TGLFF:Panico Botanico di Alessandro Fullin

Ieri, venerdì 2 maggio, Alessandro Fullin ha presentato il suo romanzo Panico botanico (Cairo editore, 2014).

Intervistato da Enzo Rammairone, Fullin, che fa parte della giuria cortometraggi del TGLFF, muove le sue eroine tra ambientazioni surreali e passioni che stravolgono il cuore, mettendo al centro della storia un labirinto fatto di piante rare che carpisce la curiosità di Melania Bridge, studiosa di botanica. Un altro personaggio chiave è la signorina Prugineim, ossuta governante dall’acconciatura scolpita e il sesso indefinito.

L’autore dichiara che ha cominciato a scrivere il libro all’età di ventanni e ironizza sul fatto che ci sono voluti trentanni per pubblicarlo.

Uno dei temi fondamentali del romanzo è il tema del labirinto: “era un tema che andava molto di moda negli anni ’80. Era uscito “Il Nome della Rosa”, era in voga “Labyrinth” con David Bowie; è un tema che mi è molto caro e così ho deciso di inserirlo nel libro”.

Nel libro ci sono anche le influenze di Jane Austen e de L’amante di Lady Chatterley.

L’idea, spiega Fullin “è che con le forme del passato (abiti ottocenteschi, lampade ad olio etc.) si potesse parlare del futuro.”

La protagonista del libro è una donna ed è eterosessuale, è chiaro quindi che siano entrambi elementi che non appartengono all’autore, quindi sorge spontanea la domanda perché il romanzo è scritto in prima persona e al femminile? La risposta dell’autore è semplice e di grande effetto: “perché è l’unica scrittura che mi riesce. Se penso ad esempio a dover descrivere un uomo che entra in una stanza ed appende un cappotto dirò << entrò e appese il cappotto>> se penso ad una donna, invece, mi vengono in mente moltissime cose da descrivere come il foulard, il cappotto, la lacca e il libro si scrive da solo.”

È interessante notare che nella letteratura ci sono molti esempi di donne che scrivono con la prima persona al maschile, si pensi alla Austen o uomini che scrivono usando il femminile, la differenza, spiega l’autore è “che le donne, soprattutto in passato, erano obbligate a farlo, gli uomini lo facevano per diletto.”

La natura in questo libro è spesso matrigna questo rappresenta molto il rapporto dell’autore con la natura che ammette di avere un vero “pollice nero”.

Lo stile del romanzo è molto calibrato, asciutto; i personaggi sono persone per bene, quasi ottocenteschi; alcuni passi ricordano addirittura lo stile poetico di D’Annunzio. L’autore ammette di essere affascinato da alcuni termini della lingua italiana come la parola “batrace” (bàtrace (o batràce; anche batràcio e bàtraco) s. m. [dal gr. βάτραχος «rana»], letter. – Rana, rospo. Il plur. bàtraci o batràci è talora usato nella sistematica zoologica come sinon. di anfibî.- vocabolario Treccani) e pur di utilizzare il lemma in questione Fullin è disposto anche ad inventare intere parti della storia. Il romanzo è scritto con uno stile desueto ma in modo futuristico.

Inoltre, è interessante notare come questo libro sia, a detta dell’autore, una sua rivalsa, in quanto il suo ruolo televisivo, e pensiamo alla professoressa Tuscolana, è un ruolo bidimensionale: nella tv comica bisogna essere elementari, riuscire a far ridere immediatamente. La tv per l’autore è un “tritatutto”.

Così Alessandro Fullin ha deciso di mostrare la sua poliedricità attraverso l’arte: dipinge quadri che lui stesso definisce depressivi, ha una scrittura che crea inquietudini.

Nella conversazione c’è anche spazio per la tematica della madre e nel suo romanzo troviamo inoltre i temi della morte e dell’amicizia, tematiche molto care all’autore. Dice che per gli uomini gay è sufficiente guardare le loro madri e fa l’esempio del ritratto della madre di Guido Reni sostenendo che lo sguardo severo di questa donna spiega molte cose sulle difficoltà che avrà il figlio.

Un ultimo curioso aspetto del libro sono gli insoliti nomi dei personaggi:Melania Bridge, la signorina Prugineim, Esteban, l’autore giustifica queste scelte ammettendo di avere una vera passione per i nomi difficili a tal punto che chiude l’incontro dicendo “se avessi una figlia la chiamerei Ebola”.

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