A tu per tu con…Marco Malvaldi

Marco Malvaldi è noto al grande pubblico per la serie di gialli edita da Sellerio che hanno protagonisti un gruppo di vecchietti, tutti clienti del “Bar Lume”, situato in un paese non ben precisato della Toscana.

Malvaldi però è anche uno scienziato, per la precisione un chimico, e nell’ultimo suo libro, “L’infinito tra parentesi” (Rizzoli 2016), realizza una sintesi delle sue passioni, la scienza e la poesia, dimostrandone la compenetrabilità. 

La domanda più banale da fare a uno scrittore normalmente parte dal titolo, quindi sarebbe da evitare, ma stavolta sono stata colpita dall’aggettivo “sentimentale”: perché lo ha utilizzato? Cosa significa storia sentimentale della scienza?

Mi piace usare questa parola per indicare ciò che non si riesce a prevedere dal punto di vista chimico. Quando accade qualcosa che il sistema non ha previsto pienamente noi veniamo intaccati da una serie di neuro trasmettitori che muovono conseguenze interessanti oltre a farci stare bene o male. Se non c’è sentimento, cioè qualcosa che fa scattare dentro ogni individuo la voglia di piacere e di amore, ma anche la paura e l’ansia non c’è la possibilità di ricordarsi quello che si sta facendo, quindi si perde l’informazione. D’altro canto se non si usa la logica si ricordano informazioni che portano a conclusioni sbagliate. Se il mio interesse è quello di vivere bene devo fare esperienze che posso ricordarmi e avere la possibilità di interpretarle nel modo corretto. Se non ho la possibilità di ricordarmele sto costruendo con la sabbia e non con il cemento, quindi qualsiasi cosa l’essere umano faccia con il suo intelletto deve per forza legarlo a una sensazione: è quello che Monteverdi chiamava “muovere gli affetti”. Qualsiasi pulsione dell’anima che dica al tuo cervello “guarda che te ne frega qualcosa” non è un mero esercizio intellettuale. In caso contrario stai sprecando il tuo tempo.

Questa riflessione diventa particolarmente importante nel caso dell’insegnamento, come spiega bene con un aneddoto all’inizio del libro…

Molto speso quando si insegna si è portati a presentare la soluzione del problema prima del problema stesso, prima che l’allievo ci abbia ragionato autonomamente, calandola dall’alto e proponendola come l’unica possibile. Anche una poesia è una soluzione a un problema: ad esempio leggendo Omero ci si rende conto che gli immigrati clandestini c’erano già quattromila anni fa e venivano trattati in modo lievemente diverso: l’accoglienza dell’ospite che era sacra, ma anche allora c’era chi non la capiva e non la condivideva. Il compito principale della letteratura è far vivere sensazioni ed emozioni che in prima persona non si possono vivere. Una poesia dell’antologia di Spoon River, che non ho messo nel libro perché non ho trovato una situazione fisica paragonabile, dice “da giovane sapevo volare ma non conoscevo le montagne, da vecchio conoscevo le montagne ma le mie ali erano stanche”: il genio è anche saggezza e possiamo riconoscere in ciò che è scritto una verità, alla quale si potranno trovare delle eccezioni. La potenza dei classici è la loro capacità di rappresentazione di una situazione che per essere bella non deve essere per forza vera, ma spesso finisce per farlo.

downloadQuindi come è nata l’idea di unire scienza e poesia in un libro?

Sono sempre stato interessato alla scienza, per natura il mio istinto è scientifico. Mi ricordo anche che da piccolo rimasi molto colpito quando venni a sapere che grandissimi scienziati si dedicavano alla letteratura. Per fare degli esempi Galileo era un importante prosatore, Schrodinger e Sherrington raffinatissimi poeti d’amore romantici, che hanno cantato l’impossibilità di comprendere l’amore. Tra scienza e poesia non c’è contraddizione, ma armonizzazione. A me piace pensare che il cervello sia un’enorme rete autostradale: qualsiasi scorciatoia noi possiamo utilizzare ci avvantaggia, perché funziona chi arriva per primo. Più scorciatoie puoi prendere meglio è: più possibilità hai di arrivare prima al punto che ti interessa e questo accade utilizzando informazioni che provengono anche da campi molto diversi tra loro: le scorciatoie vengono costruite per associazione.

In effetti lei attribuisce molta importanza alle analogie.

Quello che mi piacerebbe far capire è che quando si legge un testo il cervello comincia a proiettare delle immagini di cui poi si costruisce il senso. Anche nel campo scientifico succede la stessa cosa: all’inizio si percepiscono i vari elementi ma solo attraverso l’osservazione l’associazione si capisce cosa può accadere cambiando il parametro: la forma suggerisce la soluzione.

Nel frattempo continua anche a scrivere i gialli con protagonisti i vecchietti del Bar Lume: com’è il suo rapporto con questa serie che le ha dato tanto successo?

Arrivati a questo punto il problema è continuare a divertire e sorprendere con nuove avventure, e non è sempre facile!

Per concludere ci darebbe un consiglio di lettura?

Visto che il mio libro è basato sulla curiosità vi consiglio “Cosa accadrebbe se …” del vignettista americano Randall Munroe che risponde, con l’ausilio di disegni, a tutte le domande scientifiche, anche le più assurde, che gli vengono fatte per posta elettronica.

 

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Milanese di nascita, vive da sempre nel Varesotto. Insegnante di lettura e scrittura non smette mai di studiare i classici, ma ama farsi sorprendere da libri e autori sempre nuovi. Sommelier, abbina quando può un buon romanzo al bicchiere appropriato.

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