
Carta a Duda, VII, Mephisto Milano
Sicché stamani, dopo che sei uscita, outing of nowhere ho incontrato per poco un roveto senza ardimenti di perplessità sul mio abbigliamento,,, quando mai,,, e, al cogliermi poi la vista delle tue cose, il tuo magazzino di fine vestiario, i tuoi orecchini nella loro vetrina, tu culto e mitologia dos sapatos Duda, ossia le tue sempre ennesime scarpette,, le tue sempre “carmilinha olha que bonitas”,,, di che dipendenza di che necessità si tratti non me lo so proprio dire, molte non te lo ho mai viste ai piedi o non le ricordo,,, dunque al vederne l’insieme con l’occhio di un drone solitario in ricognizione casuale, insieme così per benino obbediente come a una sorta d’ermetica armonia imposta da una bambina con il genio della collezionista,,, la ragazzina sverzata con il suo flan de nata,,, bem abaixo da superfície l’insieme mi ha smosso una corrente di tenerezza scintillante : tutte quelle “cosa”, non sono nemmeno in apparenza involucri, o sovrastrutture ma, fosse anche in parte così, fosse edonismo e lo è, a me piace ; non si tratta di feticci ma, in modo indefinito di te, sono te, o uno dei tuoi te, dunque è l’abito che non fa il monaco ma fa il monaco. Mi siedo sulla sponda del letto, non guardo niente più ma ti vedo torno torno balenare come una fata intenta alle sue quotidiane prove costume. Adoro. Una volta, a Milano sentìi dire un regista alla sua assistente in affanno per certe magagne delle prove “lascia stare che poi il costume aggiusta tutto”; e pare proprio vero che il costume, ogni costume, ogni “maschera”, attrae la persona che lo indossa nel paradosso di un to be AND not to be, a una sorta di transfert,,, o hábito não faz o monge, mas faz o monge,,, certo io ho avuto a che fare solo con cantanti ma immagino che per ogni attore tutti i singoli oggetti d’abito siano gli strumenti di una propria ogni volta rinnovata Verklärung, da klären a verklären, da chiarimento a trasfigurazione,,, capisci che fu il tedesco a inventare la psicoanalisi e, ahimè Hegel e il nazismo, freud fu forse un felice intermezzo. Tu con l’abito non porti a spasso una metafora, és uma pessoa e il tuo alter alter. Cerca di indovinare l’orizzonte che in questo istante sto sussurrandoti all’orecchio oh mio cielo, mi sento una signora Mozart, in Sol molto minore ma,, Constância, e tremo per il tratto da adolescente che ho appena resuscitato,, cielo, alle nostre età (.)
Atto primo, scena l’italia centro settentrionale : solo l’idea di usare il tempo imperfetto, imperfetto quant’è, per lasciarmi precipitare nella novella Boccaccio’s way, ti dico solo l’idea mi riempie il cuore di fatica : nell’im per fet to oh irmãs, ecco dove finiscono tutte le buone intenzioni ; potrei,, usare il passato o addirittura il trapassato remoto tanto di fatto sono remoti i fatti, potrei, ci provo. Subito dopo il mio svogliato liceo mi ero iscritta a filosofia a Bologna ; ricordo che delle decisione fui entusiasta e mi sentìi brava, persino speciale,, la mia classe precipitata in batteria in tutte le sedi possibili di ingegneria,, e me che mi credetti ancora per poco intelligente,, mia madre represse lacrime di disappunto, credo per una sua forma di preoccupata vergogna al pensarmi per tanto abbaglio inetta al vivere,,, adesso rido da schiantarmi al ricordo della sua domanda da mme verdurin al mio ritorno a casa dopo l’iscrizione, “ma lo sai te se esistono donne filosofe”; mio padre no, mi guardò una sola volta a fondo negli occhi, incerto, ma complice mi offrì, lui, un non piccolissimo assegno per le prime spese ; non potevo indovinare ancora quanto ormai disposto al suicidio, egualmente,, mentre mi offriva lo scampolo di carta della banca ben compilato con la sua precisissima calligrafia, di colpo al suo modo di guardarmi, da oltre l’Acheronte, si sovrappose quello di Camus nella foto di copertina nell’edizione italiana dell’homme revolté,, un atteggiamento da,, camusard; quando mia madre quasi mi ordinò di svaligiare casa di tutte le cose di lui,, ché non voleva più averle sott’occhio, io capìi e obbedìi e pensa un po’,, nella meno che modesta libreria, di lui, trovai, ex libris della biblioteca comunale, rubata insomma, una copia di ”l’uomo in rivolta”, e con dentro il suo diploma di ragioniere piegato tante volte quanto gli erano servite per ridurlo a segnalibro,,, una frase messa tra virgolette “non è la ribellione stessa che è nobile, ma quello che esige”. E probabile che tutto andando bene, di tutti noi, morti, restino solo estelas en la mar, solo un tracciato più o meno buono, più meno che più, realizzato. Bologna, ti dico, si rivelò troppo vicina a Urbino, ed eccessiva scenografia turistica per torme di studenti, ostile al mio gusto ribelle ai clichés dovunque e comunque si presentassero, sicché pensai di trasferirmi a Catania o Palermo che per me erano oltre frontiera, un estero, e piuttosto con l’intento di mettere un mare tra e me e i miei, così da non avere la facile tentazione di tornare ogni pochino al ruolo di figlioletta tra mammina e babbino,, ma infine Milano ; c’era un certo Giorello a insegnare, un tipo che sembrava soddisfare le mie esigenze di sapere come fosse davvero una materia incrostata, come cozza dai denti di cane, dalle vestigia di kant, hegel ed aristotele, e nemmeno l’onassis, proprio l’ur-aristotele quello che si occupò di tutto senza periscopi per orientarsi. A filosofia mi iscrissi con slancio, a Milano lo persi quasi subito per un sano tra i talvolta malsani rush giovanili,, di sgretolare dall’interno tutta l’impalcatura, l’échafaudage et l’échafaud del “a lot of talk and a badge” metafisico da Socrate in su fino a Nietzsche, stop, fritz allora lo adoravo oggi non ho niente da pensarci sopra, perché mi sento ormai una fritzzaniccia fatta, and cut, so che ti annoio. Ebbene, Giorello, filosofia della scienza, io avevo qualche anno di pf sulle dita,,, i miei mi avevo assecondato in questo, soprattutto quando dimostrai di potere suonare con sicurezza una beguine per la coppia dei miei papagheni, dico i miei due cari mammi, che adoravano ballare,, per l’occasione arrotolare il tappeto del soggiorno, spostare il tavolo da pranzo perché alla coppia piaceva esibirsi in intimità danzante dentro al cerchio dei suoi pochi amici,, parenti molti di irreprimibile noia e nessuno che ballasse,,, ed ero convinta, allora, che la musica dovesse essere la cosa più vicina alla scienza, figurati, che si potesse immaginare,,, della musica allora avevo un alto concetto, a Firenze direbbero “a bbischero”,,, non sapevo ancora che “abbiamo l’arte per non morire di verità” ; Hegel e compagnia stonata lo trovavo dannoso non meno delle religioni (che soffocarono l’arte, quelli crocifiggendola alla calligrafica, quelli vietandola, altri come i cattolici strangolandola benché in modo creativo nella liturgia : per secoli i pittori si diedero alla macchia nello sfumato dei paesaggi, tra le metafore della prospettiva, tra i volti umani contro il divino posticcio della propaganda) ; questa o quella per me pari sono e, non ne facevo mistero, di Hegel m’importava una ceppa, vedi che in portoghese sta proprio per porra, e poi scoprì che non capivo, non lui non gli Heidegger, gli Husserl (la rovina della casa husserl) i Deleuze, scoprìi che il mio intelletto si inceppava, mi trovavo stupida; nel mio ambito era chiaro pure che della ceppaporra proprio nada de nada de nada mai mi sarebbe importato ; dai maschi, autori di tutta l’architettura dell’inferno in cui veniamo nati e nate senza motivo e anche senza colpa, mi teneva lontana una forma benefica di disagio e di sospetto : guardavo le ragazze, quelle in grado di toccarmi l’immaginazione, le almeno eleganti, le au-dessus de la mêlée, le musicali insomma come te, Duda, e il mio desiderio naufragava nel drappeggio della santa teresa del Bernini,, vestita in Chanel. La musica era ciò che mi differiva e che mi aveva allontanato da treccianera e da Hegel e dalla filosofia da concistoro il cui ontologico nonsense ormai mi era chiaro. Non senza un pelino di risentimento, ché apparteneva alla cricca anche lui,, a tesi ormai depositata in segreteria, Giorello mi disse che, confezionata così come avevo la mia personale filosofia e tanto bene da risultare, ammise, inattaccabile salvo con l’insulto, lo studio degli altri per me era stato un girovagare su una cartina muta : il dì della laurea ebbi la certezza che si trattasse di una giornata di epica liberazione, mi scontrai con la commissione, non mi fu accordato nemmeno un punto in più del mio cento di media, ne fui contenta e, filosoficamente e senza perdono, mollai gli ormeggi da viafestadelperdono. Tornai a casa, mi fermai il tempo che occorre a una madre per scatenarsi in pranzi e cene di rifocillamento e poi, tanti baci, un bancomat prepagato dai mammi, e via per un mese mi presi una vacanza, solitaria e girovaga, in autobus e trenini da non dirsi tra balze, serre e boschi di umbria, toscana, marche, où habitaient encora les dieux qui parlent dans le soleil, dans le ciel bleu écru,,, oh, Camus,,, la mia filosofia di cipressi e ulivi dai colori solidi, nelle sere di tempera sprofondava con la lingua nei gelati gelati ai tavolini di certe piazze di paese, ahhhhhh, mi ghiacciavo l’esofago, respiravo ed ero viva insomma, che mai volere di più, anche desiderare mi sembrò all’improvviso superfluo. Soldi poi l’ho detto, pochini pochini benché a mia madre per le tante teste che rollava di shampoo nel lavatesta, in cassa le frullavano tanti din din dindi che era lei la padrona di casa,,, ma fui io adesso a impuntarmi al massimo, per correre la mia strada. Fui in dubbio se mettermi a lavorare come cassiera in un supermercato della val d’orcia, ipotesi che mi brillò in petto e sarà il caso che te e me si vada anche lì, o tornare a Milano,,, resi ragione a Milanomalanno e per mantenermi trovai lavoro non senza difficoltà ma troppe nemmeno, in uno studio di pubblicità grandetto anzi che no, e proprio attaccato all’università, via pantano, rua pântano, titolo perfetto per un agenzia di pubblicità dove per lo più facevo fotocopie e rispondevo al centralino, stipendio,, non ricordo la paga ma ci campavo, molto al risparmio, e quindi accettavo un’integrazione da mia madre ma, appunto, la domenica andavo per tram. Qualche volta un gelato, altre un cappuccino. Questo era divertimento, comportava della felicità. In superficie l’agenzia somigliava a un parcheggio per ragazze, tutte belline, tutte bikine bordo piscina e tennis court nella tenuta del babbo però, mi stuzzicavano quelle biondine con il pedigree,,, colta da un’onda di proustatitis momentanea sapevo di fiutare l’uva nella vigna della più scatenata borghesia, moi renardine rouquine scappata dal salone di mamma parrucchiera a urbino e che adesso ero la stupida e stupita spigolatrice di una collocazione personale nel mondo,,, bischera di ritorno, non avevo capito con precisione che nel mondo non bisogna proprio collocarsi, che se ha un suo gioco è meglio però non starci, prospettiva di filato filato, a costo magari di perdere il diritto ad essere ed esserci, conquistando nonpertanto il cavallo della mia battaglia, la libertà che è propria a chi non appartiene ; per il resto fai la spesa come tutti e se non ci sei, nessuno se ne accorge, di nessuno nel puzzle fai la tessera mancante, contenta di sguazzare la tua coda nel fango ; ma allora non era così, l’agenzia era ancora per me la fotografia das estrelinhas di un’Andromeda sociale nei cui sistemi solari mi sembrava mio diritto catapultarmi ; biondine a parte, da visitare era il resto dello zoo di lacertilia sauria, che si azzannavano per arrivare primi a inghiottire il cliente lombrico dalla coda, qualsiasi cosa si intenda per coda in un lombrico e in un cliente ; in superficie il lievito del plusvalore continuo, in profondità la sopravvivenza dell’agenzia in quanto epitome di fregnacce, besteira do capital interiorizzate in teorica dell’esistere per appropriazione,, e tutti sorridenti il venerdì alle quattro che correvano alle rispettive case da weekend in questa o quella delle differenti zone collinari del nord italia, ah mi capitò anche di essere invitata, piacevo o così mi sembrava, e benché fossi astemia trovai irresistibile l’allegoria alla bosch di quella gente che si mummificava i fegati con l’alcool dissertando su vitigni, fabbricazione dei single malt e salami campagnoli ; “sono vegetariana”, sussurravo scostando per igiene il mio formaggio dai loro prosciutti, “ma va da quando però il pesce lo mangi” così di nuovo in disparte da me stessa risussurravo che “a cinque anni vidi mio zio azzannare la testa di un polpo e poi batterlo e batterlo sulla pietra per cui non mangio nulla che sia stato ucciso e quindi nulla, non sono nihilista” dicevo ma questo nessuno lo capiva e infatti “ah vegeteriana come hitler”, mi derideva la brilla compagnia che dopo un po’ non brillava più, si appannava, farfrufrugliava ; vedevo dove andavano a finire, io in piedi mi piaceva osservarne il loro naufragio nei divani e nei letti,, l’indomani mattina,, domenica, il padron di casa, magari un chief accountant, che tornava after the horseback riding of his made-up grace, pochette nel tweed e stivali di precisione, a domandarmi se volessi tornare in macchina con lui a Milano ; non era cosa per me, “grazie ma ho il biglietto di ritorno per il pullmann” ed egualmente il lunedì tornavano ad abbagliarmi pittate di fresco le biondine. Mi piaceva la Nannini,, ricordi, il mio amore è una camera a gas l’agguantai in ritardo ma come premonizione, credo, senza farmene scudo,, poi mi affrancai dall’agenzia e mi fu offerto di lavorare all’ufficio stampa della sinfonica di Milano, conobbi la responsabile di biglietteria, a francesca ; somigliava alla Nannini, ma spettinati i capelli di precocissimo bianco con una selvatichezza frutto di maggiore studio, a francesca per paradosso suonava il basso in una banda gaia, non di strepitose ma disastrate nemmeno, per il vero la batterista aveva un bel tiro preciso, all’ascoltarle nei centri sociali dove capitava si esibissero mi sembrava che a tutte spuntassero in capo aureole di oblate a convegno torno torno alla dea clitoris insomma, della francesca me ne innamorai e con giudizio dimenticai del tutto la stagione di treccianera,,, einsamer nie als im August il primo di certi versi di Benn mi si ripresentò alla memoria con insistenza,, che la mia percezione del mondo stesse proiettandosi sullo schermo di una maturazione così estetica da diventare estatica, einsamer nie als im August, mai più solǝ che in agosto, fu il dubbio qui à ce moment-là m’exploitait,,, tuttavia, almeno un po’ e con qualche dote di acting, a me medesima mi rappresentai ristrutturata a nuovo ; di per me, non in una impalcatura aliena : dopo il tempo necessario perché maturi quel tipo di processo, l’amore con la francesca evaporò come evapora l’acqua distillata, nessun residuo tranne l’educazione formale. Tempo dopo venni intercettata dalla scala con un aumento di stipendio per me importante e grazie al quale presi a permettermi deroghe alla norma del risparmio forzato,, il mio compito era fare belle ricerche di archivio e scrivere, lavoravo consustanziale alla polvere, ma la polvere mi piaceva, oh sì, quasi avesse ciò che di magico è proprio alle fate,,, spesso, in certe mattine di domenica e solo per mio gusto, entravo in teatro assai presto, per quel suo odore, il suo profumo speciale,,, gli fosse capitato immaginavo il signor Guerlain a fabbricare l’heure fraîche, dopo la trovata heure bleu,, quell’ora fresca del teatro vuoto, fatta di molte note distinte, di polvere ma, ma sai quanto è impossibile tradurla in parole a chi non lo conosce, è un cifrato che noi sappiamo e pace ; all’apertura della portineria, alle otto, arrivavo ad aggirarmi per la gran scatola del palcoscenico vuoto, pompiere di servizio escluso ; concerto di silenzi,, il silenzio non è la superficie del ghiaccio ma la sua struttura cristallina,, infastidita dal tictactic dei miei tacchi, mi fermavo, aspettavo che di quella ritmica svanisse la minima eco, poi proseguivo per il largo della distesa di legno in punta di piedi, a uscirne,, allora nessuno ancora mi aveva raccomandato di indossare scarpe gommate ; a mente allestìi una teorica del palcoscenico vuoto in quanto spettacolo assoluto, sciolto dalla rappresentazione, qualcosa che c’è fuori scena, ob scaena, cioè che non si dovrebbe mostrare su un palco,, teatro dell’assenza che annienta come una raggio gamma la rappresentazione,, e l’autorappresentazione che di sé fanno gli spettatori, intesi per unheimliche bias, perturbanti dentro un’universo che per definizione si regola a suo modo che tu lo osservi o no, ma che a caso può essere suono muto e assenza di soggetti ; non fui da sola a pensarla così e ad arrivare a credere che i teatri fossero da elevare a templi del silenzio, dove nulla si rappresentasse, al massimo massimo massimo buoni per cantare opere sciolte del titolo a titolo pedagogico, per educare il pubblico a scrollarsi da sé, ad ascoltare senza pretendere di sapere, a svuotarsi per prima cosa dal proprio senso insensato (;) non di rado penso di non sapere che cosa penso e di non capirmi da me, oppure capisco ciò che penso senza riuscire a dirlo (;) amavo anche i lunghi respiri del velluto, del raso, del rosso e dell’oro, gli uffici chiusi,, le prepotenze lontane degli aspirapolvere per le pulizie ; in alto in alto su per una tromba di una scala di servizio scopersi una porticina di ferro che introduceva alla mansarda tecnica, l’enorme sottotetto vuoto tra il plafone della sala e il tetto dell’edificio,, un camminamento portava dritto alla gabbia degli elettricisti, alta a ventimila leghe sopra la platea, garitta di eletti elettrici dentro il rosone del grande lampadario, da cui governavano migliaia di watt di luci e una coppia di seguipersona ; un gaio elettrico me lo feci amico sicché, lui di turno, qualche volta andai a guardare una prova da lassù ; da lassù la sensazione era di essere una bambina gigante, particola vegetariana che sono, al timone di una caravella di metallo, eines singenden Holländer, olandese cantante capace di veleggiare sopra la città a suo gusto. Mi ero anche iscritta alle liste delle comparse, approfittai di un corso chiamato in pomp and circumstance di mimo. Ma ero scarsa, mi chiamavano giusto se c’era da fare numero, le schiave al solito di Aida o le signorine in Bohème ; più degli spettacoli mi piacevano le prove,, ci andavo spesso di sera, fuori orario d’ufficio. Le prove sono lo spettacolo che insegue la propria larva,,, e che purtroppo a un certo punto la raggiunge,, mi ricollego così a quello che ho scritto poco fa o almeno mi pare di chiudere un cerchio di senso, mah. E adesso che I’ve almost reached the presque bout aux moins de cette lettre, mi pare di aver detto molto, quantità ipotetica ma che mi pare molte volte maggiore di tutto. Mi avvolge una nuvola di nebbia e mi domando che senso potrebbe avere andare avanti in un raccontare che posso esaurire, invero, in poco, o cancellare, dimenticarlo e dimenticare di averti voluto scrivere per far quadrare i conti tra me e me alla luce della tua corte. Devo adattarmi a perdere la superficie del mio statuto di persona per cacciarmi sotto la maschera della storia, maschera di cuoio da commendatore inquisitore, e ad accettare dalla maschera una sorta di perquisizione personale,, costretta da una catena di fatti, a innescare la reazione dei quali mai ho amato giocare. Del resto dell’educazione, del consesso sociale con le sue congreghe, ognuno è l’obbiettivo dichiarato a diventare personaggio, character, e non attore ,,, maschere e pugnali fu un film di fritz lang,,, l’ufficio è una trincea dove si fischia il calcio mortale di inizio per ogni giornata : vittime, dall’ineffabile potere di far stragi. La colazione si vorrebbe sempre da tiffany, oh sì, ma no. In altro modo è quanto intuì, ciascuno a suo modo, Pirandello. Però dissi, scrivo sempre dire invece di scrivere, però dissi veleno,, e dico eccolo(.)
In quel tempo, mi presentavo a qualsiasi appuntamento con anticipi, “di ore”,, mi hai colta ricordi talvolta nelle more di questa mia debolezza,, delle riunioni avevo bisogno di ripassare l’ordine del giorno, di un qualsiasi incontro gli argomenti, stage fright o ansia che mi dissipavano in un vacuo ipnotico dal quale mi sbalzava l’arrivo del qualcuno previsto all’ora convenuta. Non rammento la data, ricordo i sandali che indossavo in quel giorno di precoce calura primaverile e il soffio dell’aria condizionata a contrastarla in ogni ufficio, ricordo il dove,,, da sola, ad aspettare il momento di una riunione convocata senza preavviso nell’enclave privato annesso al suo ufficio, di sergio, una saletta con due divani piccoli uno in faccia all’altro e, idem quattro poltroncine a pozzetto, due a destra due a sinistra, e addossate alle pareti quattro sedie in uno stile artsandcraft, un quadrato di sedute con al centro il cristallo di un tavolino basso da tè, oggetti di design, sergio in meno di così nemmeno immaginarselo. Ero completamente nuda e seduta su uno di quei due divani e c’è che mi ero davvero appisolata e stavo sognando di svegliarmi così, à poil, in una stanza quadrata uguale, e a quel punto mi destò il rumore della porta. Era sergio. Che ci si dovesse riunire da sergio era infrequente ma usuale, era a capo di una specie di ufficio promozione e marketing, di un’entità, che aveva il compito di avere idee, di preciso quali né lo capivo né mi interessava capirlo, io ero lì come copy diciamo, certo mi capitava di dire qualche sciocchezza che però molti non so perché accoglievano, sergio per primo, con ammirazione, altri con invidia come se avessero fallito nel tentativo di mettere in luce la loro ombra ; dovevo ascoltare e tradurre le chiacchiere in un paio di cartelle di sintesi. Quello spazio e quelle riunioni mi angustiavano, provavo ogni volta un sentimento di seclusione magnificata dai modi sempre invasivi di sergio fuori da quell’ufficio, sempre, da quando ci avevano presentati un anno avanti : e occhiate di intesa e sciocchi baciamano e fiori sulla mia scrivania e bigliettini con versi rubati a un pessimo noto poeta, merlino, michelino, non ricordo, ma brutti, oppure suoi propri di sergio che era tanto poeta quanto un pezzo di cartone, sicché lì dentro il fastidio mi saldava i piedi in una cassaforma di cemento. Non mi nascosi mai, gli dissi secca una volta ma educata che nessun uomo tranne mio padre aveva avuto il permesso di far parte della mia vita, si era suicidato e dunque morta lì,, non ricordo le parole esatte e, ovviamente, il grado di sergio nella gerarchia e la sua appartenenza a una congrega cattolica molto potente, comites caelorum principis, da urlare tutto quel latino da pietra tombale, raccontava che uno sgarbo a sergio forse avrebbe potuto significarne uno alla congrega e con quelli, sai mai. Sergio arrivò in ritardo e fu chiaro che ero l’unica convocata nel suo ufficio. Osservai di sfuggita che al chiudere la porta alle proprie spalle, subito dopo sergio fece la mossa inequivocabile di darle un giro di chiave. A mettermi in difesa mi ci voleva poco, lo vidi lui in mantello nero, candele accese intorno a me nuda sull’altare, : alto, stretto e a punta il naso, o olhar nazi il sergio, blu e mephisto waltz degli occhi nazi. Si accomodò in una delle poltroncine, di fianco a me, e dopo l’introito con un carmilla adorata, mi prese la mano per mano, la baciò, cercò di sbottonare il polsino della mia camicina ; mi sganciai dalla stretta, lui disse “carmilla è inutile tu fingi la pudicizia di una clarissa”,,, qui tacque e fui io a piantargli gli occhi addosso con la calma severa che gli psichiatri devono osservare coi deliranti,, ma non ressi e scoppiai a ridere, via via scattai verso la porta, lui cercò di nuovo di afferrarmi, gridai” la chiave e la finiamo qui”, mi pare che aggiunsi cristo con l’intento preciso di ferirlo. Mi lanciò la chiave e un’occhiata inequivocabile. Fui fuori. Dai corridoi mi arrivò il fruscio di risacca del pericolo. E fu il primo atto.


