A tu per tu con… Antonella Mecenero

* intervista realizzata da Ambretta Sampietro

Antonella Mecenero, che vive a Bolzano Novarese, ha creato il personaggio di Padre Marco, un simpatico giovane prete che vive a Pella e si improvvisa investigatore per risolvere casi complicati che a prima vista sfuggono agli investigatori tradizionali. Si avvale della collaborazione dei parrocchiani più assidui che volentieri gli riportano confidenze e chiacchiere di paese. Apparso nel racconto “Briciola” contenuto nell’antologia “Delitti d’acqua dolce” (Lampi di stampa) è ora in libreria protagonista del romanzo “La roccia nel cuore” (Interlinea).

Perché hai scelto un prete come investigatore?

L’idea è nata perché il prete è l’unica persona che si può intrufolare tra la gente a fare domande e investigare pur senza appartenere alle forze dell’ordine e ha la possibilità di conoscere segreti e retroscena. Per le strane vie dell’editoria è uno dei casi in cui è uscito prima il seguito del racconto originale. Padre Marco è uno strano tipo di prete, è legato a un mondo culturale considerato desueto e inutile. Vive in un paese molto piccolo, è un ex-professore di storia antica del vicino oriente, abituato a districarsi tra lapidi e papiri. Proprio per questo è in grado di capire e decodificare la realtà, anche quella sociale, quando si trova di fronte a fatti che non hanno una spiegazione immediata.

Fa tutto da solo o si avvale dell’aiuto delle autorità?

Sia in Briciola sia nella Roccia nel cuore inizialmente il caso non esiste, la morte di un ragazzo viene archiviata come suicidio. Padre Marco, che è abituato a porsi domande grazie al suo passato di storico, nota delle incongruenze e inizia a fare domande. Solo dopo parecchie risposte capisce che ci si trova di fronte a un delitto. Per catturare il colpevole ovviamente si avvale dell’aiuto delle autorità.

Non pensi che il suicidio di un ragazzo sia un tema un po’ troppo forte?

Mi piace usare temi forti di attualità sociale visti con l’ottica di personaggi che sembrano in apparenza vivere fuori dal mondo, distratti e legati a una cultura antica ma che li rende capaci di capire l’attualità. Nel libro sono trattati temi come la pedofilia, il satanismo nei giovani, la crisi sociale ed economica che purtroppo tocca anche queste zone.

Ti sei ispirata a fatti di cronaca?

In tutti i libri c’è un impasto di realtà e letteratura che si mescolano per creare qualcosa di unico. Fatti di cronaca simili purtroppo appaiono quasi quotidianamente sui giornali. Piuttosto ho cercato di ricostruire l’ambientazione di ciò che può succedere anche dietro l’angolo con riferimenti al mondo dei libri.

Nel 2012 hai vinto Giallomensa, un premio letterario importante. Cosa ha comportato per te?

E’ stata un’opportunità incredibile, il mio racconto, pubblicato dal Giallo Mondadori, è finito in tutte le edicole d’Italia. L’anno scorso grazie alla partecipazione a Giallomensa e a Giallostresa ho avuto la possibilità di farmi conoscere come scrittrice e i lettori si sono accorti della mia esistenza.

E’ importante partecipare  ai concorsi letterari?  Lo consigli a chi vuole esordire?

Si, tantissimo. In Italia c’è molta diffidenza perché si ha paura che ci siano imbrogli. Invece mi sono accorta che più è prestigioso l’Ente che li organizza più sono tutelati gli autori. Tra le tante strade i concorsi seri gratuiti o con costi di pochi euro sono le strade maestre per entrare nel mondo dell’editoria.

Cos’è per te scrivere?

Scrivere dà la straordinaria opportunità di vivere vite non proprie. E’ togliersi gli occhiali con cui si guarda normalmente il mondo e mettersi quelli di altri personaggi magari diversissimi dal nostro modo di vivere. E’ anche andare a passeggio in luoghi abituali potendo permettersi di prendere il tempo e l’attenzione che solitamente non c’è o immaginare luoghi lontani. E poi si può scrivere quello che si vorrebbe leggere.

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