L’ElzeMìro – Carmilla Rossini-Carta a Duda, VI

Carta a Duda, VI, Shahrazād

Shahrazād l’altra sera,, Rimskij-Korsakov, non è la sua il tipo di musica che prediligo, è bella, non mi permetto di dire il contrario anche se in fondo la differenza tra quella e il celebre in a persian market, sì, dai ketèlbey ebbene insomma, siamo lì non credi, con la differenza che il secondo arriva dal 1920, ormai corrotto con quel che chiamerei a quantum of carousel charm, da quella briccica grossolana, un’ombra di blue-cheese, che un po’ ci sta nel briton,, mi dirai se non ho ragione,,,, Shahrazād ha le lusinghe di un arciduchessa di seta en bayadère ma con lorgnon, partitura molto ricca,, e questo giovane maestro, questo sunwook kim l’altra sera ne ha inteso e reso bene il fasto,,, mi è piaciuto il suo gesto molto fisico, un po’ da boxeur, fa venire in mente il prêtre giovane di bohème nei video che conosco,,, non saprei dire quanto sentimentale e certo iper o romantica di ritorno, un filo pompier or a little hamming, ci vedo dentro cortigli di arciduchesse appunto a sgrillettarsi nel segreto del sogno di un qualche misterioso tamerlano che le rapisca e porti a samarcanda, sai, il vecchio progetto imperialista alcolista russo,, ma tu hai suonato in modo,, non sapessi quanto vali mi sarei sorpresa e infatti è stato così,, ti ho riascoltato mentalmente nel sonno, e guarda, carpire ai microtoni di rimskij la loro ricchezza evocativa senza cascare nell’illustrazione per bambini o nel pittoresco, ebbè è un altro segno della tua tremenda musicalità,, e poi ti dico la vertigine del salto di corda con quel touch di glissando e vibrato che vi hai infuso, non so come, mi ha provocato una vertigine simile o la stessa di quando da piccolina, in un luglio in cui fu spedita in vacanza al lido di Venezia da certi zii, correvo e saltavo in bici sul vuoto tra un blocco e un altro del frangiflutti in calcestruzzo degli,, gli alberoni si chiama così la zona, il frangiflutti ci sarà ancora,,, tu sei stata magnifica,, senza vergogna, anche se non posso non essere tua partigiana, sono convinta che dovrebbero darti da suonare il concerto di Tchaikovsky, o il primo di Bruch, ti sento adatta e,,, e quante mai volte le tue dita ho benedetto, il loro dialetto di grazie tra arco e corde,, oh, e certo le tue salive aux fines herbes,, non puoi immaginare,, benedire vuol dire dire bene, tutto il bene possibile e se possibile, além do mais, benedire è lanciare una capsula oltre le cinque lune di Plutone,, la più grande tra le quali guarda caso si chiama caronte,, traghettatore di incognite. Da un podcast italiano mi è capitato di ascoltare un’attivista politica, una tale ece temelkuran esule turca,,, non ne sapevo nulla, ma mi è sembrata, per dritto o per rovescio uno di quei personaggi del periodismo che i loro stessi colleghi giornalisti maiuscolano scrittori e che scrivono e scrivono, holá, è vero, cose illuminanti, e que por isso, si mettono in luce dove luce non arriva proprio o male e, di ciò in ragione, vengono a volte perseguitate ; poi escreves escreves non resistono alla tentazione del romanzo, vi cedono ed eccole, viventi ancora, traslate in un famedio,,, (ossia) la libreria del centro commerciale, tra pallets e pallets di romanzi gialli, opere prime di rapper analfabeti e ensaios americanos sobre o uso do portátil ;  la letteratura è altro però, vasèl, navicella dotata di pochi conforts, feluca o anche meno molto meno, ma guai a farla intercettare da caronte, ché precipiterebbe altrimenti nelle rapide dell’editoria, trascinata tra profluvi di suffragi,,, chissà presto le bal du comte d’orgel si trascriverà come un samizdat però qui, della temelkuran, ti fiondo puntuale una sua dichiarazione che, democracy is the political regime that depends on human dignity and social justice, although for such a longtime capitalism has swallowed up the fundamental promise of democracy, which was equality. So that our reality does not fit with the democracy we’re living in, that’s why we are losing it. And most importantly, we have lost our faith in politics, in the future, in humanity, in each other, and in our own political agencies. This is the time to refresh that faith so that we can believe in ourselves and in each other in solidarity so that we can stop the global rise of fascism. Non mi è mai sfuggita l’ingenuità, talvolta la cattiva fede, di affermazioni simili o uguali, di per sé belle ad ascoltarsi, ma con un’assenza, e un paradosso all’interno ; l’assenza è,, il fattore umano, fattore nel senso do quem faz, che fa della democrazia un concetto inconciliabile con la relazione in sé,, un concettismo o una simulazione di, nella migliori delle ipotesi, di sentimenti e rispetto e dignità, empatia, simpatia e compassione tra persona e persona e che non sia manifesta vanità e furore di possesso, di sottomissione e prevaricazione tra persona e persone,, della servitù volontaria,,,, il po-te-re-es-is-te mi sillabò in faccia il suo motto senza cavalleria colui che ti dirò tra poco, il sergio,,, e mi sono domandata, e arresa al raccapriccio di una possibile risposta, ossia che, così famelico di specie e generi diversi dal suo,, e votato alla rapina qui nello zoo in cui questa terra è stata trasformata, da jardin des plantes et des animaux che fu al nascere,,, il fenotipo maschile è dalla biologia negato alla democrazia, forse i suoi geni ha acquisito da Rudra il dèmone, di serpi il capo folto, un dracula devastatore,, com uma palavra só, do fascista. Non ti dico lo sconforto quando ho scoperto delle guerre tra scimpanzè, dei deliberati assassini di maschi contro altri maschi per la “possessione” di femmine e di territorio : li chiamano nostri cugini ; rudra. Sono belle le frasi paladine, belle di pennacchi e intatte armature, ma si dimenticano per strada di che omissioni e di che sangue sia fatta la parte che queste frasi dovrebbe incarnare : quante volte abbiamo riso noi due di quei manichini a gambe larghe, anche qui negli “stores” di intimissimi, quei fantocci in canottiera e mutande con grandi posticci sotto la cotonella fantasia, i fiori che il maschio reca in bocca li chiama fare l’amore, l’imbecille patriarca, quando nel meno funebre dei casi si tratta di autoerotismo mascherato, in quello contrario di appropriazione o addirittura di rapina ; ricordo una fugace storia, ma nemmeno, un siparietto, un commercial, con una più di altre sciocca e senza antidoti lei, bisex si diceva, e allora alla mia  brutale domanda, ma che cosa provi ad essere penetrata, rispose, bè sì ci si sente penetrate, plurale, ci-si-sente ; eravamo a spasso in una strada di milano che, come di batteri uno spazzolino da denti, era un ricettacolo di folla, il corso buenosaires (pensa a praça do comércio in giugno), tra la folla piantai i piedi nell’asfalto molle, una di quelle giornate di aprile che sembrano luglio a milano, lei, lasciai che andasse avanti nella confusione, vidi la testa confondersi tra le teste, io, saltai come una cerva in una via laterale e mi infilai in un negozio cinese, lei, non la rividi mai più, ghostata. L’arte della deviazione e della dilazione  della principessa shahrazād, la salvezza da un duplice assassinio. Stamane mattina ne ho intercettato uno, non so dire se di  shahriyār regnante candidato, o fantoccio senza meno né più ; di nuovo sveglia molto presto, alle cinque,, quando tu invece ti sei alzata credo di essere riuscita a non farti indovinare che è questa lettera che sto scrivendo e che cerco di concludere e non mi affatica affatto, anzi mi impegna a debordare e, nello steso tempo a contenermi da me ma,, dubito adesso possa affaticare te ; mi rassicura la visione del tejotago che si muove laggiù nella sua valle con ingenuità neutrale, indifferente persino di fronte alla non peregrina ipotesi che l’affrettarsi e l’adoprarsi umano lo dissolva prima o poi in nuvole umide e maligne,,, una trasformazione devastante per la nostra sopravvalutata specie ma che al fiume non interessa,,, al centro di un letto vasto ma di terra sfarinata, ho visto una volta zigzagareuna specie di vena varicosa grigia,, era la loira,, per la grande sécheresse di non ricordo quale anno devastante per l’europa a Chenonceaux la galleria del castello poggiava su fango : idrocarburi assolti in contumacia,,,, impeccabile alle cinque e mezza, esatta com’è e accordata al suo diapason biologico, l’infermiera che immagino sia nella casetta qui davanti a noi, sveglia come una grilla ha preso a cantare i suoi latinos apporte-bonheur, rumori di farfalla in cucina, dinamica la voce al passare da una stanza all’altra (piccole stanze di una casetta); poi sei e trenta spaccate esce dal suo portoncino, con un’intenzione che forse indovino dall’indossare la gonna mini di jeans delavé sulle gambe tonde e nette, le sneakers color titanio, la t-shirt con stampata una testa di tigre brillante di glitters, giacchino pure di jeans delavé ; colgo con fastidio una novità,, c’è fuori sulla strada già un quarto d’ora prima un’auto ; un’auto bianca e nera non saprei dire di che marca, ma come la maggior parte delle auto del momento costruite per sfrecciare nell’attrito pulverulento dell’aria e simili a borchiuti scudi di testuggini vissute chissà quando su chissà che bizzarri pianeti ; lui fermo al volante, non fumava nemmeno, un Lui dal motore acceso a tenere in caldo le budella della sua simbolica automotive, un gran uhwhatafuck che così, tenendo il motore a mormorare calmo e placido al passaggio del tempo, non solo bruciava a vuoto la benzina, ma stava contribuendo inconsapevole ma colpevole alla rigassificazione dell’atmosfera, qui, all’ombra della fascia di asteroidi, l’inquino dunque sono. Ne intravedo la barba e subito mi è balenato alla finestra un barbaglio di mephisto in barbablù. Lei, la margherita, si è avvicinata allo sportello passeggero, sorrideva larga e incauta, parlando qualcosa, si è chinata, il mephisto al volante si è rovesciato sul sedile di destra per aprirle la portiera, ho visto la testa dell’infermiera sparire per un secondo, e ricomparire il secondo dopo ancora sul collo, dritta al di lui fianco,,, e subito il rombo del motore ; l’auto si è mossa ed è scomparsa chissà per dove nell’intrico dei nostri sensi unici. Così mi fu chiaro, infermiera o che sia ed è ovvio che non posso indovinarne la casualità, in ogni modo la nostra dirimpettaia aveva quel vezzoso inteso a stupirla rilevandola a casa all’alba ; “forse la vittima conosceva il suo carnefice”.

Scopro che provo un ritegno perverso per quanto analizzato come tale, nel raccontare la parte di me, non la storia, la parte, di me ostentando la quale ti avvicino, Duda Duda Duda, alla conclusione di  questa lettera ; umiliazione e avvilimento sono altre due parole per la mia vergogna. Intanto la prima questione che ci riguarda è quella della libertà. Di cui non si ha sufficiente contezza finché ci è data ad ogni levar del sole senza qualcuno a minacciarla ; in apparenza ; finché non dobbiamo porci di fronte a un dilemma, a una scelta che per un verso o per l’altro ci imponga di rinunciarvi. Per un motivo qualsiasi. Se penso al patire che è la vita, che vita non è nemmeno, a dire la verità, per le donne in grande maggioranza e in gran parte del mondo, e a parte in paesi da incubo come l’Iran,,,, tralascio che non credo sia così meglio in america dove una donna è in qualche modo costretta a obbedire a un cliché di serpente a sonagli in tacco dodici o di utero em usucapião di qualche maschio mascellone che la sbandieri come simbolo dell’american way to be a wombther. Ti accorgi che quel po’ di libertà di cui ci siamo appropriate c’è qui in europa. Ma insomma credo che la libertà senza sorprese sia quella di non (dovere) appartenere in nessun modo a nessuno e a niente, libertà di non dovere dimostrare di essere o almeno di esser(ci). Chi mi chiedesse se appartengo a te o viceversa, si sentirebbe rispondere che no che non ci apparteniamo, che il sentimento non è di appartenenza ma di essenza : ciò che siamo è ciò che incolla un petalo all’altro di un qualsiasi fiore,, una ineluttabilità è che trascoloreremo, sì sì, nel bene  tuttavia ; inutile che ti spieghi quel che tu tre volte a me cara sai, ma,

Então la ragazzina sverzata
come a quel tavolo avvitata agora
na pasteleria Tentadora
con padre reputato tale
che l’ascolta e osserva
l'estinzione lenta di un flan de nata,,,
Nós seguimos en frente,,
ci coglie il sorriso repente
della ragazzina : è il bagliore
di una stella che muore.
Pasquale D'Ascola

P. E. G. D’Ascola Ha insegnato per 35 anni recitazione al Conservatorio di Milano. Ha scritto e adattato moltissimi lavori per la scena e per la radio e opere con musica allestite al Conservatorio di Milano: Le rovine di Violetta, Idillio d’amore tra pastori, riscrittura quet’ultima della Beggar’s opera di John Gay, Auto sacramental e Il Circo delle fanciulle. Suoi due volumi di racconti, Bambino Arturo e I 25 racconti della signorina Conti, e i romanzi Cecchelin e Cyrano e Assedio ed Esilio, editato anche in spagnolo da Orizzonte atlantico. Sue anche due recenti sillogi liriche Funerali atipici e Ostensioni. Da molti anni scrive nella sezione L’ElzeMìro-Spazi di questa rivista  sezione nella quale da ultimo è apparsa la raccolta Dopomezzanotte ed è in corso di comparizione oggi, Mille+Infinito

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