L’ElzeMìro – Una lettura reticente

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                                                 Jamie Wyeth (1946) - Other voices

C’era una volta una lettura che, letta, non desiderava essere compresa. La infastidiva quell’eventualità che indovinava appesa tra le spade di damocle all’olimpo e se, per aggirarne la ritrosìa spinta con arte all’illeggibilità, qualcuno avesse osato domandarle di rivelare di che trattasse almeno, essa o lei rispondeva con mal tratto, Io non tratto. Peggio andava per chi nei modi d’uso, si fosse spinto a chiedere dove volesse parare quell’appannarsi, sfumare, dileguarsi delle parole tra le parole; ardita e sincera senza parere, con un buf essa o lei confondeva l’ordine proprio al suo scacchiere, senza che all’occhio che guardi risaltasse l’ammassarsi d’ubbidienti virgole, e che all’orecchio spione da sopra o tra le righe arrivassero i respiri, così che il lettore ardito vi si arzigogolasse anziché dipanarsi, simile a legionario che tra nebbioni cimmèri frastornato, avanzasse senza sapere verso quai nemici, se Ordovìci o Briganti. In questo o quel suo sigillarsi dietro il suo né-dico-né-sono qualcuno intravedrà analogia con il meno noto tra i labirinti, non quel di Cnosso dunque ma dell’esistere; con la differenza che né oscuro mezzo toro avrebbe atteso un tentennante sgomitolatore di fili all’andata né, al ritorno, il fulgore della benigna amante allo svoltare dall’ultima svolta sintattica. Il peggiore dei trattamenti però era riservato a quanti senza domandare e senza assumere l’assetto del dubbio, a furia di siccome da un che spesso seguiti, ballonzolassero in acrobatiche asserzioni su segni, simboli e aporìe, ma sorvolando poi sulla cecità dei vicoli intrapresi, con un furtivo abbassar d’orecchie o con un alzar di spalle o voltarle del tutto, volpi con l’uva insegnano; come chiamare costoro se cialtroni o saccenti o conigli, è una domanda cui la lettura reticente corrispondeva diluendo nel miraggio la risposta sì che per quanto uno si sforzasse, era quest’ultima a svanire, a mancargli per così dire tra piedi e cervello, articolazioni non di rado sovrapposte, e allora via a volteggiare come foglia di tè farebbe in lavandino pieno, prima di sparire nel gorgo dello scarico. Per dirla tutta, per completare un paragone utile a fingere il mulinare delle questioni che la lettura offriva al più ostinato dei lettori, stava a quest’ultimo decidere se lasciarsi risucchiare fino nel fondo o al vertice d’un vortice, pure accorgendosi alla fine di sprofondare solo nella poltrona morbida dove le sue natiche posasse, in uno di quegli istanti vaghi tra ordinate e ascisse dell’eternità. Altro momento non si dà.

Béla Bartók – Musica per archi, percusssioni e celesta – https://www.youtube.com/watch?v=m129k5YcQnU

 

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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