Data di pubbl.: 2026
Pagine: 136
Prezzo: € 14,00
Matt Kowalski, professore di Geometria e forme dello spazio profondo, ci informa nella sua dichiarazione iniziale che la memoria riferita da Mario Nazor che stiamo per leggere è pura verità e che forse, 14 miliardi di anni prima, fu già intuita da un poeta. È di Giacomo Leopardi e del suo Infinito che si parla ed è da questa meravigliosa e perfetta poesia che prende il via il nuovo lavoro dello scrittore e giornalista svizzero di origini croate Sergej Roic. Un romanzo, il suo, difficile da definire o collocare in un genere letterario, ammesso che questo sia necessario e di sicuro nel caso di Roic non lo è perché i suoi libri hanno la rara qualità di viaggiare leggeri fra prosa e poesia, di impegnare la mente dei suoi lettori in acrobatici giochi letterari, filosofici, matematici e filologici.
Protagonista e in parte voce narrante, Mario Nazor ripercorre le orme del fratello maggiore Neven avvolto, permeato dai ricordi di costui.
“La membrana ossea è il primo elemento resistente della mia corporatura. Madre definisce questa forma “dura”, il robot che mi accompagna dappertutto chiama Dura madre l’elemento base della mia struttura.” (pag. 20)
Ma cosa sono i ricordi? Non sono forse la forma dell’anima immortale? E se l’anima è immortale questi ricordi sono collettivi e dunque simili agli archetipi junghiani, condivisi e condivisibili. E in quanti universi ci è dato abitare contemporaneamente o in momenti spazio/temporali diversi? Universi forse dissimili per un infinitesimo dettaglio, ma nei quali è possibile ritrovare la nostra storia e quella di chi ci ha preceduti, amati, generati. Uomini e donne presenti in vite simili a quelle un tempo vissute o leggermente diverse.
Mario Nazor eredita dal fratello maggiore e lontano la barca a vela Vesna e inizia il suo viaggio. Un viaggio reale e metafisico: alla saggezza e alla conoscenza raggiunte, immaginiamo, da Neven, si contrappone il desiderio di apprendere, scoprire e generare di Mario, il ripercorrere cammini nei luoghi di origine, il suo essere un misto degli albini e veggenti Bili e dei Crni, popoli della Valnazia abitanti nel villaggio di Santa Caterina. Leggende, mitologia, filosofia platonica – il demiurgo, artefice divino che modella l’universo ordinando una materia preesistente sulla forma delle idee e dà così origine alla realtà – ed elementi di fisica quantistica si mescolano nel racconto e formano il mondo parallelo generato e abitato da Mario, fra mari, continenti e città dai nomi a noi sconosciuti eppure – usate l’immaginazione – riconoscibili. Boschi popolati da animali e da qualcuno che con loro riesce a parlare come un novello San Francesco, qualcuno dal quale Neven e Mario discendono. Mario vive, sogna – una piccola morte temporanea – e nel sogno genera e crea una realtà:
“Quando il pensiero che concepisco aderirà completamente ai fenomeni e alle cose, quando non distinguerà più le idee dalle parole, ma riassumerà in sé tutto – profumo, colore, suono – in quel preciso momento esso diventerà il mondo stesso.” (pag. 121)
Racconto distopico con una spruzzata di realismo magico, il libro di Roic va assaporato pagina dopo pagina lasciandosi trasportare dal ritmo di ogni frase, dai giochi di parole, dalle onomatopee, dalla deriva poetica e immaginifica dell’autore, perché nel suo essere inusuale, sarà ciascun lettore a trovare il proprio metro per comprendere o interpretare la storia narrata. E se nel romanzo c’è una barca c’è anche un porto sepolto citato fra le righe che colpisce, perché qui ‘vi arriva il poeta – e poi torna alla luce con i suoi canti – e li disperde. – Di questa poesia – mi resta – quel nulla – d’inesauribile segreto.’ (G. Ungaretti, 1916).
Se l’infinito è, per sua stessa definizione, inesauribile, sovente lo sono anche i segreti e i misteri che ci avvolgono come l’universo, le sue galassie e il futuro fatto di ‘interminati spazi’ e ‘sovrumani silenzi’.



