauthausen, è storia. Al contrario dei suoi genitori che dall’alchimia politica contemporanea sono stati trasmutati in fascisti malvestiti, il nonno fu volontario di Spagna, sopravvisse alla deportazione a Mauthausen che, alla lettera starebbe per alloggiare il pedaggio, e infatti si può dire che il campo fu un centro di alloggio e pedaggio. Quota procapite, la pelle di ognuno, e non solo in senso figurato. __ La giudice non ci è andata in pellegrinaggio, medita in merito ogni anno e questo le basta. Ha evitato l’espressionismo di Mauthausen e l’ignaro Danubio che gli passa a un passo. Non ha visto il Danubio in assoluto e non ha mai avuto la tentazione di andare più a est dei Grigioni o più a nord di Zurigo. Vienna prudente eccezione. Poi Inghilterra e Scandinavie. Per il resto, secondo lei la terra in Europa è proprio imbevuta di morti e a calpestarla può dare l’impressione di affondare in un carnaio. Uguale e in fresca putrefazione, poteva accadere nella guerra del ’92 in Bosnia. La ghiaia dei vialetti dei cimiteri è un esercizio di simulazione del solido sotto le scarpe. Secondo la giudice quel giovane biker può avere un motivo concomitante per stare lì fermo. A piedi saldi, freddo ed immobile come la statua di Garibaldi, fuori dal déhors del caffè Aurora dove la giudice ha bevuto un espresso e sorseggia ora una gasosa (pedras limão). Un vecchio gli transita vicino al ragazzo in nero. Chissà nel ricordo del cinema triple-X. Ci sono vaghissimi indizi che quella cui si assiste sia una combinata teatrale però. __ Il giovane fa segno di sì, ovvero sembra che il capo dentro il casco integrale dica di sì all’indirizzo del vecchio che in effetti lo guarda e passin passetto passa. Potrebbe essere un interrogativo qualunque ad avere provocato quel minimo cenno di assenso e potrebbe il contrario. O niente. Sta il fatto che subito dopo il giovane motociclista ha avviato il motore ed è schizzato in avanti, ha fatto un giro di rombi intorno a Garibaldi e via; sette secondi circa dopo ha svoltato per una calle strettina a sinistra del palazzo in rovina. __Via, destino forse il bar Maira che domina la lontana baia di Benidour, ed è abituale head-quarters dei bikers indigeni e forestieri e, a volere, a qualche minuto di motocicletta dall’hastillero militar di San Balbo da dove oggi non salpano più grandi vascelli, tutti vele e cannoni, ma agili cacciatori dai profili atti a confondere l’occhi ai radar. __ C’è sempre una direzione palese e una o più occulte in ogni svolta. La svolta prelude ma nasconde un indirizzo.

– Souls are not to be stolen from the Almighty. Sous ses lunettes de soleil la vieille rombière a pris la parole. __ –Words English words.. la giudice fissa per un attimo la vieille e senza intermezzi di tempo si volge con un sorriso all’ispettrice capo Florinda. Puis d’un coup elle l’a laissée tomber. E in inglese pare anche scuota la testa, la vieille, un inglese da maestria coloniale. Si ripete: – Soulsaa not tobestoln from theal migh.. è una trascrizione per difetto del parlato. __ La scrittura narrativa non solo è impacciata da una punteggiatura inefficace o per eccesso o per difetto ma non ha nemmeno il sostegno di segni che indichino intenzioni e intonazioni. La musica ha, nella partitura, quelli di agògica e dinamica. La scrittura drammatica, si tratti del cosiddetto testo teatrale o proprio del copione, segnala al lettore o all’attore in modo più o meno tassativo ed esteso il dove e il come e il facendo che cosa occorre dire qualcos’altro (Lucky se tourne vers le public, débit monotone) Lucky – Etant donné l’existence telle qu’elle jaillit des récents travaux de Poinçon et Wattmann d’un dieu personnel quaquaquaqua.. __ La vecchia sta piantata sulla sedia alla scrivania della giudice e tace la vieille. Non si è nemmeno appoggiata al tavolo; molti lo fanno nel tentativo di convertire in metro confidenziale la distanza tra chi interroga e chi è interrogato. Tace. Chiusa nell’abito con cui vuole quantificarsi e qualificare l’obbedienza a quell’opus dei che per lei è la chiesa, la vera, l’apostolica solida pietracubica romana. Pare evidente. Con le mani una nell’altra e posate a metà coscia, stringe e sgrana un rosario; sta dritta per consuetudine e per imporsi ma senza disagio. Non pare tuttavia presente al luogo e alla situazione. Al contrario si vede che ha pensieri diversi ad interrogarla, a traversare le onde dei suoi pre-frontali, forse di paradisi, che sono sempre artificiali, cioè frottole. Non si può certo sapere. __ L’ispettrice capo Florinda, in piedi accanto alla vieille ha capito che, per ottenerne qualcosa, bisognerà modellarla come della creta sul tornio fa il ceramista. E in inglese. __ – Unfortunately Madam, the Almighty is beyond our jurisdiction. We need to know what you saw, and, indeed, if you saw anything at all. Madam.. __ Come chiedere qualcosa di attuale, si domanda la giudice; sa che il fatto stesso di pararsi dietro l’inglese è segno non solo del checcosa cui si crede di appartenere ma soprattutto che si intende il colloquio con un giudice, per ipotesi con chiunque, come un torneo con l’arma dell’ipocrisia e della menzogna a rinforzare la corazza del formalismo. __ – Madam, you stated that the motorcyclist was speeding down the street when you heard the sound of a bone breaking. The rider crashed, and someone, you declared a black one or almost black right next to him fled the scene.. __ Osservandone gli occhi si capisce che l’écorce à madame sta preparando un frullato con molti ingredienti e con molta probabilità in modo che alla fine il bicchiere del frullatore resti vuoto e asciutto. __ – You just said, Madam, whose souls are not to be stolen from the Almighty? __ La vieille rombière, guarda in alto, oltre la giudice, ma il suo sguardo non si intreccia a uno sperato crocefisso, si scontra con l’inatteso foto-ritratto del Presidente. C’è uno scatto di meno che due reciproche occhiate tra giudice e ispettrice, un movimento minimo degli occhi, da primissimo piano che, pure, in quel contesto, le due donne sono abituate ad afferrare e riempire di senso. __ – Per ora va bene. Può bastare così, Madam. Ma avremo ancora bisogno di lei.. __ La vieille rombière bacia il rosario, si alza, saluta con un cenno, si volta, un’agente di guardia le spalanca la porta dell’ufficio e attende che esca dalla stanza. La giudice guarda l’ispettrice capo, una donna che si è guadagnato il suo grado, Florinda, possibile erede di qualche trasporto di schiavi; la giudice si accorge di una propria omissione, di aver sempre mancato di domandarle delle sue origini. Ma agli occhi della giudice, la molto grande e molto bella Florinda, per sola antenata ha l’Afrodite africana. L’Oxun del Condomblé. __ – Non la molli.. __ – Nemmeno per sogno giudice. L’ha inquadrata. Forse a tu per tu con lei avrebbe detto, tanto o poco, madame è però di quella razza razzista multipla, non le piacciono i neri, le donne come noi e di caste lontane dalla sua.. nemmeno qui il nostro inglese le piace.. perhaps it sounds to her too much labour.. __ – Chiaro, aspettiamo un po’, intanto indaghiamo e poi la convochiamo di nuovo. __ – Sì, giudice

Una tromba. Oltre che a un imbuto l’estuario del rio che per la città scorre è paragonato talvolta a una tromba; oppure, ma occorre uno sforzo di memoria e di immaginazione, a un utero doppio e rovesciato, con la parte più stretta a monte, ad est della città, là dove il fiume arriva e si allarga a formare un invaso che, visto dall’alto, può ricordare un ovaio; poi di nuovo il corso dell’acqua si stringe tra le due rive della città ma subito si dilata ad incontrare il mare. __ A scendere, dai declivi delle colline che finiscono sull’acqua, sorgono una su l’altra le case, intorno a un ipotetico centro vecchio, stretto in alto dall’espansione edilizia dei quartieri contemporanei, ricchi in edifici dalle architetture di ricerca, ricerca del profitto degli impresari, e di grattacieli, che grattano ciò che trovano, ora più alti ora meno a seconda della quota del colle su cui uno o l’altro sono stati costruiti. __ Possono venire in mente i sette colli di Roma, ma non si tratta qui di sette modesti poggi disseminati; è una vasta geografia di alture cui la città nel tempo ha sottratto i boschi, le foreste, i campi arati ed è più simile, per chi li conosca, ai monti del Chianti tra la piana dell’Arno e la Val d’Elsa in Toscana. __ Quanto all’utero, alla giudice ogni allusione o persino metafora, rimando o paragone tra paesaggio e anatomia femminile, disturbano non poco. Sa tuttavia che in natura il disegno delle strutture si ripete in diverso modo altrove e a seconda della funzione, dentro e fuori dal corpo umano. Non sono forse simili le sinapsi cerebrali a certi asteroidei marini?__ Non si sa se il mare mitighi il clima della campagna intorno o quello della città. La campagna, se uno ci va sembra sempre assolata. Tranne che nei fitti boschi. A farci caso anche se il cielo è una velina grigia. Talvolta, quando la burrasca arriva, di vento e d’acqua, l’odore del mare, c’è chi lo chiama profumo, si diffonde in tutta la città anche per i suoi più chiusi vicoletti. Profumo che si accompagna sempre a un aerosol d’acqua marina. Non è raro assistere a tempeste con le onde che si scaraventano sulla strada che da ovest corre lungo l’estuario, e tanto forti da costringere chi passa in auto a usare i tergicristalli o addirittura a fermarsi. Mas, non fermano la città né i suoi abitanti. 

Fu una rivoluzione. Molto tempo fa la città ne fu l’entusiasta capitale. Da qui la rivoluzione corse ad ondate per le città principali, corse fino alle province più pigre e rese pavide da ogni autorità, infine proprio come avrebbero fatto le onde con una barca quando degli uomini vogliano spingerla in mare, sollevò tutto il paese e lo lasciò navigare. __ Oggi la giudice sa che come in quel film di un regista italiano, Moretti, a dire e a pensare cose di sinistra c’è rimasta lei e, davvero per fortuna tutti i suoi, gli ispettori, gli agenti, Mimésis la sua cancelliera. Intorno però si prepara una minuteria sociale di risentimento, a fare da ingrediente del minestrone neofascista che alcune canaglie hanno messo a sobbollire nel paese, in attesa di eventi da sobillare. __ Minestrone è il termine esatto: ci sono i san pietro chiavinmano del derechismo tradizionale e del dirigismo cattolico, i nati con la nostalgia di celle e torture, i pietisti e i doppiopetto, i piagnoni e i talebani, i timorati e i temerari del potere e una couche di vecchie bambagie che imbalsamerebbero il mondo così come sono imbalsamate loro; infine ci sono i revanchisti di famiglie dall’intoccabile superbia ma toccate a suo tempo dalla grazie del regime autarchico e messe in discussione nei loro privilegi di casta dalla socialdemocrazia che ne seguì. __ Sotto sotto, osserva da tempo la giudice, c’è un popolo che piano ha imparato ad annusare i pani e i pesci del benessere che la versione liberista più che liberale del socialismo ha loro concesso ma è agitato dalla passione del possesso: di cani; dal convincimento che prima ancora di un suv o di un frigorifero a due porte, è il possedere un cane, di razza ovvio, simbolo del bene stare; del poter disporre di qualcuno che si pieghi all’urlo e al guinzaglio invece che a una chiave di accensione, specie se il cane è un molossoide. __ – Il molossoide è il buttafuori di ogni pericolosa idea di eguaglianza che non preveda il sentirsi e soprattutto volersi sentire eguali ma solo agli ottimi, ai super, ai di meno che valgono di più, nel tentativo, con la pretesa di diventare i più.. la giudice afferma se è il caso tra amici.

La giudice. Riordina con cura le carte dei casi chiusi da poco sulla scrivania, le ripone in un faldone eguale o simile alla maggior parte dei faldoni in circolazione nel continente, lo accomoda sul carrello che in giornata un commesso verrà a ritirare per affidarle al protocollo e di lì all’archivio. __ La giudice si allunga in tutta la sua lunghezza sulla poltrona ergonomica. Le ha fatto cambiare la fodera. Tutte le ergonomiche fornite al tribunale sono in pelle. La giudice non è vegetariana tuttavia la disturba molto l’idea di mettere la propria a contatto con la pelle di una vacca o di una giumenta scuoiate. Nei ristoranti chiede di sedere su uno sgabello piuttosto che su una sedia di design in pelle. E ha fatto foderare tutte le sedute del suo ufficio di una bella tela grigia e robusta. A proprie spese. __ Sono le sei e trenta del mattino e la quiete cittadina è rotta dal rombo di un motorino, quei due tempi che sintetizzano in peti fumosi la logica determinante la civiltà: il rumore; più che industriale, pensa la giudice, la nostra è la civiltà del rumore. Ovvero, è il suo pensiero costante, l’industrialismo si è fatto strada con fumi e rumore e il rumore è stata l’arma totale contro la società contadina e artigiana; il martello del fabbro soccombette al frastuono dei magli meccanici. __ Poi, una delle tante canizze tra molossoidi a passeggio. Succubi ai modi e alla moda di padroni padri non meno avvezzi allo schiamazzo. In proposito la giudice pensa che forse dovrebbe trovare il coraggio di leggere “Cane e padrone” di quello scrittore tedesco che l’argentina sua amica del cuore, Alejandra le decanta fin da quando era bambina. Di origine tedesca lei, Alejandra è nata da un padre pittore, scappato dall’Argentina prima della dittatura di Videla e di famiglia Junker: tra le poche famiglie antinaziste scampate alla Germania. Alejandra. La giudice ne ha il rispetto deferente che Dante mostra per Virgilio, è il suo intelletto guida. Scrive per diverse riviste letterarie e insegna lingua e letteratura tedesca all’università. __ L’università sorge in cima a più colline di città. Le sedi vecchie, le storiche hanno l’aspetto di escoriali ristrutturati, la sede moderna è una fiera del marmo e del vetro. Anche la città che le sorge dabbasso e intorno è storica, e non c’è molto altro da dire che non riguardi l’architettura. Palazzi e chiese. E opere di ristrutturazione. __ Suona il telefono sul tavolo della giudice.

Bitte. – Ci sono ragazzi, c’è pieno di ragazzi che per un giubbetto in più o soltanto per tirare a fine mese succhiamo le bitte ai vecchi, e a chiunque paghi se è per quello. Bitte dalle ruggini antiche. Impossibili da dirizzare ma essi, i vecchi insistono. Una volta, forse ancora in certe spelonche di archeologia, erano in esercizio pros-ti-tu-te senza le quali sarebbe stato impossibile ottenere il beneficio della saliva. Poi, risucchiate anche quelle dalla dura terra, sono sorti dai sassi i ragazzi. Oh i ragazzi pazzi, non si ha idea di quanto amore mettono nei loro esercizi di richiamo per uccelli.. __ Così dice l’antico forbito informatore e nell’ultima parte del discorso ha recuperato chissà dove un moto di selvaggia attualità e sperduta informazione libresca. Quello dei sassi è mito di Deucalione e Pirra. Orfano precoce è conosciuto col suo nomignolo, Claret come il Sant’Antonio María missionario in una comunità del quale è cresciuto e un po’ ha studiato. Sempre indossati abiti recuperati senza badare. __ La giacca a doppio petto lo richiama al fondo dell’epoca in cui è stata tagliata e cucita, la cravatta è un triangolo largo e hyper-criard degli anni settanta del ventesimo secolo, il fazzoletto nel taschino dovrebbe segnalare il signore, ma è piuttosto una bandiera bianca. __ Parla con ricercatezza il vecchio informatore Claret e dice che la signora giudice veda che lui sì certo se sente e vede è sempre pronto a riferirlo. __ – Claret.. la signora giudice dice che da un quarto d’ora almeno, tu lui contes fleurettes e la meni per il bavero coi tuoi aneddoti. Se hai da dire, vai, al grano.. __ – Va bene, potrebbe essere; il giovane motociclista osservato da vos.. dalla signora giudice in praceta da claraboia e che.. maldestramente.. ebbene potrebbe corrispondere, corrisponde alquanto, il total black.. molto fashion non roba da decathlon.. potrebbe essere.. ebbene Felipe. Lo chiamano così perché assomiglia al re.. ma quello che è, è che è un formidabile giocatore di biliardo.. un re del biliardo, professionista, moto di lusso, vestiario di lusso. È che guadagna parecchio. Fa tornei, nel mondo, vince di regola, di più di meno. La signora giudice ha forse visto in Prime.. lo Spaccone con il compianto Paul Newmann, bello, bellissimo, Clooney oggi non gli lega le scarpe.. anche Felipe è bello.. no, più un tipo che un bello. __ – Va bene, questo sopra, tu scava Claret. __ Claret, l’informatore, si congeda con promesse di sca-ve-rò. __ La signora giudice adesso almeno sa il soprannome del morto. Felipe, viva il re.

Au carré d’ours. È un ristorante rinomato dalla cucina greve. Tutta declinata al burro e alla continuità del grasso, francese nell’intento dello chef. Non sarà l’originale, però passa per tale. Il carrello dei formaggi è un assalto frontale di 45% matière grasse. Alla giudice non piace la cucina greve e la cucina che non può servire sardine che si chiamino sardine e basta. Au carré d’ours, lombata d’orso sarebbe in questa lingua. L’intenzione verbale rivela appunto che il menù contempla, ma non garantisce, lo sfinimento do commensale e il troppo pieno delle sue arterie. Poi endovena di statine? __ Perché il procuratore l’abbia invitata lì è dunque un possibile indizio di colpevolezza. Ossia, che il procuratore faccia parte di un complotto teso a eliminare lei che mangia volentieri riso scondito, patate al prezzemolo e, con molto gusto, sarde ai ferri. Soprattutto queste ultime. Non apprezza gli abusi sul baccalà. __ De Céspedes si è formata in mente un menu preventivo, che eluda le lusinghe dei camerieri addestrati a proporre sempre il peggio di ciò che viene illustrato come il meglio. Oh ma lei sa dribblarle. __ Ha giocato al calcetto fino a non tanto tempo fa. Poi una mala caduta, e si sa come va. Operata, rimessa in sesto, può giocare, ma a quel punto è sopravvenuta una fatale pigrizia. Pratica il Dao Yin che, in pratica, insegue l’immobilità del movimento. Un buon principio crede. 

(fin de la I partie)

Pasquale D'Ascola

P. E. G. D’Ascola Ha insegnato per 35 anni recitazione al Conservatorio di Milano. Ha scritto e adattato moltissimi lavori per la scena e per la radio e opere con musica allestite al Conservatorio di Milano: Le rovine di Violetta, Idillio d’amore tra pastori, riscrittura quet’ultima della Beggar’s opera di John Gay, Auto sacramental e Il Circo delle fanciulle. Suoi due volumi di racconti, Bambino Arturo e I 25 racconti della signorina Conti, e i romanzi Cecchelin e Cyrano e Assedio ed Esilio, editato anche in spagnolo da Orizzonte atlantico. Sue anche due recenti sillogi liriche Funerali atipici e Ostensioni. Da molti anni scrive nella sezione L’ElzeMìro-Spazi di questa rivista  sezione nella quale da ultimo è apparsa la raccolta Dopomezzanotte ed è in corso di comparizione oggi, Mille+Infinito

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