A tu per tu con…Carla Vistarini

“Se ricordi il mio nome” (Corbaccio) è l’ultimo libro di Carla Vistarini e noi l’abbiamo incontrata per farci raccontare i retro scena, ed i retro pensieri, di un testo che definire romanzo è riduttivo. Morbido e pungente, esageratamente dolce in alcuni punti quanto estremamente duro, anche da accettare per chi lo legge, in altri. È la storia che prosegue dal primo titolo “Se ho paura prendimi  per mano” (Corbaccio), di un ex ricchissimo e freddo uomo che è stato travolto da un’improvvisa crisi, trovatosi a vivere sotto il ponte di Castel Sant’Angelo a Roma. Incontra per caso una bimba di tre anni in fuga da un crudele destino e riesce a portarla in salvo. Tra peripezie e personaggi del tutto assurdi ma perfetti ognuno per il suo ruolo, la storia prosegue lasciando il lettore sempre con il fiato sospeso. Incantato a tratti dall’amore che lega la mamma e la bimba, e sudato ad altri per quello che, a causa di una storia tossica, la piccola si trova a vivere. E ancora una volta sarà lui, Smilzo, l’unico vero eroe per la bambina.

Da dove arriva l’idea di questa storia?

Questo è un sequel del romanzo precedente, si può leggere da solo però ha le sue radici in un altro testo. L’idea è nata proprio dall’attenzione che credo sia importante dare ai bambini, intensi però anche come metafora, cioè persone non in grado di proteggersi da sole. È un romanzo costruito su una storia avventurosa, con la volontà di trasmettere e far riconoscere in ognuno di noi quella parte buona e tenera che ogni essere umano ha.

Questa bimba incarna sicuramente il ruolo di bambina indifesa ma ha anche molto molto dell’adulto. Forse anche di più di un vero adulto .

Sì assolutamente. È una bambina forte, molto determinata, che è dovuta sopravvivere. Quindi ha una forza interiore enorme. È una bambina molto arrabbiata, bisogna dirlo. È molto arrabbiata con il mondo degli adulti che l’hanno maltrattata, e l’unica persona di cui si fida è questo strano uomo che ha avuto una vita molto movimentata e che ora è costretto a vivere lontano (per nascondersi dalla polizia, ndr). Anche lui, però, è sempre stato in bilico tra la retta e la non retta via, tra cui anche  disavventure giudiziarie.. Grazie al contatto con la bambina è come se fosse avvenuto qualcosa di straordinario: per cui la piccola inizia a fidarsi di un adulto, e lui inizia a fidarsi di stesso.

Questo uomo, che all’inizio del libro sembra il deviato della società, si rivela poi il perno di tutta la storia.

Si assolutamente, perché è un uomo che ha vissuto seguendo i dettami di questa società molto superficiale, quella in cui viviamo, dove conta il denaro, apparire, avere un ruolo importante, essere potenti. E questa realtà ad un certo punto ottunde le qualità interiori delle persone, per questo lui ha vissuto quasi recitando, senza conoscere mai la sua vera essenza. In questa circostanza invece finalmente viene fuori l’uomo. Perché se tu sei te stesso in una società come questa sei considerato strano: è necessario tenere sempre una maschera, anche buona, che ti serva come protezione.

Werner: la figura dell’avvocato, che in teoria dovrebbe interpretare la giustizia, si rivela esattamente l’opposto.

Sì, anche qui come nella vita, e mi preme sottolinearlo, c’è un ribaltamento dei ruoli e rivelazioni inaspettate. E soprattutto, c’è una sensibilità spiccata della bambina che è stata l’unica in grado di leggere veramente nell’anima di questo uomo. Tutta questa storia viene raccontata e vista con gli occhi della bambina. Quest’uomo rivela poi di avere avuto anche dei precedenti, una vita complessa. Noi e la nostra mente siamo dotati di tutti gli strumenti idonei per una corretta valutazione degli altri, bisogna considerare però che a questa, va poi a sovrapporsi lo spirito teatrale delle persone, che crea dei ruoli dietro ai quali si possono nascondere personalità totalmente inaspettate.

A proposito di inaspettato, l’inizio di questo romanzo, una corsa affannata e dolorosa in un bosco tetro, promette totalmente l’opposto di quello che in realtà poi è. Come mai questa scelta? Per avventura?

Bisogna che i lettori capiscano subito che questa bambina è veramente in pericolo. Anche se poi in realtà si tratta di un sogno. Perché lui (Smilzo, ndr) è talmente collegato mentalmente con questa bambina che riesce a sentire il suo pericolo. In quanto sogno ovviamente è molto esagerato ma se lo noti poi, è un passaggio che viene ripreso anche in altri punti del libro. Non è l’unico, c’è anche un pezzetto dedicato all’importanza della memoria e dei sentimenti che viene ripetuto con le stesse parole in due situazioni: una volta è Smilzo e una volta è Anna, la mamma della bambina. L’ho fatto appositamente.

A proposito di sensazioni forti: ci sono stati momenti in cui mi sudavano le mani. Per esempio quando Werner, l’avvocato dice alla bambina: “te lo ripeto per l’ultima volta, se parli, tua madre muore. Se ti ribelli, tua madre muore. Se non fai quello che dico io, tua madre muore” […] ”piccola idiota” […] “tua madre non vuole vederti più”.  Non ha avuto paura di esagerare mentre scriveva?

No, sai perché? Perché le favole dei bambini se ci pensi, Cappuccetto Rosso con il lupo che la sbrana, Hansel e Gretel con il forno che li brucia vivi, sono quanto di più tragico si possa raccontare. Perché nel mondo dei bambini è tutto eccesso. Quindi questo modo di esprimere rispecchia esattamente la visione di un bimbo. Io ho una vaga memoria di quando ero bambina: i terrori che si ha di essere abbandonati, di essere soli.. sono molto più grandi di quanto lo siano da adulti. Quindi non è un caso che ci sia un’intera letteratura (“Oliver Twist” di Dickens, Cosetta de “I Miserabili” ) che vive proprio sul terrore dei bambini. Io mi sono trattenuta a dire la verità, perché poi quotidianamente basta a aprire il giornale e si leggono dei fatti assurdi. La gente è in grado di fare queste cose. Io credo che sia importante far capire questo, perché le persone estreme sono irrecuperabili, ma quelle che vivono ogni giorno situazioni medie di litigio o scontro devono necessariamente ricordarsi che ci sono dei bambini, e magari provare a diventare un minimo più umani, più buoni. Forse ce o dimentichiamo troppo spesso.

Ha nominato Cosetta, e la nomina anche nel libro tramite il personaggio di Micci, l’assistente del commissario di polizia. È un personaggio che ho amato: è l’invisibile che si rivela il fondamentale. Come è nato questo personaggio?

Sì. Anche io l’ho amato! Ha delle intuizioni favolose. Alcuni dei miei personaggi sono persone che io vorrei davvero incontrare nella mia vita. A partire da Smilzo: il compagno ideale.  A me di Micci piace tantissimo, ed in qualche persona l’ho davvero trovato, la sua curiosità instancabile, il voler sapere con la grazia di non strafare, che però ogni tanto c’è. Lui è ammirato di questo, quasi un’invidia buona da parte del suo capo. Secondo me in questo libro c’è un cortocircuito di buono tra le persone, che aumenta la bellezza delle cose che circondano i personaggi.

Attraverso questo personaggio come anche altri, riesco a fare dei giochetti di cultura: uno stratagemma per inserire piccole “cose colte” che io spero che facciano incuriosire il lettore. Nomino tanti libri, tante canzoni e spero che il lettore sia spinto ad andare a leggere e ad ascoltare questi se già non l’ha fatto. Spero che anche solo uno vada a leggere I Miserabili se non l’ha mai letto, sarebbe già una gran cosa, avrei fatto la mia piccola parte per la cultura.

Ci sarà un “re-sequel”?

I lettori me lo stanno già chiedendo e per questo io credo che ci sarà. Non so quando perché stavo scrivendo un’altra cosa. Però ho già un’idea, e quando ci sono le idee c’è già il progetto. Vorrei riuscire a creare qualcosa che tratti ancora di contrasti di generazioni, di ricchi e poveri.

Lo stratagemma dei capitoli corti e i cambi di scena, sono studiati?

Sì come un film, ci sono i tagli e i montaggi. C’è una frase di Hitchcock che lui riferiva ai film ma che secondo me si addice anche ai romanzi, che dice: “I film sono come la vita, però con le parti noiose tagliate!”. E io penso lo stesso dei libri. Perché poi il lettore fa tranquillamente da solo i suoi agganci, non è detto che tu debba spiegare tutto per filo e per segno. Anzi, così lo annoi. Gli fai fare quella parte di fantasia che è importantissima, ed è pure divertente! E poi diventa più tuo il libro. In fondo ogni libro appartiene ad in maniera diversa ad ognuno di noi…

La cosa a cui tengo tanto e che mi piace tanto è la suspence. Perché credo che sia veramente importante. Io sono una lettrice prima che una scrittrice e leggo da sempre, non posso stare senza i libri. Cerco di scrivere pensando a come io mi sentirei leggendolo e capendo come far bramare la fine del libro al lettore.

Nel libro si riscontra tanto il contrasto “ricchi”, “poveri”.. “non più ricchi”, “non più così poveri”. C’è  anche una fitta molteplicità di contesti, culture, ambienti psicologici : si passa dal prete, all’ereditiera, al commissario di polizia poco colto e molto impacciato, fino al professore anziano e il barone russo.

Sì, Dimitri – il vecchio aristocratico russo (che poi non è proprio aristocratico) è anche un riferimento ad un film: “Anastasia” […] In questo film c’è il conflitto della protagonista convinta di essere Anastasia, ma nessuno ci crede, e quindi qui torna il essere/non essere… Mi piaceva inserirlo, e soprattutto mi piaceva far cenno al suo amico anziano, il professore, che gli dà fiducia e lo appoggia: non si chiede se realmente fosse un conte o cos’altro. Il rapporto e gli affetti, il capirsi fino in fondo e l’accettarsi così come si è, è molto importante.

Ecco perché ho aperto dicendo che chiamare questo libro “romanzo”, è riduttivo. Lo definirei più che altro una miniera di cultura d’oro, di spunti, di aspirazioni… C’è un intento preciso dietro questa storia, che comunque già di per sé tocca dal vivo il cuore. Un intento quasi mascherato da caccia al tesoro, e il tesoro è la cultura.

 

 

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