A tu per tu con… Margherita Oggero

Margherita Oggero
Un pomeriggio di novembre, mi ritrovo con un’amica – studiosa di storia – di fronte alla porta di una casa torinese Suoniamo il campanello e ad aprirci, con fare accogliente, è la scrittrice Margherita Oggero, che ha accettato di essere intervistata sul suo nuovo romanzo “Non fa niente” (Einaudi 2017). Seduta alla scrivania dello studio in cui ha dato vita a molte delle sue opere, alle spalle scaffali ricolmi di libri, ci racconta di questa sua ultima fatica letteraria.
Com’è nata l’idea di scrivere “Non fa niente”?

Sentivo il desiderio di narrare una storia che non fosse ambientata nel mondo di oggi ma affondasse le proprie radici settanta o ottanta anni fa almeno. Mi interessava, infatti, raccontare vicende in grado di mostrare come la Storia – quella con la “S” maiuscola – finisca sempre per determinare le storie personali, influenzandole profondamente e obbligando ognuno a fare i conti con avvenimenti su cui spesso ha poco o nessun potere di controllo. La guerra si prestava ovviamente molto bene a rappresentare questo genere di situazione: nel libro faccio ad esempio riferimento ai bombardamenti, che costringevano le persone a sfollare, ma anche al razionamento del cibo, con cui ad esempio deve vedersela Rosanna, per la quale il gesto di mettere in tasca una pagnotta costituiva una vera e propria sfida quotidiana. I personaggi vengono coinvolti, alcuni direttamente e altri indirettamente, nei più grandi avvenimenti storici della prima metà del Novecento l’ascesa del nazismo, la Shoah (cui accenno attraverso le vicissitudini che coinvolgono Esther e suo padre) e la guerra civile in Italia dalla fine del ’43 in poi. Dopo, sperimentano il periodo ottimistico della ricostruzione, non privo però di tensioni e di paure.

C’è anche un intento di tipo didattico nella sua ricostruzione storica?A dire il vero la mia intenzione non è spiegare, poiché credo che questo si faccia e si debba fare a scuola, bensì raccontare, anche se pur trattandosi di un libro di narrativa gli elementi storici sono molti e rivestono un ruolo fondamentale. La Storia dovrebbe in effetti insegnarci qualcosa ma sono purtroppo un po’ scettica sulla sua reale possibilità di farlo, dato che il mondo continua a ricadere negli stessi errori. Personalmente, comunque, le ricerche storiche che ho svolto durante la stesura del libro mi hanno appassionato molto, permettendomi anche di scoprire alcune cose che non conoscevo. Ad esempio, non ero al corrente che i nazisti a Torino avessero rubato numerose matrici tranviarie. Si tratta di fatti marginali, ovviamente, ma di cui non sospettavo l’esistenza.

Veniamo alla storia, anzi, alle storie con la “s” minuscola: qual è il segreto del legame di amicizia fra due donne tanto diverse come Esther e Rosanna?
Be’, si tratta di donne accomunate da una certa spregiudicatezza. Entrambe possiedono valori e principi personali di cui non potrebbero fare a meno ma che non coincidono con quelli della morale dell’epoca. In Rosanna c’è una dose di incoscienza giovanile: di fronte alla proposta di Esther si butta come di fronte a un salto. È avventata e ingenua assieme.
Del resto, per accettare una simile proposta occorre notevole coraggio…
Sì, ma all’epoca delegare la maternità ad un’altra donna non era una pratica così rara come si potrebbe supporre. Accadeva abbastanza spesso, all’interno della famiglia patriarcale allargata, che una moglie sterile chiedesse – ovviamente cercando di mantenere su questo il massimo riserbo – a una sorella o cugina di venirle in aiuto concedendosi al marito pur di riuscire ad avere un erede e a preservare l’identità della famiglia. Allora, per di più, la pratica dell’adozione esisteva ma era meno diffusa di oggi. Comunque, Rosanna resta ugualmente sbalordita dalla richiesta di Esther – solo, la situazione non era per niente fuori dalla norma come si tende a pensare oggi.
E infatti la richiesta di Esther viene accettata e la stima reciproca non viene mai meno…
Sì, anche perché Rosanna avverte la gentilezza di Esther, taciturna ma non per questo priva di affetto nei suoi confronti.
Ad accomunarle non è, in fondo, anche l’assenza di una figura paterna?
Certo ma in modo diverso. Rosanna non ha una relazione positiva con il padre, che è violento. Esther ha avuto un padre che l’ha amata molto ma da cui la guerra e l’odio nazista l’ha separata. Entrambe le figure paterne, inoltre, presentano molte sfaccettature. Rosanna ricorda che un tempo suo padre era una persona migliore di quella in cui si è poi trasformato quando ha perso il lavoro, ad esempio le tornano in mente le volte in cui giocava con lei da bambina. D’altro canto, il padre di Esther non è una figura del tutto priva di lati negativi. Si dimostra inclemente con la moglie, che ha scelto di andarsene via con un altro uomo, impedendo che questa abbia qualsiasi contatto con la figlia e tagliandola del tutto fuori dalla loro vita.
E gli altri personaggi maschili? Li considera meno forti di Esther e Rosanna?
Non sono meno forti di loro ma certamente diversi. Riccardo, il marito di Esther, è solido e risoluto. Del resto, per conquistare Esther ha dovuto combattere a lungo senza mai arrendersi, supportato in questo da suo padre, che lo copre quando si reca da lei oltre confine, correndo anche seri rischi durante la guerra, perché capisce l’importanza che questo rapporto riveste per il figlio. Nicola, l’innamorato di Rosanna, è a sua volta un uomo forte: ama la musica e fa di tutto per perseguire i propri sogni. Questo fa anche sì che Rosanna nella sua vita passi in secondo piano, ma ciò non significa che a lei non tenga affatto.
Nel personaggio di Rosanna si scorge, comunque, un’evoluzione…
Sì, in fondo questo è anche un romanzo di crescita, un Bilndungsroman. Anche Andrea – il figlio di Rosanna, la madre naturale, e di Esther, la madre ‘ufficiale’ – cambia profondamente nel corso delle vicende, passando da un’adolescenza un po’ turbinosa durante la quale si sente soffocato dalle cure delle due donne a una fase in cui riscopre le proprie radici. Abbandona gli Stati Uniti, dove ha studiato, e torna in Italia, dove addirittura decide che vuole lasciare Torino per andare a vivere in paese, cioè laddove tutto ha avuto inizio.
E per quanto riguarda le scelte linguistiche del suo romanzo, quali sono i motivi per cui ha deciso di ricorrere, in parte, a espressioni in dialetto?
Diciamo che mi sono trovata di fronte a una scelta: adottare il ‘linguaggio di autore’, attribuendolo quindi a tutti i personaggi, oppure il ‘linguaggio mimetico’, più variegato e più attento a riprodurre la fisionomia sociale e culturale di ciascun personaggio. Ma non solo: il termine dialettale è molto più incisivo, a tratti violento, rispetto all’italiano. È in grado di definire in modo preciso e spiccio insieme i concetti, prestandosi anche bene a caratterizzare la specifica localizzazione geografica delle vicende. Del resto, in un romanzo in cui la ricerca delle proprie radici è una delle possibili chiavi di lettura del testo, una certa attenzione alla verosimiglianza espressiva dei personaggi non poteva mancare.
Subito dopo questa domanda, aggiungiamo che una delle espressioni indimenticabili del romanzo è “smorbia”. La scrittrice sorride, si alza e va a prendere uno spesso volume dalla libreria alle sue spalle. Lo posa sulla scrivania e scopriamo che si tratta di un dizionario della lingua piemontese. Scorre una pagina con un dito ed ecco che trova la definizione precisa della parola appena nominata: “persona, normalmente di sesso femminile, con ambizioni di ascesa sociale dotata di un atteggiamento altezzoso”. Ridiamo pensando per un istante alla petulante suocera di Esther, la smorbia per l’appunto.
Ci congediamo dalla scrittrice con la sensazione che definire esattamente il suo ultimo romanzo – dai personaggi puramente immaginari ma dall’intreccio saldamente collegato alla Storia – non sia così semplice. Forse si tratta proprio di un romanzo di formazione o forse di una grande storia di amore (anzi, di amori). Scrolliamo le spalle, pensando che in fondo la lettura sia sufficiente. Dopo tutto, “non fa niente”.

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Elisa è docente in un liceo, dottore di ricerca in Anglistica e giornalista pubblicista

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