A tu per tu con… Luca Sofri

Foto 15-05-15 15 23 50Questa notizia è vera o falsa? Ce lo chiediamo qualche volta? Spesso questa domanda neppure ci sfiora. Diamo per assodato e veritiero che tutto ciò che viene riportato su un giornale, in virtù dell’autorevolezza di cui gode, o che ci giunge da mezzi radio e tv sia reale perché ‘l’hanno detto loro’, ma è davvero così? Abbiamo approfondito questi temi con il direttore di IlPost.it Luca Sofri, autore di Notizie che non lo erano (Rizzoli), con il quale abbiamo avuto il piacere di chiacchierare al Salone del Libro di Torino.

Siamo un popolo di creduloni?

No, non particolarmente. Non più di altri popoli. Siamo un popolo di gran raccontatori di balle e quindi siccome ne raccontiamo tante ne crediamo tante. Ne raccontiamo tante agli altri e a noi stessi. Noi ci crediamo davvero e poi andiamo in giro a dire agli altri che siamo diffidenti, che non ci fidiamo, che siamo quasi paranoici. Io lo scrivo all’inizio del libro: le cose scritte (e anche quelle dette) hanno di per sè una forza, un quid in più, che gli consentono di essere assorbite e credute vere. E’ impressionante questa cosa: chiunque di noi ormai non ci mette niente a scrivere qualche cosa, che tu la scriva su facebook, su un post o su un giornale; però allo stesso tempo nel momento in cui la vediamo scritta quella frase ha una forza. Ad esempio se su La Stampa di oggi ci fosse scritto che è caduta la Mole antonelliana, tu pensi sia vero. Se lo vedi scritto su un giornaletto che non hai mai sentito nominare tu tendi sempre a pensare che sia vero.

Le notizie che proponi sono molto buffe ma allo stesso tempo la situazione è estremamente preoccupante…

Sì, per me è preoccupante. Poi per un sacco di persone non lo è. La cattiva informazione peggiora in generale il funzionamento della comunità, delle democrazie… però la cosa interessante è che ho l’impressione che ci siano disponibilità e voglia di leggere delle cose divertenti, assurde, strambe anche a costo che non siano vere, anche fregandosene. Craig Silverman, che ha scritto la prefazione del mio libro, ad un certo punto parla della delusione notata su Twitter da parte di una persona a cui era stato detto “Quella notizia lì è falsa”, ed era una foto di un corteo piuttosto strano, e lui aveva risposto “Vabbè però allora se ci dovete proprio rovinare tutto!”. L’impressione è che ci piacciono e ci divertono certe notizie anche rimuovendo ed essendo indulgenti sul fatto che siano false.

Anche il titolista ha una deontologia professionale?

Dovrebbe averla in quanto non dovrebbe essere razza a sé stante perché è una professionalità specifica. Una volta il ruolo dei titoli era accessorio nei confronti degli articoli, serviva a indurre il lettore a capire di cosa si parlava, a far venire voglia di leggerli e poi si leggeva la storia dentro all’articolo. Adesso questo si è un po’ capovolto per un po’ di ragioni. Noi leggiamo pochissimo e sbrigativamente, saltiamo di qua e di là e quindi i titoli sono quello che leggiamo e che assorbiamo del racconto della realtà e dalle notizie dei giornali.

Il titolista è una responsabilità ancora più importante per gli italiani…

Sì in realtà non solo per gli italiani. Ci sono degli studi americani che dimostrano che se si legge l’articolo, nonostante esso spieghi meglio le cose che nel titolo o sono false o sono sbrigative, si mantiene comunque l’opinione che hai dedotto dal titolo letto e quindi quest’ultimo ha guadagnato molta più importanza dell’articolo. E in più su internet il titolo nella sua forma di twitter o status su facebook è quello che viene condiviso, diffuso. La gente mette dei like talvolta senza neanche andare a leggere tutto l’articolo, solo leggendo il titolo. Per questo la responsabilità del titolista è diventata molto maggiore anche perchè in tempo di crisi è diventato importante ottenere traffico, lettori, ecc.. Si abbassavano gli standard di qualità per fare dei titoli attraenti, allarmistici, sensazionalistici, …

Nel libro, per esempio, citi una notizia su Nadal in cui il significato di un out è stato completamente frainteso, ribaltando il significato della notizia originaria e naturalmente è finita errata su moltissimi media. Tutto questo accade solo per fretta o per impreparazione?

Ci sono spesso grande trascuratezza e sbrigatività dovute al fatto che si lavora abbastanza male e sono tempi di crisi. In tempi di vacche grasse lavorare sulla qualità è più facile. In tempi di vacche magre si lavora molto trascuratamente cercando di pubblicare rapidamente con pochi controlli più cose possibili.

I giornalisti di adesso sono più impreparati rispetto ai giornalisti di anni fa?notizie che non lo erano

No, perchè non è una questione di preparazione, secondo me, ma di attitudine all’accuratezza e alla qualità. Anzi secondo me in questi tempi la tua preparazione sulle cose è anche meno importante perché il tuo accesso alla quantità di informazione è molto più facile. Quello che devi avere è un’attitudine all’accuratezza per le cose che fai e quindi sapere che se tu anche non sai chi fosse Manlio Sgalambro e quando muore, puoi lo stesso scriverti un pezzo di 10 righe andandoti a studiare un po’ di cose e andandole a guardare in giro. Un tempo sarebbe stato molto più difficile. Però devi anche sapere che se su Wikipidia trovi che Manlio Sgalambro è l’autore di Fra Martino campanaro, forse è meglio che controlli anche da qualche altra parte quella notizia. E questo lo capisci se hai un’attitudine diffidente e precisa e accurata sulle cose.

Molto interessante la sessione “Perché smettiamo di accorgercene”. Abbiamo una via di uscita? Noi possiamo fare qualcosa?

Io credo che tutti possano fare qualcosa. I lettori possono fare molte cose: possono essere molto più esigenti in maniera proficua, per esempio. Oggi il modo della maggior parte dei lettori di essere esigenti nei confronti dei giornali e giornalisti è un modo aggressivo e polemico, che pervade le nostre società su un sacco di cose diverse. Un tema importante è: come si inducono le testate giornalistiche a fare meglio il proprio lavoro? Per mantenere efficacia si deve rimuovere la modalità competitiva e velenosa, per cui se io vedo che hai scritto uno sbaglio ti scrivo “Servo del sistema, perché chi ti paga non ti licenzia? Non sai fare il tuo lavoro, vergognati” però ti scrivo “Quella cosa è sbagliata“. In quel caso a me scrittore sei molto utile. Moltissimi giornalisti quando dai loro del “servo, vergognati” si chiudono e si sentono assediati e coltivano una disistima nei confronti dei lettori a loro volta e questo non porta a grandi miglioramenti della qualità dei contenuti.

Quale messaggio vorresti arrivasse al lettore?

Buona domanda. Ci sono delle buone contraddizioni in questo libro. Il rischio di creare un’attenzione e una diffidenza sui contenuti giornalistici e il rischio di indurre le persone in un disincanto generale che più che scettico diventa paranoico, avendo timore che ci raccontino solo balle. Il lavoro che cerco di fare in questo libro è un lavoro di equilibrio fra l’indurre allo scetticismo e alla diffidenza, dando alcuni strumenti per coltivarlo, e al tempo stesso suggerire di costruirsi una propria bussola e una mappa di quali siano sia alcune testate più affidabili e garantite sia alcuni percorsi di verifica. Per esempio nel libro ci sono una serie di notizie false in forma di photoshop: foto false che i giornali hanno pubblicato e ripubblicano; una è quella di Obama che fuma la sigaretta. Ogni volta che negli Stati Uniti si parla di fumo o marijuana viene pubblicata questa foto che è falsificata: nella foto originale Obama non aveva una canna. Un esperto americano di studi e notizie false di recente ha scritto “quando avete dubbi su queste cose, ormai gli strumenti di ricerca in rete sono tali che voi stessi potete fare una ricerca su quella foto” – lui la chiama reverse searching sulle foto – “e verificare che quella foto lì la trovate esattamente uguale ma senza la sigaretta“. Quindi diciamo che ci sono sia delle mappe di fonti affidabili sia un po’ di pratiche e attitudini. La prudenza e la riflessione sull’importanza che tra essere informati bene e male c’è una differenza. 

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Riccardo Barbagallo

Lavoro da qualche anno nell'editoria, mi occupo di comunicazione per editori e autori e sono un digital addicted. Al contrario di altri, non mi posso definire un lettore da sempre, 'La coscienza di Zeno' in prima media è stato un trauma troppo forte da superare per proseguire serenamente la relazione con la lettura. Più avanti ho deciso di leggere un libro per piacere, e non per obbligo, ed è stato lì che ho capito quale sia la vera forza della lettura: la capacità di emozionare. Credo che sia questo il segreto, se così possiamo definirlo. Non ho più smesso.

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