L’ElzeMìro – Favolette brechtiane_Il teatrino di San Bonaventura

Donkey, 2019 by Eckhart Hahn (b. 1971)

C’era una volta e due e tre un paesino lontano, in cima a una collina erta, tra i monti e un mare interminato. Era così lontano che nessun santo né di quelli più né di quelli meno accreditati alla santeria regionale itinerante ci si avventurò mai nel più passato dei passati remoti. Sicché alla sua nascita nessuno aveva idea di come chiamarlo ‘stu paesino cioè, secondo l’uso assodato dal tempo, a che santo votarlo. Del resto agli albori di questa storia si trattava di quattro case disposte a quadrato come addìre, amici di qua , di là nemici ( chissà dal mare che cosa potesse arrivare immaginarsi, e da terra poi, a volte peggio) ai bordi di una strada di polvere da luglio a ottobre, di fango da ottobre a dicembre, di ghiaccio a gennaio e poi di nuovo di fango finché il fango non si seccava sfarinandosi di nuovo col caldo di luglio. A destra e sinistra della strada, come su una casella di monopoli, si erano posate man mano delle altre casette, poi si slargò una piazza e poi le case presero a moltiplicarsi e poi, uguale a una ginestra che getta il suoi rami, delle viuzze tra le case. Poi, quando i campi dapprima e i commerci via via  e le esigenze e i ghiribizzi e i lai per questo e per quello presero a crescere in volume e importanza e insomma il paese a prosperare, le strade furono lastricate, illuminate di notte e persino pulite e lavate di giorno da un apposito corpo di lavandarini. A quel punto il paese si chiamava da tempo San Bonaventura.

Le cose erano nate da un fatto così: un tipo che santo non era del tutto o per niente, a quanto pare, ma solo un tale senza storia e memoria che a dorso di ciuccio in una sera buia e tempestosa, come succede spesso a chi va per una via, era stato colto da un illuminazione, cioè da un tuono possente  e da una saetta folgorante che gli cadde a pochi piedi di distanza, e incenerì qualche olivo con l’erba intorno. Egli cadde anche lui, anzi rotolò dal mulo e rotolato com’era prese a piovergli in capo e dappertutto e il tipo solo a fatica raggiunse quelle casette a quadrato dove vivevano alcuni radi contadini. Capitato tra quei villici, Per bonam venturam, smaccheronò il tipo, sgrondandosi come un cane e congratulandosi con un padreterno di sua ascendenza. Al sentire questo detto, églino contadini, gli levòrno le emme di cui non capivano e decidèttero lì per lì  che l’in dove abitavano si sarebbe chiamato Bonaventura. San fu aggiunto dopo, quando si dice che dall’arrivo e alla partenza del tipo, i campi presero a fiorire come mai, gli alberi de frutta fruttificarono, le quattro vacche si sgravarono, la vite produsse la vita e l’olivo si spremette da sé – ma si sa come ragiona certa gente: vede cadere una mela e pensa subito che si tratti di gravitazione universale –. Per noialtri, gli spiriti moderni adusi al razionale è facile addìrsi che fu invece solo merito della pioggia che, per puro azzardo, da quel giorno anzi prese con regolarità a innaffiare quella terra. Il tipo non c’entrava e non era né stregone né mago né in alcun modo uomo da preghiera, e asciugata la gabbana inzaccherata e gli stivali umidi e confortato dal caldo, dal cibo e dal vino e dopo alcune belle dormite, pochi giorni appresso la sua bona ventura, tante grazie se ne andò e la revedere a mai più, e mai più si fece vivo.

Com’è come non è, crebbe il paesino in ampiezza, importanza e ricchezza, poveri veri ve n’erano infatti pochissimi, e poi non erano così veri perché nel paesino il comune provvedeva ad aggiustare i guai dell’uno o dell’altra, procurando terra a chi l’avesse persa, ccasa a chi gliene fosse abbbrusciata quella in dove era vissuto fino all’incendio, e a chi ne mancasse, un faticare che lo remunerasse. In altre parole i paesani non volevano gente a bighellonare e così si tassavano perché tutti, chi difettasse di che, di che a spese pubbliche fosse fornito. Oggi diremmo un paese quasi socialista. E come s’è detto dianzi, piccoli lettori, col crescere delle sue dimensioni, della sua importanza  quale punto di sosta e riposo per le carovane che andavano al mare e che dal mare venivano, ricche di merci; col prosperare dei campi e dei negozi e delle attività concorrenti di falegnami, ciabattini e idraulici, poco a poco si fece strada nella popolazione il sentimento che a San Bonaventura mancasse un teatro. Un teatro d’opera per la precisione dove le parole prendessero con la musica e la danza il volo, a riposare i cuori dalla fatica del giorno con la dolcezza della sera. Questo sentimento era stato portato in paese da alcuni tra loro paesani che avevano viaggiato e visto che nel mondo educato e civile non v’era luogo che non avesse il suo teatro d’opera e, ascoltate queste opere, gliene erano piaciute di molte. Tante, ricche com’erano di decoro e canto, attività di cui a San Bonaventura, fino ad allora non era stato possibile nemmeno sospettare, non si dice il bisogno, ma nemmeno l’esistenza.

Alcuni tra i più facoltosi tra contadini, mercanti e artigiani si riunirono dunque in consiglio comunale, fecero il loro quattro conti, si domandarono di quanti muratori potevano disporre in paese e quanti se ne potevano far arrivare magari dalle campagne meno lontane. Tirarono le somme e si fecero convinti che l’opera poteva essere e si sarebbe compiuta con un modesto esborso per ciascuno e il contributo della popolazione tutta alla sua realizzazione. C’era bisogno infatti di sarte per cucire, di cordai, e di massaie non poche che allestissero ogni mezzogiorno la larga mensa di muratori, di carpentieri, di falegnami, tettaioli e pavimentatori intenti alla costruzione. E c’era che i droghieri, i macellari, i pizzicagnoli, ognuno avrebbe dovuto e volle dare il suo contributo all’opera dell’opera. Quanto al nome da dare all’edificio, come a seguito della tradizione locale, ci fu un ampio tentennamento. Nessuno aveva chiaro se e a che cosa votare il teatro in facimento. Da ultimo a qualcuno che era stato in giro per il mondo e sapeva di questo e di quello e che aveva visto un teatrone immenso in un paese così lontano da non potersi esprimere la distanza in miglia e che di quel teatro aveva portato nel cuore e su carta i fastosi disegni, venne in mente e suggerì di chiamare il teatro piccola scala, poiché la più grande stava laggiù tra le nebbie di una piana stucchevole e umida. Poi però, poiché nell’opinione di molti imitare non era segno di saggezza e di umiltà, tra chiacchiere chicchere e babbà, datosi il fatto vi fosse di fianco al teatro in fabbrica una delle strette scalinate che si inerpicavano tra le case su per il sommo della collina col suo boschetto pubblico, fu deciso infine all’unanimità che esso teatro si sarebbe chiamato, Sc-calinatiellƏ . Con ciò a precisare che da quelle parti i paesani parlavano così: là dove la esse incontrava l’ostacolo di una pi o di ti, di una ca o di una che, essi la scivolavano giù, come crema pasc-ticcera, così da tramutarla in sci. E nelle finali poi, sempre indecisi se marcarne o meno l’importanza, lasciavano correre la fantasia dell’ascoltatore sul, allofono si dice, un suono indeciso dove andare nel parlato se a casƏ o in piazzƏ cari piccoli lettori, di modo che il genere, la quantità, la qualità della parola detta restasse nel vago, pronta a contraddirsi o scusarsi fosse stata oggetto di approfondimenti e di indagini e di chiacchiere che spesso suscitavano i dibattiti accesi nella locale accademia de Li Prosc-perosi. Là dove una popolazione ormai avvezza a prendersi del tempo per far niente dopo l’operosa e fruttuosa giornata di lavoro, si radunava con la pretesa del pensare a tutto sesto e, come di direbbe oggi in una parola, di far cultura.

Furono così impegnati gli operai e i materiali e principiarono i lavori. Ci volle un po’ ma alla fine l’Opera della Sc-calinatiellƏ  fu pronta per l’inaugurazione. Poiché tuttavia non era stato previsto un come inaugurarla fu deciso che per alcuni giorni il teatro sarebbe stato aperto solo alla curiosità di chi l’avesse voluto visitare e basta, giusto per sapere come fosse fatto un teatrƏ. Gli abitanti ogni sera, quando si accendevano le luci all’interno dell’edificio tutto bianco e rosa di fuori come una torta succulenta, e dentro cremisi e oro come l’abito di un’imperatrice, si dispersero tra frotte di ohh ed ehh di stupore per tanta bellezza. I bambini ammiravano con gli occhi lustri le corde legate ai mantegni, le quinte già predisposte per spettacoli futuri ricche di pitture evocative di castelli, dirupi e sperdute  immaginarie marine, correvano su per le ripide scale dei ballatoi fin su in graticcia e con non poco pericolo di catafottersi abbasso. Le bambine chissà perché da quelle tavole di legno lustro e profumato di balsami che erano il palcoscenico si sentirono ispirate, tutte senza distinzione, a sentirsi principesse; per breve tempo libere dai genitori giocavano a incoronarsi e titolarsi e a leticarsi poi se valesse più una duchessa o una marchesa o una semplice contessa, ignare del tutto di ciò che il nome venisse nella pratica sostanza addìre.

E finalmente l’opera arrivò. Fatta arrivare tra mille peripezie e spese si stabilì in paese l’orchestra, tutta di gente in marsine nere, il coro e i cantanti nei loro costumi sfarzosi, con sciarpe intorno al collo e palandrane ricche e pesanti nonostante, a quel tempo, il clima mite con tendenza al caldetto. Poiché in paese gli alberghi erano uno e intesi al ristoro più dei cavalli e dei muli che dei viaggiatori tutti adusi non alla mollezza delle piume più sensibili  ma alla spartana povertà  degli accampamenti, in San Bonaventura si fece a gara tra chi aveva e stanze e appartamenti adatti nell’ospitare tutti quegli maestri, come s’era sentito che i tali si chiamavano tra loro. I maïsctrƏ, per non smentirsi. Sc-calinatiellƏ  colse le attese e le ambizioni di San Bonaventura con un’opera dal titolo strano, Magellano in cui – lo si capì per lo più il giorno dopo – si narravano le avventure di un capitano di vascello, tale Magellano appunto e dalla voce tenoria, che innamorato perdutamente del miraggio della bella principessa di un popolo misterioso, Berenice, tutta vestita come una caramella e dalla voce sopranila, partiva alla ventura per conquistarne il core, osteggiato in ciò dal padre di lei, un basso e goffo e asciutto e marrone e tutto inteso a dimostrarsi signorile nel gesto, Arcano, re di Arcania. Poi tutto finiva bene – il coro finale strillava, Inaffiati sian gli sposi/dalla luce di speranza/ benedetta sia la stanza/ de’ lor tumidi riposi – ma lì per lì i paesani, nessuno capette niente della storia; però fu subito catturato dalla meraviglia e del canto in sé e dai prodigi degli strumenti che ora suonavano furibondi come presi da un generale è tardi è tardi, ora se la sciallavano lenti come a uno struscio domenicale; lo stesso facevano con le voci i cantanti, ora appuntandole ora stirandole. Le scene infine erano quanto di più inaspettato si potevano aspettare i sbonaventuresi.

Il giorno appresso ovunque, dal pizzicagnolo e alla posta, in banca e nella bottega degli idraulici non si parlava d’altro che del Magellano. Gli accademici si premurarono tra l’altro di diffondere per quanti sarebbero intervenuti alle seconde e terze a altre rappresentazioni, un riassuntino con la cognizione della storia. Nessuno l’avrebbe potuta sospettare infatti tra tanta abbondanza e ridondanza e felicità di ingegnosi accenti e trilli e scalette non solo ascendenti ma anche discendenti su cui le voci di ogni singolo sembravano arrampicarsi, per  scapicollarsi poi con la felicità di un ghiacciolo lungo un’assa obliqua. La fortuna del Sc-calinatiellƏ  fu fatta. Magellano restò in cartellone – apprendettero a dire gli sbonaventurini – per diverse settimane; chi già c’era stato vi tornava e ancora e ancora; quasi tutti impararono a memoria le cantatine più importanti, le arie, anche quelle che si davano arie, ovvero quello che di più attirarono l’attenzione delle orecchie. I cantanti e i musici tutti non finivano di stupirsi per quella giocosa e infantile accoglienza e, poiché stando lì non spendevano nulla ed erano spesati di tutto a spese del Comune, non parve loro vero di fermarsi in quel paese come turisti, cioè senza alcuna responsabilità.

Passò così del tempo felice in cui i titoli si succedevano ai titoli, Catalogna liberata – che tutti intesero la verdura e durarono fatica da chi essa fosse liberata e perché – Beatrice in Assiria, Le nozze per dispetto, L’avello d’oro, La duchessa di Bergamoth. Tutti successi.
Fortuna del teatro. Malcontento invece del ricchissimo speculatore Malaquaglia della lontana capitale. Saputo di Sc-calinatiellƏ  piombò a San Bonaventura in segreto, vide alcune recite de Il sogno di Giacomino, rise di gusto e pianse di rabbia. Quel teatro doveva essere suo. Non per farlo funzionare meglio, al contrario. Comprò il teatro durante una trattativa notturna col nuovo sindaco cui promise una parte astronomica della cifra di acquisto se si fosse fatto convinto e avesse annunciato alla popolazione l’indomani che i conti non tornavano, che Sc-calinatiellƏ  era troppo costoso da tenersi aperto, che Malaquaglia comprando avrebbe portato benessere in più a San Bonaventura e fatto funzionare ancora meglio il teatro. Così fu e i paesani ne furono chi contento chi sospettoso, però tacendo, acconsentirono.

Sc-calinatiellƏ  fu all’improvviso impacchettata dentro tremende impalcature chiuse a loro volta da teli pesanti e tali da non far vedere nulla di ciò che accadeva lì sotto. I rumori di seghe e martelli, di carrucole e di uomini all’opra fece dedurre che di Sc-calinatiellƏ  fosse in corso una ristrutturazione importante. Malaquaglia gioiva al caffè de’ Li Prosc-perosi e sorrideva agli accademici chiamandoli amici e dicendo a tutti che gli chiedevano dei nuovi lavori, Vedrete vedrete. Infatti avrebbero visto e videro. A lavoro finito, in una notte nera di bufera, Malaquaglia fece smontare i ponteggi e avvolgere Sc-calinatiellƏ  in chilometri di carta preziosa da pasticceri. L’indomani quando la  folla tutta di San Bonaventura si radunò nella piazza davanti al teatro per assistere allo spacchettamento, Uhhh, grande fu il loro stupore: l’intonaco bianco e rosa c’era ancora ma di un più vivace viola e azzurro e verde, le finestre della facciata erano state sostituite da grandi vetrate e soprattuto, sul frontone, là dove fino a poco tempo prima brillava la scritta a caratteri sobri Teatro a la Sc-calinatiellƏ , ora rifulgeva illuminata da mille fiammelle la scritta dorata, Centro commerciale Malaquaglia. L’accademia de’ Li Prosc-perosi chiuse per protesta. Col tempo San Bonaventura scomparve dalle carte geografiche.
.

* L’illustrazione è di Eckhart Hahn, Donkey

1
Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

Ti potrebbero interessare...

Login

Lost your password?

Per continuare a navigare su questo sito, accetta l'informativa sui cookies maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi