Data di pubbl.: 2026
Pagine: 318
Prezzo: € 18,50
È domenica 12 ottobre quando i quattro ricercati più famosi di Francia, Max Ventura, Vittoria, Abdel e Sanda, con i loro compagni e compagne di siedono intorno a un tavolo del ristorante di Max, l’Évêché, per festeggiare la grazia che li ha resi finalmente liberi. Unico assente, invitato e atteso, è Numero Uno, Bernard Hoekstra, capo della BEST, in balia del quale i nostri sono stati per gli ultimi anni, costretti a portare a termine indagini rischiose e complesse, pena l’essere smascherati. Ora anche questo capitolo della loro vita si è concluso, ma Numero Uno non si presenta. L’atmosfera serena viene guastata dall’arrivo di Elettra Bucci, capo della Scientifica e compagna di Vittoria, con una brutta notizia: quattro giorni prima sulla strada del Monginevro, Hoekstra è morto in un terribile incidente, l’auto schiacciata da un camion che trasportava cemento guidato da un autista ubriaco. Lo sconcerto dei quattro è forte sebbene con gradazioni diverse. Il più colpito dalla notizia è di sicuro Max Ventura. Con Numero Uno il rapporto non era facile, certo, ma fra loro c’erano stima e rispetto. Per Max, quel settantenne un po’ ironico, compassato, elegante e calmo, almeno in apparenza, aveva rappresentato una figura di riferimento. Per Max Ventura, un tempo César Colucci, uomo della mala marsigliese, cresciuto dallo zio nella miseria, nella violenza e nel degrado, dopo la morte dei genitori, Numero Uomo era stato un personaggio speciale. Si è trattato davvero di un incidente? I sospetti in Max nascono alla fine del funerale nel cimitero di Annecy dove, insieme ad Abdel, Sanda e Vittoria, incontra Raymond Contini direttore della BEST, il quale, fra le altre cose, gli racconta che Hoekstra il giorno della sua morte stava andando a Marsiglia per un incontro con lui e altri dell’agenzia; e crescono quando riceve uno strano plico con ritagli di giornale legati a un’orribile strage avvenuta nel paese di Moncaro d’Alba ai danni di Laurent Casanova e della sua famiglia, insieme a una lettera di Hoekstra datata 7 ottobre. È l’ultima richiesta di Numero Uno prima del congedo finale: occuparsi della faccenda ma fare molta attenzione perché uomini pericolosi e spietati sono in agguato. Che fare? Sanda è contraria, vuole solo tornare a vivere serena, a gestire la palestra con il compagno Salvo. Gli altri nicchiano. Max non li forza. Se non vogliono, svolgerà da solo quell’ultimo incarico. Però, se c’è una cosa che Numero Uno ha fatto è stata rimetterli insieme dopo la lunga latitanza, creare fra loro un legame forte, e alla fine tutti seguiranno Max prima a Moncaro d’Alba sul luogo della strage e poi a Marsiglia sulle tracce dei possibili mandanti e assassini. Già perché Laurent Casanova è una vecchia conoscenza di Max nei suoi anni giovanili, come lo sono coloro che incontra a Marsiglia: la sua ex fiamma, Romaine Carmona, ricca sostenitrice suo malgrado del consigliere di destra ed ex ufficiale dell’esercito Gustave Maurin, il turpe boss della mala Vincent Gallo, il suo braccio destro Thomas Tardieu, il poliziotto Roger Lesbros, il vecchio Bilal amico di sempre. È a Marsiglia che troveranno le risposte che cercano? Oppure, tanto per cambiare, si stanno infilando in un ginepraio, in un tunnel senza uscita per giunta rischiando la pelle? Ai lettori scoprirlo.
Per Max, indagine a parte, il ritorno a Marsiglia è un necessario sebbene doloroso viaggio in un passato mai metabolizzato e sepolto. Rivede suo zio, ormai ridotto a un rottame umano. Quell’uomo violento che lo ha prima reso un criminale e poi buttato fuori di casa, ora è un vecchio che fissa lo sguardo nel vuoto assistito dalla caritatevole Solène, vecchia amica della sua defunta moglie. Max, dopo non pochi colpi di scena, lascerà Marsiglia insieme ai suoi conscio che quella città non è più la sua, che quel capitolo della sua vita è chiuso per sempre. Solo Solène resta per lui un valido motivo di ritorno, l’ultimo legame con qualcuno che gli ha voluto bene senza nulla chiedere in cambio.
“Così, alla fine, era questo ciò che rimaneva, rifletté, uno sguardo all’indietro che coglie il nulla. Forse per quel motivo cercò di concentrarsi in modo quasi disperato su ciò che aveva davanti. Ma vide solo la realtà da cui si stava allontanando…” (p. 221)
Non c’è libro di Enrico Pandiani che non ci lasci con più domande che risposte. Non in merito alle trame, sempre impeccabili, sostanziose e condite da quel giusto humour che affascina e cattura i lettori insieme a una scrittura ricca ma essenziale, quanto per quel che concerne la natura umana e i suoi misteriosi risvolti nella bontà come nella crudeltà, nell’ingenuità come nella sfacciata furbizia. Il viaggio dei quattro amici forse si conclude qui, ma i loro pensieri, le loro vite tormentate e la pace ci auguriamo ritrovata, i loro profondi cambiamenti e il loro spirito indomito ci terranno compagnia, nella memoria, ancora a lungo. Perché sopravvivere è molto più difficile che limitarsi a vivere e ricostruire un’esistenza sfilacciata e schiacciata dai colpi dell’avversa fortuna non è compito nel quale tutti riescano.


