A tu per tu con … Paola Mastrocola

Paola Mastrocola è ora in libreria con “Non so niente di te” (Einaudi). Con un gioco di equivoci e un’indagine da portare avanti ci parla della crisi dei giorni nostri, vista però dal futuro, tra una cinquantina d’anni.  Protagonista del romanzo è un giovane economista italiano, uno che ha capito che, quello di una vita diversa, è ancora un sogno possibile. Si chiama Filippo Cantirami e si aggiunge alla lunga lista di incredibili personaggi, strampalati eppure così familiari, che popolano il mondo narrativo di Paola Mastrocola, un mondo sempre in bilico tra realtà e fantasia, in cui l’assurdo, il surreale irrompono nella linearità e nella banalità della vita quotidiana ma in cui tutto sembra normale. Le abbiamo chiesto di parlarci dei suoi romanzi, dei personaggi rivoluzionari che li abitano e di svelarci qualche curiosità riguardo il futuro.

 

Il suo libro inizia con un’avvertenza, una sua nota in cui chiarisce che quello che seguirà è un romanzo storico impossibile. Scritto dopo il 2060 ma ambientato nel 2011 da un autore che conosce bene gli avvenimenti storici, economici e sociali di quell’anno ma che conosce anche il futuro. Com’è nata l’idea di scrivere un romanzo storico che guarda al presente dal futuro? Spesso gli scrittori dicono di ambientare i propri libri nel passato per parlare del presente…

Ho un’ammirazione smodata per Manzoni. E’ nel programma di seconda liceo, quindi ogni anno lo rileggo insieme ai miei allievi, e ogni anno m’incanto a vedere quanto è bravo. Inoltre, il romanzo storico è secondo me la forma di scrittura narrativa più alta cui possa giungere uno scrittore (pensiamo anche a Guerra e pace…). Ebbene, siccome io non sarò mai capace di scrivere un romanzo storico, ho usato un piccolo escamotage: rendere passato il presente, cioè mettermi in un’ottica futura e guardare l’oggi come se fosse già Storia! Semplice, no? Questo mi ha concesso, anche, il lusso di una benefica distanza, un distacco proficuo da tutto ciò che stiamo vivendo e che molto (molto!) ci infastidisce e addolora.

In tutti i suoi romanzi accade sempre qualcosa di surreale, di stravagante ed è da lì che inizia tutto. Cos’è per lei la realtà e cosa invece la fantasia?

La realtà è quella che si vede e di cui si sente dire in giro. E’ tutto ciò di cui ci parlano i giornali, i talk show, i documentari. Sinceramente non se ne può più. C’è un eccesso di attenzione alla realtà bruta, al dato di fatto, al mondo così come è e non come dovrebbe o potrebbe essere. La gente è incredibilmente attratta dall’attualità qualunque sia, politica, sociale, economica… C’è pochissimo spazio ai mondi alternativi, più mentali, più astratti, emotivi, sentimentali, fantasiosi… La letteratura stessa (sempre che di letteratura si possa ancora parlare, ma direi di no…) non è certo più fatta di mulini a vento o cavalli alati. L’età di Ariosto e Cervantes è tramontata, ora va l’indagine, la denuncia, il reportage. Non so cosa ci sia preso. Non so perché questo totale (per me avvilente e triste) appiattimento sull’oggi. Non esiste più un’dea del tempo, passato e futuro. È tutto azzerato sul presente. A volte mi manca l’aria…Una storia invece, secondo me, deve raccontare qualcosa che non c’è ma potrebbe essere, qualcosa che non è avvenuto mai ma che potrebbe in ogni momento e in ogni luogo accadere. Il possibile, il meraviglioso spazio del “verosimile”, come lo chiamava Aristotele. Un gregge che entra in un college, per esempio: potrebbe essere, perché no?

Nei suoi libri sembra che non esistano personaggi secondari e che lei abbia un particolare affetto per ciascuno. Ogni personaggio ha qualcosa che lo rende speciale e meritevole di affetto, anche quei personaggi che nella storia dovrebbero di fatto avere un ruolo negativo lei riesce a renderceli simpatici comunque. Come nascono? Si ispira a persone che conosce davvero?

I miei personaggi sono tutti inventati. Nascono nella penna, se così posso dire… e quasi a mia insaputa. Forse esistono già da qualche parte e, semplicemente, si presentano a me mentre scrivo, ecco, diciamo così. Certo è che poi niente mai si inventa dal nulla… e magari un gesto, un dettaglio di qualcuno che conosco, entra inaspettatamente in un personaggio. Ma io stessa non saprei riconoscerlo, se non con uno sforzo razionale e a posteriori. Il personaggio del pescatore di foglie, per esempio, che ho chiamato Malmecca: ovvio che non esiste! Ma di sicuro ci è scivolato dentro un nostro caro amico, che ama molto pescare e che ogni volta ci racconta di qualche sua battuta di pesca nei fiumi, nei laghi…

Quando si finisce di leggere un suo libro si ha la sensazione di aver trascorso ore piacevoli in compagnia di personaggi familiari che tuttavia fanno cose singolari, di aver letto di cose impossibili che però lei fa sembrare normalissime. Da dove viene questa sua attenzione per il risvolto spiazzante dell’esistenza?

La ringrazio… Quel che lei dice dovrebbe capitarci con ogni libro! Pensiamo alle mirabili invenzioni di Kafka, Stevenson, Oscar Wilde… Un ragazzo che si sveglia trasformato in insetto, un dottore che diventa un mostro, un quadro che invecchia al posto della persona ritratta… Ma dove mai potremmo incontrare storie simili se non nel meraviglioso mondo degli scrittori? Si dovrebbe scrivere un libro solo quando si ha un’idea dirompente, che rompe cioè almeno un po’ il muro delle nostre consuetudini mentali, per mostrarci un aldilà che nessuno aveva ancora mai visto. Invece perlopiù guardiamo le cose sempre dalla stessa angolazione e, così facendo, ci consegniamo alla tranquillizzante inerzia dei luoghi comuni. Peccato. Ci vorrebbe una maggiore “libertà di sguardo”… a costo di rimanere spiazzati, certo! Perché no?

Come si impara a guardare la realtà con lo sguardo delicato ma anche ironico della fantasia?

Non so se si impara. Però forse l’esercizio giusto sarebbe quello di non dare mai nulla per scontato, di guardare le cose sempre come fosse la prima volta. Un esercizio di stupore, ecco. Ma, per riuscirci, dovremmo rinunciare alla nostra prosopopea di adulti, potenti e importanti. Fare a meno dei ruoli, delle appartenenze… Essere più inermi di fronte alle cose. Imitare molto i bambini, per esempio…

I protagonisti dei suoi romanzi sono tutti in qualche modo rivoluzionari. Hanno una personalità molto forte e delle qualità non comuni. Non sono tuttavia dei personaggi folli o egocentrici, non hanno manie di grandezza e neppure si compiacciono della propria originalità, tutte qualità molto rare al giorno d’oggi. Esistono persone così nella realtà? Lei ne ha mai conosciute?

Ci sono ovunque, accanto a noi, persone di grande valore che vivono un po’ in disparte e che quindi rischiano di non venire notate e certamente di non passare alla Storia. La grandezza, forse, è sempre nascosta, ha bisogno di ombra, non so. Per uno strano destino alla ribalta vanno sempre i peggiori, chissà perché… Ma forse è giusto così: gli animi davvero grandi hanno quel disinteresse, quel distacco dai ruoli di potere, che li pone davvero fuori. È la loro forza e concede loro in cambio una meravigliosa libertà. Non so se conosco persone così, forse mi è capitato di sfiorarne alcune, ma sicuramente i personaggi che invento sono così e, forse, scrivo appunto per inventarli!

Una domanda d’obbligo. Lei, che qualcosa sa del futuro, che nel 2060 ha scritto un romanzo ambientato ai giorni nostri, ci può svelare cosa accadrà? È davvero tutto allo sfascio?

Sì, mi sono fatta una certa idea del futuro che ci attende. Era ovvio, mettendomi a guardare il mondo tra cinquantanni… Anzi, il difficile è stato proprio riuscire a non dirlo nel romanzo, a tenere il segreto… Me l’ero imposto: nessuna concessione alla fantascienza! Sarebbe stato troppo facile. Però se ora lei me lo chiede… Be’, sì, secondo me il mondo si salverà, ma non interamente. Solo una piccola percentuale di umanità trasmigrerà in zone oggi impensabili… Ecco, senza voler svelare nulla di concreto, direi che ci sarà una grande migrazione, uno spostamento della civiltà: i posti ora bellissimi e pieni di storia diventeranno deserti invivibili e, viceversa, i luoghi che oggi ci paiono ostili saranno deliziosamente abitati… ma da pochi, che ricominceranno a vivere dal niente, facendo gesti semplici e dimenticati: gesti che oggi ci sembrerebbero insulsi… e quindi rivoluzionari! Magari un bambino… ecco… le lascio questa immagine: un bambino tutto solo che pesca su un molo proteso verso un mare gelido, deserto e infinito. Ecco quel bambino che pesca da grande ricostituirà il mondo!

0
Giovanna Capone

Non dirò di me che ho sempre amato leggere, che ho imparato a leggere prima del tempo e che ho trascorso la mia infanzia leggendo libri e neppure che ho amato molto le favole. Per apprezzare la lettura occorre che arrivi il momento giusto e che si abbia la mente sgombra da altri pensieri.Quando capisci che il momento giusto è arrivato? Quando incontri qualcuno che ti spiega che, a volte, non è importante quello che c'è scritto in un libro ma il modo in cui è stato scritto, quando sullo scaffale di una libreria la copertina di un libro attira la tua attenzione e capisci che quello sarà il tuo libro, quando sei curioso di sapere se un titolo accattivante nasconde una storia altrettanto brillante. Cosa significa leggere? Riscoprire qualcosa di te, qualcosa che hai sempre saputo ma che nessuno se non un grande scrittore è riuscito ad esprimere con le parole.

Ti potrebbero interessare...

  • Paolo Massimo Rossi Scrittore

    La storia che si racconta è, necessariamente, fatta di parole.
    Le parole: i costituenti essenziali.

    Ritengo che compito/dovere di chi scrive sia la ricerca della precisione nella scelta delle parole.
    In altri termini, esse devono identificare – senza possibile dubbio – un momento, un’atmosfera, un’immagine, un sentimento.
    La scelta della parola deve rappresentare una ricerca – a volte spasmodica e critica – fatta nella memoria, in un dizionario, in un testo letterario o scientifico di altri autori
    Tra le parole, gli aggettivi e gli avverbi svolgono un compito da “condizione al contorno”.
    Non devono servire a rafforzare o arricchire la parola cui sono connessi: devono, piuttosto, scandire e dare ritmo alla narrazione.
    Devono, cioè, equilibrare una frase, bilanciarla rispetto alla precedente o alla successiva. Naturalmente, tale impostazione non deve essere presa alla lettera: esistono delle particolari
    necessità della scrittura che possono essere soddisfatte solo con l’uso di aggettivi o avverbi funzionali, tout court, alla parola usata.
    Lo scrittore deve saper decidere quando quelle locuzioni siano essenziali in particolare alla singola parola – limitandone ragionevolmente l’uso – e quando, invece, esse rappresentino una necessità del modo/linguaggio.
    Essenziale, dunque e a mio modo di vedere, resta l’obiettivo, a carico delle parole e delle
    “condizioni al contorno”, della creazione del ritmo.
    È questo che rende suadente il testo, pur non rappresentando il mezzo per suscitare l’interesse o per conoscere lo sviluppo e la conclusione della storia.
    In altri termini, la storia deve coinvolgere il cuore e il suo bisogno di liricità; il ritmo le
    capacità razionali della mente e la sua curiosità.
    In questa dicotomia dello scrivere è racchiuso, io credo, il possibile/risultante fascino del leggere.
    Resta il racconto, il canovaccio dove si esercitano la fantasia, la cultura e – last but not least – il desiderio di apparire di chi scrive.

Login

Lost your password?