L’ElzeMìro – Delitti e vendette 7

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                        L’annoccatore

Lo maggior corno della fiamma antica/ cominciò a crollarsi mormorando,/ pur come quella cui vento affatica;/ indi la cima qua e là menando,/ come fosse la lingua che parlasse,/ gittò voce di fuori e disse:”Quando…/ D. Alighieri – Inferno – XXVI 85-91

Gl’è che occhì più prima, occhì più poi tutti vengon’uccisi. Il silenzio è un metodo. Il fiume a monte è lento e largo, ma qui a Sant’Èramo, si stringe, prende di rapida l’aìre ma poco dopo si distende nuovamente così da sembrare lago minuto; scorre tra due coste alte di poco ma érte, ricche in spoglie, lordumi e sbratti d’ogni tipo, fin di richard-ginori e baciasse plastiche, turchine, che occhieggiano tra sterpi, ronchi sperduti, bronchi, vertiginosi Helianti tuberosi di rigoglioso giallo e infine irti monconi di calcestruzzo armato, pilasti mozzi d’un ponte spezzato dalla guerra, l’ultima passata per questi odorosi calli; con un po’ di fortuna infatti alle nari può arrivare il tanfo animale o vegetale di qualche decomposizione e di fatte lì di recente o meno da qualche viaggiatore inetto a trattenere di sue budella il prèmito. Corre la ferrovia tra’pioppi di là sull’altra riva e lungo questa, qui tre pescatori sono all’opra loro; quarto un che non pesca nulla e li osserva da lontano, da un belvedere comodo ma impervio, un masso augusto che meglio di Mosè divide l’acque. All’ombra colà d’un fico che chissà come si piantò lassù da sé, col proprio l’osservatore custodisce il silenzio dei tre che lo vedono, no, e sì, attenti come sono ora sì ora no all’allamàta, e a dar la scossa, detta ferrata, alla su’ lenza; alto quindi levando il cimìno della canna e all’un tempo recuperando lenza dal mulinello, grrfrr, ecco dalla corrente scoprono un’anima guizzante e disperata. Sono pesci gatto, Amèiurus mèlas, specie popolosa assai e velenosa che ciascuno o slàma slabbrandone la bocca, se piccino troppo, indi sconciato rigetta alla corrente o, se di buon peso, l’annoccatóre, rapida mazzetta, gli schianta sull’encefalo, là dietro l’occhio; chi mai patirebbe tuttavia per un pesce gatto se non s’accòra per l’edùle trota al vederne nel piatto l’occhio cotto. È tardi ormai e all’improvviso accade che l’uno dei tre la lenza che ratta scorre via lo sorprende, via dal mulinello gli si sfila, e, trattenuta, lotta; lasciata in bando a svolgersi ripiglia, forse, là sotto, Un siluro… un luccio o una carpona ma di molto sana, fan voci i pescatori e, Stancalo stancalo, incitano il primo col secondo il terzo pescatore che con l’ignota sua cattura principia un gioco a molla e tira, di concessioni e scosse rapide di lenza, tentando di portare alla luce l’animale sì che la mancanza di respiro proprio, gli slanci ne affatichi; e seguita così, tra fughe limitate, riposi, tratti e raggiri e, una volta sola un salto, un balenar di scaglie da non veder chi è, un tuffo e quando il pesce finalmente strappa ogni cosa e si rintana, la lenza svola libera nell’aria, quindi si adagia a pelo d’acqua, così che termina la caccia. Il sole è un’ombra in questo vespero d’agosto, illuminato passa sull’altra sponda un treno, i pescatori risalgono felici all’osteria Riscasso lì vicino.

Al tavolo tredici cenano i tre tra arrosti e vino; il quarto, l’osservatore siede a un tavolo da spia, poi li raggiunge, mette parole, del vino offre loro senza berne, l’incita all’iperbole, al racconto, al riso, li seduce. Vuole stancarli un po’.

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a allamare, slamàre e ferrare sono termini della pesca a la canna: il primo indica l’atto del pesce che tocca, mangia ed è preso all’amo, il secondo l’atto di liberare il pesce dall’amo, il terzo il gesto di agire con decisione a rizzare la canna dall’acqua appena si capisca che la toccata dell’animale là sotto stia per mutarsi in mangiata e fuga. Il secondo indica l’atto di liberare il pesce dall’amo. Il pesce catturato e slamato viene ucciso nel modo descritto, si osservi che in inglese lo strumento è il priest/prete, o l’agonia per asfissia riempirebbe di acido lattico la carne rendendola immangiabile. Nella pesca no kill invece il pesce con una gran paura ma si riprende subito appena rimesso in acqua e lasciato andare. Capita così che per la gran voracità lo stesso pesce si lasci catturare un’altra e un’altra volta. E intanto mangia.

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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    È possibile rendere Manzoni uno scrittore espressionista? L’impresa sembra assai più che ardua ma tu riesci, Pasquale. E non è più Manzoni, non è più altri. È D’Ascola.

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      Mi fai ricordare Alberto , uno scherzetto poetico di Aldo Palazzeschi, ChI sono. Sai che essere ricordato per una certa somiglianza con l’Alessandro mi commuove e inorgoglisce. E devo dire anche che questo Annoccatore mi rende particolarmente felice di averlo scritto. A te grazie.

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