Sette diavoli – Marco Archetti

Titolo: Sette diavoli
Autore: Archetti Marco
Casa Editrice: Giunti Editore
Genere: Romanzo
Pagine: 182
Prezzo: 12.00 €

Il mondo non è un paese per vecchi. E di sicuro, questo non è un romanzo per tutti.

Prima di leggerlo mi chiedevo cosa intendesse l’autore, quando, sulla quarta di copertina, ho letto che il libro era “teso come una fucilata” e che l’aveva scritto “con furia”. Due giorni dopo mi ripetevo per l’ennesima volta che nessuno riesce a conoscere e a spiegare ciò che sta dietro a un libro quanto chi gli ha dato la vita.

Furia, esatto, la furia che investe il lettore fin dalle prime pagine, dove le frasi che superano le due righe si contano sulle dita di una mano, senza nemmeno usarle tutte. Un ritmo incessante. Via. Una dietro l’altra. Domande, dubbi, emozioni condensate. Pum. Pam. Una raffica di spari amari e freddi. La vita di una donna che si ricorda bambina e si chiede perchè. Una narrazione in prima persona che aumenta ancora di più la tensione.

“Io guardo Maurino che dorme col mento lucido di saliva e penso: che ci faccio qui? Facile: mamma è morta e di papà non si sa niente. Ecco che ci faccio” (pag. 7).

Niente giri di parole, una Verità che esce già dalle prime pagine, e con le sue mani nere d’inchiostro e dolore, prende a schiaffi il lettore sbadato, e non chiede, ma impone, di essere letta e ascoltata con attenzione. Senza voler mandare messaggi o lezioni a nessuno: “Io voglio solo servire la storia che racconto e svanire dentro di essa” (quarta di copertina). Sette diavoli è il romanzo degli ultimi: un’orfana, un ritardato, un gruppo di prostitute. E sullo sfondo, niente di meglio: ladri, assassini e tutta la disillusione dell’Italia appena uscita dalla seconda guerra mondiale.

“Una volta, fuori da un bar, un tizio aveva detto: Dopo la guerra il lavoro lo troveremo sugli alberi. Invece no, c’era ancora tanta gente che non sapeva cosa fare e se volevi lavorare in fabbrica ti toccava andare a piangere dai preti”.

Ecco il perchè del ritmo e della furia: niente fronzoli, niente descrizioni pompose, solo frasi rapide, taglienti, crude, com’è la realtà degli ultimi. Quella che normalmente ci si dimentica o non si vive. E venirci buttati dentro di colpo da una bambina che parla e pensa come una donna, costretta a lavorare in uno scatolificio di Brescia per colpa di uno zio alcolizzato… beh, “è roba forte, ragazzi”. Tanto che sulle prime, qualche volta, il libro lo devi anche appoggiare e chiederti come sia davvero il mondo “là fuori”. Sei quasi spaventato.

Poi però lo riprendi, ti conquista, ti abitui a quel mondo che avevi rimosso, quello degli ultimi, e riparti, senza appoggiarlo più. Passi dal “non possono capitare tutte a questa povera bambina!”, al dirti che probabilmente c’è qualcuno davvero con una storia così, dimenticato da chi non le offre lavoro perchè “terrona”, dimenticato da Dio, ma accolto fra le braccia del “vicolo”, nel quartiere del Carmine, il padre-padrone di tutti i personaggi di Sette Diavoli. Ti accorgi che fare frasi corte non significa rinunciare a descrivere, ma solo descrivere più in fretta, badando alla sostanza, come insegna la vita del vicolo.

“La casa è immersa nel buio. Le persiane sono chiuse e c’è uno spettro impalpabile, di borotalco, che naviga nell’aria. Insomma: la vecchia è cieca, la casa anche” (pag. 84)

E sullo sfondo, le domande continue di Egle a Dio, che le ha dato in sorte questa vita. Le domande di una prostituta che a testa alta parla con noi e con Lui soltanto del suo passato, perchè sa di non avere un domani e di non poterlo regalare a suo fratello. Il tutto immerso in un faticoso e non richiesto stare al mondo. “A me non me ne fregava niente di quelli che venivano a farsela con me. Non me ne fregava niente di parlarci, di ascoltarli. Perchè ognuno ha la sua storia, ma la musica non cambia. E in una cosa, belli, brutti, alti, bassi, magri o grassi, ci assomigliamo terribilmente: fai e briga, siam tutti da capo ogni giorno. A che serve parlare? (…). Qui nessuno chiede aiuto, infatti non ci sarà mai chi ci verrà a salvare. Noi abbiamo smesso di volerla, la salvezza. Dopotutto, cosa ce ne facciamo? Noi dobbiamo solo arrangiarci” (pag. 136).

La storia di qualcuno senza nulla da perdere, che vive “in un culo di bottiglia, sul fondo”, e che ha afferrato la felicità troppo poco spesso per credere in qualcosa o Qualcuno altri da se stessa. Un libro da domare, ma che sa regalare molto, a chi lo legge senza pregiudizi. Come, spesso stupendoci, sanno fare gli ultimi.

 

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Sono un viaggiatore, sia con la testa che per davvero. Un vagabondo che sproloquia di chimica aspirando a conoscere tutte le lingue del mondo, per crearsi amici dappertutto e storie da raccontare attorno a un fuoco. Ma in realtà il mio piccolo mondo antico di Bizzarone è il posto piu’ bello del mondo, e la parola che preferisco è quella distesa sulla carta, con la tastiera a far da tramite tra il bailamme nella mia testa e il mondo là fuori. Nella mia stanza troverete di tutto, Hobsbawm e Walt Disney, Calvino e Paolo Villaggio; ogni libro ha qualcosa da dirmi e da insegnarmi, ha voglia di giocare con me e farmi sognare. La fantasia, qualche birra, la mia bici, la mia ragazza e i miei amici: sono il papero disastro piu’ ricco del mondo, come dovremmo sentirci tutti piu’ spesso. Se 5 righe sono troppe ditemi che la accorcio...

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