L’ElzeMìro-Olio di lino 7a – Malagueña salerosa

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Fatti e pensieri di Ph nel corso di una gita solitaria, verticale e intesa salutare, commentati e integrati in una narrazione che del personaggio rivela il profilo sommario.

Salir sempre salir. Nonostante li abbia fatti passare con grandi grüssgotti (leggi salutamaddio), la funesta euforia d’una cooperativa di gitanti in comunione alpina, canterini in erba ché ogni carne è come l’erba, come un fiore di campo, l’erba inaridisce, i fiori cadono (Pietro-lettera 1, 24), tutta quella deliberata letizia di voci affannate sul sentiero dove il Signore che allevò l’acciaio* (Der Gott der Eisen wachsen ließ, ha ruminato Ph a parte e fuori contesto dunque incompreso per chi lo avesse ascoltato) ha seminato sassolini, fiorellini, erboline da calpestare e serpentelli da spaventare con lo strepito di certe zagaglie d’alluminio da batterci e infilzarci la terra dura; tutto quel marciare nell’estasi di ululata Biblebabel e ruttata salsiccia infastidisce Ph, frugivoro sovrappeso certo ma che la dieta curativa ha irretito al poco e al meno del menu, onde sogna adesso di potere suscitare valanghe assassine, sfracelli di massi e di frasche su quella in particolare ma, in generale, su qualsivoglia brigata convinta della necessità di sue odi al dio di birra, spuzze e spätzle, sudori, sorrisi e desnudamenti di petti e varici; al passare avanti ringraziano i fringuelli tuttinsiemappassionatamente, ignari che Ph non pratica la simpatia semplice né la cortesia alpestre, ha solo voluto lasciar defluire tutta quell’adorazione del mistico ostello e anagogìa di calzettoni.
-Elisir elisir di Nembutal a tutti… poi giù in fonderia ché si elevino al cielo… sì sì trasfigurati in acciaio…(mastica Ph tra sé noncurante di nascondere il suo dire). La sua letteratura, come ognun sa, è andante moderato con sentimento, è vero, ma percolato di un pensiero còntrariwise stürmisch bewegt mit größter Vehemenz, mosso tempestoso con la massima veemenza, come una quinta di Mahler, secondo movimento, casomai a qualcuno suonasse l’esempio; per chi alla musica è ostile o ne ignora i particolari si tratta di divisarsi Ph tale e quale un mongibello di rancori eruttivi ma sottomarini, flegrèi e ruggenti al creàme cui egli attribuisce peso uguale a quel che alle sue vittime accorda il demone Tsunami; eliminare calzettieri canterini o ciabattieri in eucaristia d’odorosi sensi, ha da essere (così vagheggia Ph) il passo fatale di un demiurgo minore ma che intenda, voglia e possa ordinare coerenza a un mondo di altrove, di allato, di rappresentazione invece che di volontà; se dunque nel reale, per quanto frutto della sinistra finzione d’un Prospero senz’attenuanti, i canterini nascono, prosperano, e si duplicano ahimè, all’altro mondo, quel di parole, ai tormenti di queste soccombano allora. That philosophical maelstrom che avrà lontanato il lettore da queste righe (già fischiano agli orecchi i nosicapisce i maccosavuoldire) immaginarselo organizzato nei blocchi catafratti dei testi standard di Ph (Fenótipos, Entanglements, Lapislazuli, quest’ultimo in gestazione qui da prima della quarta puntata) fondati quelli, costruiti, fabbricati con travi, traverse, flange, montanti imbullettati da un pensare ermeneutico, epistemologico, in parole povere scientifico; romanzi senza storia quei di Ph, senza intreccio, senza presunta psicologia dei personaggi (la quale però vende oh sì che vende signori miei) e còntrariwise incernierati a un unico dubbio, lo della minacciata impossibilità di scrivere, data l’altèra inabilità altrui a leggere. Il pubblico, folla culto di sé stessa che ritiene le parole corrispettivo dei fatti, accessorio di una realtà ribollita, propagandata fide, strilla subito alla lanterna (à la lanterne), desidera appendere in alto per far cadere in basso, nella superstizione (conclude Ph), affare esclusivo di verba i cui danni permànent. L’abito fa e disfa il monaco (Ph ne è certo), è il fondo d’affresco su cui si riflette un’ombra che affiora, avviene talvolta, as a freak.
-L’uniforme… altro che (sale attratto dal chiarore fuor dalla foresta Ph e continua a conversare con sé, per l’abitudine a perseguire e terminare, dice, parole fuori posto o superflue) l’uniforme non solo è segno di eleganza in quanto ordine interiore ma… ma la tabula rasa su cui si può anche posare per propria intuizione il disegno di una rosa… oh sì rosa rosa sì… e più l’abito neutralizza ogni parvenza di scelta più distingue… stante che è la divisa una scelta di distinzione… la sovrastruttura gassosa che è l’io mio… il maschio penne e bargigli ostenta un retrobottega o magazzino che non c’è…

In arte Phil, ovvero Ph(Fi), ecco il nome per intero registrato alla reception del massiccio castello Grand hotel et des Alpes gourmandes (mirabile vista lago), Philògamo (colui che brama le nozze) Vallisnèri, professore di letteratura italiana, avalla Linkedin e precisa a*** (si omette perché le sedi universitarie non sempre gradiscono essere assimilate e meno ancora coinvolte nelle storielle dei loro docenti). Insegnare e scrivere escàttedra sapendo che poco importa per chi, e nulla perché; le cosìddette humanities sono considerate coralmente disfunzionali, un gran cercare di afferrarsi la coda di cani albini a pelo raso; cultura senza fine o esercizi di compunzione per possibili giornalisti, comunicatori, storytellers, copywriters, ghostwriters, hack writers, presso qualche Shakes & Bears della banchisa bianca; Ph ha superato questa boa, i suoi sono libri da biblioteca, cultùrie che mescolano storia e trasfigurazione della stessa (così la racconta lui, Ph) quando ad altri, ai più, paiono sabotaggio d’amore**, quello universale in voga, noia, ostili all’ecumène. Ma non è poco per chi sia disceso da nonni discesi dallo scalandrone di un mercantile di terza classe, e risaliti da popolo a cittadini; padre poi con manie greche, filo-gámos, e piccola azienda di arredamento per grandi magazzini; nobilitante la madre ballerina, vero.

Recitativo interiore accompagnato. Accompagnamento discorde col paesaggio di abéti ed èbeti alpìvori, Ph sale tuttavia lungo quel sentiero, non ripido, non piano, tra panorami illusionistici, al tempo danzante del todopoderoso 6/8 di malagueña salerosa. Ph subisce il dono, la maledizione della musica, il baile; più di preciso gli capita che un motivo, colta e toccata in lui una nascosta o imprevista corda molle, gli inoculi in perfusione lesta e profonda una salvia divinorum, una mescalina, un peyote che per ore e ore ne dilata le percezioni e i sentimenti, su e giù per gironi e gironi, con la persistenza di un tinnìtus, ovvero segnale morse d’ultima spiaggia; sale così con lui di 6/8 in 6/8 la  malagueña, ottovoltando nella volta leggera non sappiamo dire se della sua anima o, in alternativa della sua scatola cranica.
-Oh che pallide palle di tutto questo cielo blu cielo, esclama inaudito Ph che di scarponi, gamboni e sederoni e sederini in lista di attesa non ne può più. Sale però, sale, confortato dall’immaginarsi com’è che lui appare adesso a Sciùa (sua malagueña privata s’è convinto Ph) dopo giorni e giorni di tisane e verdura e frutta cotta e cruda, prugne e pere soprattutto, zuccheri sottratti, olio di lino, qu-coenzimi, semi, curcùma e pepe di Lanzarote, eccola fatta la dieta Kracau, ch’egli ha rinominato Dachau. Ebbene, venticinque chili di meno dopo, sei solo i primi giorni sei, un aspetto umano ora del cui ricordo si compiace, e una freschezza ora, e libertà di caderas (anche o fianchi) e spina dorsale che lui attribuisce in toto però alle cure della sua Sciùa, oh Sciùa malagueña; e vorrebbe averla con sé lì sul sentiero la Sciùa salerosa(in pantaloni da aviatora sì sì quei che le donano assai, e se possibile però, con di sopra solo il reggiseno di un certo suo bikini fantasia ah) ma, nel turbine di questi sussulti pericardici, Ph si devia, prende il telefono e registra, clara voce…
-La complessità dell’accadere… degli accadimenti… di ciò che accade rende impossibile fissarne… fissarne la loro… cosità… mettere ordine… quindi altro non si può fare che sedersi e guardare… lasciare che su una retina su un timpano su una corteccia cerebrale si formino delle impressioni… il modo è dunque la totalità delle impressioni… o così pare a me e a chi l’ha detto per primo… Protagora Locke o Condillac… non ricordo chi… malagueña salerosa e poi…
Poi si siede, guarda la monotonia devastante di ghiaioni, cordigliere, piz e vedrette e quel po’ di alti ghiacci spezzati dal disgelo incombente, i laghi verde salvia, i làrici quei sani e quei malati e, alla fine di quell’enumerazione involontaria di cartoline, malagueña salerosa accoglie la gàrrula agonia del pensiero; ora più che il paesaggio a volo d’uccello, i prospetti da meditazione, a Phil piace sorvolare lo scorcio di sé che accarezza invece la Sciùa verso e controverso pelo così, inattesa, lo pizzica una rima.
-Oh Sciùa malagueña de terciopélo/ oh piel de seda vellúda y tupída/ por dos urdimbres y una trama formada/ malagueña salerosa besar tus labios/ quisiera, malagueña salerosa/ y decirte niña hermosa/ ojos bonitos… ecco le strofe si permettono di sospendersi, lo contemplano da lontano e dicono, Taci alfine oh cretino, taci dentro. Anche Sciùa gliel’ha detto, ha osato, transitando di recente da signor mio a Phil, e per burla ma, sospiro nel respiro, occhi negli occhi… la bella Sciùa che adesso egli vagheggia di nuovo nel suo camice azzurro a sciogliere i nodi dolenti a’ muscoli altrui, oh bella Sciùa, Que bonitos ojos tienes/ Debajo de esas dos cejas, uno, il sinistro divergente e…
-Adorabile mi dici Phil e sei galante… ma è solo strabismo… di Venere ma non curato…
Con ciò Phil decide che chiederà a Sciùa di partire insieme a cura finita, via da lì, dalla soteriologìa di vette, bocchette e lasagnette d’alghe, via al mare, al mare aperto, vento, nubi e luce, Sciùa, malagueña e oceano là dove esso comincia e non finisce. L’oceano che non ha mai scoperto l’America.

BARTURO 10

*parafrasi del primo verso dal poemetto Vaterlandslied (Canto patrio) del poeta nazional-democratico tedesco Ernst Moritz Arndt (1769 – 1860) il dio che  crescere il ferro fe’.
** cit. Le sabotage amoureux – Amélie Nothomb – Le livre de poche ed.

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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