L’ElzeMìro – Fablìole-La fata

NIEces per Fabliole

 

Non si sa mai, non è mai chiaro se c’era o non c’era o questa o quella volta. Quando le cose avvengono esse nemmeno lo sanno, poi scompaiono o ritornano ed è questo, questo alternarsi di apparizioni e sparizioni che qualcuno chiamerebbe tempo; ad averne il tempo. In ogni modo, alla fine dell’estate, quando tornava nella sua città di tram – ché questo era la sua città – dopo le vacanze nella città di mare dei suoi nonninicari, tornava con Michelino un’altra paura, dopo quella della cantina del nonninocaro. Dovuta a un fatto oggettivo di cui solo Michelino era al corrente: c’era nel condominio di Michelino una fata. O persino molte. Questo era fuori di dubbio per Michelino che a sera, quando varcava da fuori la soglia del portone nel condominio dove viveva con i suoi babbinicari, negli istanti neri prima che per fortuna si accendesse la luce condominiale automatica, nell’androne e sulle scale, Michelino vedeva spuntare nel buio strani puntini luminosi, uno, due a volte di più e più piccoli: fate, nessun dubbio. O una fata ma capace di sdoppiarsi e di cui Michelino aveva paura. Michelino pensava pure che le fate potessero prendere la forma di farfalle o di zanzara succhiasangue e volare e pungere e iniettare veleni sconosciuti all’umanità. E di tutte le farfalle autentiche, ma che di rado o per caso si intravedevano tra le agastache e le comeline e le aquilege del suo terrazzino, di ognuna pensava che avrebbe potuto essere la farfalla con dentro la fata a guidarne il minaccioso pedipalpo a tastare la pelle di Michelino e ad infilarvicisi dentro, sotto, attraverso i pori: Michelino temeva che così si sarebbe trasformato, in che cosa? In un mostro abitato da farfalle e da fate. Il perché è inutile cercare di spiegarselo e di capirlo; Michelino non sapeva perché aveva paura; si fosse anche trattato di fate o di una fata è chiaro che non si trattava di una strega, questo lo capite bene; le fate con le streghe non hanno niente da spartire. Oppure – Michelino temeva – e soprattutto perché abitava all’ultimo piano del condominio più o meno come la bella addormentata, una fata avrebbe potuto – pensava – insinuarsi la notte nel vuoto ristretto tra i denti della serratura, quella della porta che per volontà dei genitori s’intende blindata, e poi chissà; la porta di camera sua aveva una serratura da cui la mamminacara aveva levato la chiave, ahi ahi ahi, Michelino l’aveva tappata con un fazzoletto di carta e la notte, la notte guardava ben chiusa la finestra. Una domanda rincorreva i sogni di Michelino, se la fata o le fate sarebbero stata rilevate e rivelate dal sensore di movimento che il babbinocaro aveva installato in casa con abile faidate. Adesso però sia detto: la fata esisteva davvero, era una sola ed ebbe come vedremo e come tutte le fate un ruolo preciso nella vita di Michelino.

A questo punto giustamente tutti si domanderanno le fate chi sono come sono. Di preciso come gli esseri che si dicono umani le fate nascono ma, al contrario degli umani sì e no, dalla combinazione fortuita degli elementi più eterogenei e imprevedibili; ci possono essere fate figlie del ferro e del carbone – non se ne conoscono, non nel condominio ma si dice per dire – ci possono essere fate figlie della seta e del riso, della rosa e del sassolino, della mandorla e del miele e via discorrendo. Sono tutte femmine le fate. Come le streghe che però tali diventano a furia di studi avvelenati dal desiderio di potere, anche le fate hanno certi poteri compreso quello di potersi manifestare per loro volontà e piacere in carne e ossa. Le fate si noti non son fatte per niente di carne, ossa e pelle ma di una materia strana del tutto simile a qualcosa ma non è noto a che cosa; non si studia all’università né peraltro esistono una fisica o una biologia delle fate. Del resto le fate sono riservate e non amerebbero essere studiate. In grossi soldoni le fate sono briciole di una materia indefinibile, in certe condizioni luminosa. Il loro compito, cioè il compito che volentieri ma d’obbligo assumono è quello di intervenire laddove l’essere umano vacilli sull’orlo dei propri fantasmi. I fantasmi, questi sì si sa di che cosa sono fatti, di nulla, un niente pesante e possente, un nonnulla che affolla le menti, soprattutto se dormienti. Quando uno vacilla, anche senza saperlo, nel sonno col sogno invoca aiuto ed è lì che intervengono le fate, se sono da quelle parti, se possono, se vogliono e se il chiamante è loro simpatico. La loro forza, la loro virtù è quella di mantenere gli equilibri, non di distruggerli a proprio vantaggio come è il caso invece di streghe e stregoni. Ecco una bella differenza: le streghe possono anche essere maschi e c’è chi afferma esistano streghe che non sono né dell’una né dell’altra natura.
Non si hanno notizie certe sulla morte di una fata benché alcuni studiosi affermino di averne osservato con i loro occhi l’estinzione come fiamma di candela al vento. Fandonie. Ci sono fate che possono sciogliersi nell’acqua e uscirne come prima, vero; quasi tutte volano, possono trapassare una porta chiusa; possono svolare in una serratura anche se tappata con la carta; se imprigionaste una fata sotto un bicchiere come se fosse uno scarafaggio la fata avrebbe molte chances di uscire dal bicchiere, benché rovesciato: le fate infatti possono entrare nel vetro e uscirne così come nell’acqua farebbe una bolla d’aria. S’è detto che le fate nascono tali e con tali poteri ma non li desiderano, sono fatte così e non se ne vantano, e non usano il loro potere se non per risolvere, a volte, i nodi rintrecciati in cui si ingarbugliano i mortali. Però non sempre ci riescono. Le fate non sono una garanzia.

Ebbene nel condominio c’era e c’è una fata. Michelino ne era convinto, convinto di averla vista saettare nel buio, come una volta aveva visto fare alle cosiddette stelle cadenti di agosto, ma estranea in generale alla percezione degli adulti che, come è ben noto, con l’età o perdono la vista o si perdono di vista, persino e a volte soprattutto allo specchio. Michelino lo vide bene quel nanopunto luminosissimo, accendersi e spegnersi, apparire e sparire e tanto bene quanto uno scienziato vede con le sue macchine l’apparire/sparire di uno di quei cosi che vivono nella materia e che di fatto sembra siano la materia: i bosoni del signor Higgs. Bel nome davvero. Una sera, chiuso nella sua stanzetta in attesa che il sonno lo stordisse, ecco che Michelino nel buio vide schizzare fuori dal buco della serratura della porta il puntolino fatato. Lo vide per un po’ volteggiare per la stanza e rimanere sospeso a mezz’aria dove fosse fosse: zig zag zig. Michelino cercò protezione dalla coperta sotto la quale si infilò. Non tutte ma la maggior parte di loro, abbiamo detto che le fate di mestiere, più di preciso  forse per compassione, fanno di prendersi cura delle debolezze e delle paure dei mortali, soprattutto dei più piccoli. Quella notte, la fata si intrufolò perciò con agilità nel groviglio di coperte e lenzuola sotto il quale si credeva nascosto Michelino e gli si posò nel padiglione dell’orecchio destro. Michelino non si accorse di nulla e del resto, nonostante la paura, ormai ronfava. La fata gli sussurrò a lungo qualcosa, frasi rassicuranti. Pare almeno, mica si può sapere. Ma al risvegliarsi al mattino, Michelino si sentì come sgrondato da qualcosa di pesante. Non vide mai più nulla saettare nel buio.

 

Schermata 2017-05-09 alle 10.56.35

In apertura Nieces di Zoey Frank

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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