A tu per tu con… Riikka Pulkkinen

Riikka Pulkkinen non è al suo primo romanzo ma in Italia, fino ad oggi, era sconosciuta.

Nata a Tampere, in Finlandia, nel 1980 e laureta in filosofia ad Helsinki, ha esordito nel mondo letterario con Raja, che le è valso l’entrata nella classifica dei migliori romanzi finlandesi nel 2006.

Con questa sua seconda opera – L’armadio dei vestiti dimenticati – non solo si è riconfermata in patria ma si è anche fatta conoscere come autrice di grande talento nel resto del mondo.

Sempre pronti ad aggiornarvi su quanto c’è di nuovo nel panorama letterario abbiamo colto al volo l’opportunità di incontrarla a Milano in occasione il suo giro promozionale italiano e farle qualche domanda.

Così giovane eppure dotata di una grande profondità introspettiva e con una proprietà di linguaggio abbastanza inusuale per gli scrittori suoi coetanei: da dove Le derivano?

Non saprei da dove vengano. Posso dire che ho sempre avuto tanta immaginazione e che forse è grazie alla mia personalità se sono così, se sono diventata scrittrice. In qualche modo io assomiglio ad Anna perché mi piace immaginare la vita degli altri. Così facendo ossia pensando, immaginando e raccontando la vita di altre persone, riesco a capire un po’ meglio chi sono io stessa: gli altri diventano un  po’ il mio “eco”. Inoltre ho studiato Filosofia all’università di Helsinki e probabilmente questi studi mi hanno aiutato a coltivare me stessa, il mio modo di essere, la mia mentalità. Ritengo di avere una debolezza che è quella di essere a seconda del momento un pochino più avanti o un pochino più indietro rispetto a me stessa, a quello che veramente sono. Così facendo mi sento sempre come se fossi “un’altra” e questo probabilmente si riflette anche nel mio modo di scrivere romanzi.

Nel suo romanzo l’armadio dei vestiti è un po’ come l’armadio della memoria, all’interno del quale teniamo dei capi di abbigliamento in alcuni casi per nasconderli, in altri per non dimenticarli. Lei che vestiti tiene nel suo di armadio?

Io ne ho tanti di abiti nel mio armadio. Devo dire che nel mio libro l’armadio è più un luogo dove mettere le cose da non dimenticare piuttosto che un luogo dove nasconderle. Quello che succede ad Elsa è di rievocare il ricordo di Eeva recuperandone il vestito. In un certo senso è come se avesse sempre sentito il bisogno di raccontare la storia di Eeva a qualcuno, come per esempio ad Anna, ed avesse aspettato solo il momento giusto. Elsa in qualche modo sapeva che un giorno avrebbe narrato quella storia e quindi in questo senso nel mio libro l’armadio non è tanto un luogo dove si mettono le cose da nascondere o da sopprimere quanto, piuttosto, è un posto dove riporre quelle che dovranno essere recuperate, tirate fuori, rivelate al momento giusto.

All’inizio del suo libro Martti ed Eleonoora vivono la notte, che di solito è un momento di pace per l’anima e di ristoro dalle fatiche, come momento di confronto con le proprie paure e le proprie sofferenze. Lei ha mai trascorso delle notti così?

Questa è una domanda interessante perché anch’io ho paura della notte anche se non ne comprendo realmente il motivo. E’ una paura che mi sono resa conto di avere da grande e non da bambina. Non temo il buio ma proprio la notte in sé stessa, il lento trascorrere delle ore. All’inizio del mio romanzo presento due personaggi, Martti ed Eleonoora, in un momento di preoccupazione. Entrambi sono svegli in piena notte e pensano al futuro, a come fare per affrontarlo, a come potranno superare la morte per tumore di Elsa – che per loro è rispettivamente moglie e madre – sempre più imminente. Ecco, o sono in po’ così: di notte sto spesso sveglia pensando e preoccupandomi per i giorni futuri.

C’è un punto nel suo romanzo in cui Lei fa dire a Martti: “Non rimpiango ciò che ho fatto. E, a meno di non essere stati criminali, pentirsi delle proprie azioni significa rammaricarsi di aver vissuto”. Secondo Lei quindi è meglio vivere di rimpianti piuttosto che di rimorsi?

Chiaramente dipende dalla situazione, non c’è un assoluto. Io scrivo proprio per cercare di far vedere che esistono diverse sfaccettature della vita per ognuno di noi e che ogni persona, con la propria molteplicità, contribuisce a creare la visione d’insieme; questo è un concetto che riprendo in tutti i miei romanzi. Per quanto riguarda il concetto di rimorso Martti, quando pronuncia quella frase, sta ovviamente pensando al suo di passato, alle scelte che ha fatto lui. Questo non vuol dire che ogni essere umano si debba sentire autorizzato a fare qualsiasi cosa perché solo così potrà dire di aver vissuto: si deve tener presente l’etica, bisogna fare in modo che le nostre azioni, laddove è possibile, non facciano del male a nessuno. Per quanto concerne il rimpianto e l’inevitabile velo di tristezza, legato al non aver avuto il coraggio di compiere una scelta, che lascia nelle nostre vite Martti, in questa parte del libro, ci pensa, ci riflette sopra e lo fa con la serenità datagli dal tempo oramai trascorso.

Il suo è un romanzo che parla di ricordi, di amore e soprattutto di perdono. Perdono verso sé stessi e verso chi si ma. Lei che rapporto ha col perdono? Crede che in amore si debba sempre perdonare o che ci siano dei limiti?

Questo è effettivamente uno dei temi centrali del mio libro. C’è una frase, forse la più importante circa il perdono che viene detta in tutto il libro, che mi sarebbe piaciuto far pronunciare direttamente ad Elsa e che invece esprime Martti – anche se lo fa citando la moglie – quando dice che  secondo Elsa il perdono è la forma, il gesto più profondo che ci sia nell’amore. Secondo me è così. Quando perdoni compi un atto d’amore che forse da alcuni può essere visto come un gesto di pietà ma che per me è sicuramente un grande gesto d’amore ed è proprio dell’essere umano.

In una sua precedente intervista Lei dice che: “crede nell’amore come riconoscimento dell’individualità dell’altro” e nel libro ad un certo punto fa dire alla sorella di Eeva che: “ Nessun altro deve rappresentare la condizione essenziale per la propria vita”. Eppure il perdono di un tradimento come quello di Martti da parte di Elsa, anche se giustificabile o comprensibile, non implica proprio l’annullamento di una parte di sé stessi?

In realtà non credo sia così. Elsa perdonando il marito ne riconosce l’alterità, l’individualità e il diritto ad essere diverso. I personaggi del mio libro sollevano questo dubbio, si pongono questa domanda e si chiedono se attraverso l’amore una persona possa definire meglio sé stessa ma nessuno di loro, alla fine, fornisce una risposta. Per quanto riguarda Martti ed Elsa, la loro idea è che, come persona, ognuno di noi debba potersi riconoscere negli occhi dell’altro, della persona che ama, ma che questa debba sempre e comunque rimanere un individuo a sé stante, una persona staccata: non familiare. L’altro deve conservare una parte di sé a noi sconosciuta perché solo in questo modo può essere mantenuta e preservata nel tempo l’alterità dell’amore.

Nel suo romanzo ad un certo punto Anna formula il pensiero che: “ E’ facile girarsi dall’altra parte” A Lei è mai capitato di voltarsi dall’altra parte e di non affrontare un problema? Così facendo non si corre il rischio che il problema si ripresenti quando uno meno se lo aspetta?

E’ vero, Anna con le parole dice che forse la cosa più facile da fare è quella di girarsi dall’altra parte e far finta di nulla, fingere di non vedere un problema, però alla fine, nei fatti, lo affronta anche se è costretta farlo e la stessa cosa succede ad Eleonoora. Io credo che Anna cerchi un modo per fronteggiare il problema e lo troverà nel raccontare la storia di Eeva, nel farla rivivere. Personalmente ritengo che l’idea di voltarsi per non dover affrontare un problema sia decisamente fanciullesca soprattutto visto che i problemi rimangono lì dove sono e non spariscono.

0

Ti potrebbero interessare...

Login

Lost your password?