Incontro con Carlo Gabardini

20 Aprile 2015, Milano, un giorno primaverile come tanti  caratterizzato dalla sua tipica aria frizzante e il giusto mix di polveri sottili e smog. Non sapevo cosa aspettarmi da quella serata, e dopo vari giri a vuoto mi ritrovo davanti al c14 studios, un luogo quasi surreale a completa disposizione dell’arte e dell’immaginazione. Quando Carlo arriva porta con sé un’ondata di allegria e spensieratezza, e nascono inevitabilmente sorrisi sinceri anche sui volti di chi, Carlo, lo vede per la prima volta. È strano perché ho sempre pensato a lui come l’imbranato tecnico informatico di camera caffè, e vederlo senza la sua camicia hawaiana mi ha fatto un po’ effetto.  Allora non avevo ancora letto il suo romanzo, Fossi in te io insisterei, non avevo avuto il tempo, ammetto che i sensi di colpa iniziavano a farsi strada. Con faccia potevo stare davanti a Carlo Gabardini avendo letto solo il primo capitolo del suo libro, anzi, della sua lettera.  Ma ammetto che dopo quel’incontro ho letto quella lettera tutta d’un fiato.

Fossi in te io insisterei è infatti una lettera a cuore aperto che l’autore scrive a suo padre, nella quale tira le somme della sua vita e inizia a guardarsi al futuro. La morte di una persona cara lascia un segno indelebile a chi rimane, fino ad arrivare a credere che i fortunati in realtà siano loro. Loro non devono occuparsi di esorcizzare un ricordo, non devono trovare le forze per superare l’abbandono e i fantasmi del passato. Ma soprattutto quando muore il tuo modello di vita inizia a gravare sulla schiena il macigno delle responsabilità e il pensiero fisso “devo renderlo orgoglioso di me”.

Carlo Gabardini con questa lettera saluta per l’ultima volta un padre che non è mai riuscito a lasciare andare, ma deve farlo per uscire definitivamente dalla sua concezione di “figlio”, e per poter riuscire ad essere padre a sua volta. Tra le pagine emerge tutta la difficoltà che un figlio ha nel portare con sé nella vita di tutti i giorni il peso di un padre che lui stesso definisce “l’avvocato di Dio”. Una pesante eredità di cui l’autore non riesce a disfarsi.  Si mette a nudo Carlo, raccontando ogni aspetto della sua vita anche il più intimo, permettendo al lettore di tirare un respiro di sollievo nel riscoprire un po’ della sua storia nella vita di qualcun altro.

 Tra le cose non dette emerge inevitabilmente il tema dell’omosessualità,  ma Carlo ci tiene a sottolineare che non è il cardine fondamentale della sua opera. Non è un libro sull’omosessualità, anzi, questo tema è impastato all’interno del romanzo insieme alla vita, proprio perché l’omosessualità è un aspetto naturale di essa. L’autore ci invita a vivere, con un coming out che va oltre la sfera sessuale ma attraversa le nostre scelte di vita. Tutti vivono con qualcosa di non detto, qualcosa che celiamo dentro di noi per paura di deludere le aspettative di chi ci sta intorno. Carlo infatti ci dice:  ” L’energia che ti da il coming out è incredibile, finalmente si è pronti a vivere”.

Sinceramente anche quest’incontro ha lasciato dentro una grandissima energia, e mi sento di dire senza vergogna che anche chi non ha mai letto un libro in vita sua dovrebbe indubbiamente leggere questo.

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