The Free – Willy Vlautin

Titolo: The Free
Autore: Willy Vlautin
Data di pubbl.: 2019
Genere: letteratura americana
Traduttore: Gianluca Testani
Pagine: 251
Prezzo: € 18,00

Leroy Kervin è un giovane uomo ricoverato in una squallida casa famiglia per disabili nello Stato di Washington, nord ovest degli Stati Uniti. Leroy, reduce di guerra, spettro e antieroe dell’America contemporanea, è una delle figure chiave dello splendido, dolente romanzo The Free scritto da Willy Vlautin (Jimenez Edizioni, traduzione di Gianluca Testani). Coinvolto in un tremendo attentato sul suolo iracheno, Leroy non è mai guarito nonostante anni di riabilitazione. Accanto a lui, in spoglie stanze inghiottite dall’oblio e dimenticate dalla speranza, sono ospitati altri sventurati, malati mentali, disturbati, miseri diavoli, che urlano, si accapigliano, si denudano. Due custodi garantiscono, o almeno dovrebbero garantire, un minimo di vigilanza e di controllo sui degenti. Uno di questi, Freddie McCall, eternamente assonnato, sfiancato da una sorte ingenerosa, prova uno spontaneo sentimento di amicizia verso il povero Leroy. L’altro addetto, l’anziano Dale, arriva immancabilmente al lavoro in ritardo.

Una notte, dopo sette anni segnati dai feroci effetti del trauma (amnesia, depressione, inquietudine, difficoltà psicologiche e neurologiche), le nebbie si diradano all’improvviso e Leroy vede tutto con lucidità: le rassicuranti abitudini di un tempo, la vita felice con la fidanzata Jeanette, quindi gli obiettivi svaniti, i sogni traditi. Schiacciato dalla verità, escluso da orizzonti di riscatto, l’ex soldato decide di ammazzarsi. Il tentativo, goffo ed atroce, fallisce parzialmente. Leroy è trasferito in gravi condizioni in ospedale, dove è assistito da Pauline Hawkins, infermiera che inquadra il dolore provato dai suoi pazienti in una scala da uno a dieci. La madre di Leroy, Darla, cassiera in un supermercato della catena Safeway, accompagna il figlio nei suoi ultimi giorni di vita. Seduta al suo capezzale, Darla gli legge, ad alta voce, romanzi di fantascienza. Sono racconti assurdi, grossolani, a volte dozzinali, forse depositari di un codice, di un messaggio nascosto sulla condizione presente degli Stati Uniti.

The Free è un grande romanzo che scava nella coscienza infelice dell’America degli anni Duemila. Le storie di Leroy, Freddie e Pauline si incrociano attorno a letti d’ospedale. The Free fa della degenza una metafora sullo stato di salute della nazione americana, un corpo politico frantumato dall’individualismo. Viali e autostrade sono le vene e le arterie di un organismo inafferrabile, disarticolato, prosciugato di ogni residua goccia di onore e di gloria. Se le ipoteche sulle case promettono prossime, terribili sventure personali, il successo professionale di stranieri di “antica” immigrazione segnala quel che resta della mobilità sociale, un miraggio da cui molti, nel limbo post Undici Settembre e nell’incertezza degli anni della crisi economica, si sentono estromessi. Tutto è illusione solida, è ricchezza svaporata, è rovina postmoderna. Davanti all’ingiustizia che i personaggi in un modo o nell’altro patiscono, solo la gentilezza, l’umana compassione svelata dalla fulminea grazia di un gesto inatteso o germinata nel sentimento che si tramuta in cura e premura, sa essere un antidoto al veleno della disperazione. “La cosa più importante da fare quando si è stanchi è ricordarsi di essere gentili. Ricordarsi di fare le brave”, dice Freddie alle figlie, nel corso dell’accidentato viaggio in auto per riportarle a casa.

All’età di ventiquattro anni, Leroy si arruola nella Guardia Nazionale americana. Il suo capo alla Lowery Electric, nonché comandante di plotone, lo convince a firmare per dare il suo piccolo contributo patriottico. Un impegno di “un weekend al mese e due settimane all’anno”, un modo semplice per arrotondare lo stipendio in vista di una pensione migliore. Leroy contro ogni previsione, è spedito in Iraq, nell’inferno dell’inutile guerra voluta da George Bush Jr. “Sei mesi dopo l’inizio del dispiegamento, una mina aveva fatto saltare in aria il veicolo su cui si trovava”. Il resto, è buio.

Onesto padre di famiglia, Freddie si spacca la schiena dividendosi tra due lavori. Al centro per disabili svolge il turno di notte, poi, dopo un brevissimo sonno, si mette alla guida di una scalcinata Comet del 1965, va a fare colazione all’Heaven’s Door Donuts e prosegue per un negozio di vernici, il secondo lavoro, quello diurno, dove è sfruttato dallo svogliato Pat Logan, padroncino affascinato dai sermoni del predicatore ultraconservatore James Dobson. Freddie dorme tra un turno e l’altro, poco e male, tormentato dal pensiero dei debiti contratti per curare la figlia. La malattia di Virginia ha mandato il suo matrimonio in frantumi. Freddie, squattrinato, vicinissimo al baratro, si lascia convincere dal suo ex collega Lowell Price, indiano yakama, a intraprendere un’attività illecita, ottantacinque piantine di marijuana coltivate nello spazio segreto del suo scantinato che alloggia, amara ironia, un plastico della battaglia di Gettysburg, fondamentale snodo della storia americana.

Infermiera belloccia dai capelli castani, Pauline è la protagonista femminile di The Free. Non più giovane e non ancora vecchia, Pauline, allergica ai legami sentimentali, concede il suo corpo, quando lo desidera, nello sciatto contesto di un anonimo motel. I suoi rapporti con l’altro sesso sono già, in partenza, dei vicoli ciechi. Suo padre, affetto da turbe psichiche, occupa buona parte del suo tempo fuori dall’orario di lavoro. Una certa Jo, una ragazza comparsa dal nulla, senza voce e senza passato, ricoverata in ospedale, sconvolge la mesta routine quotidiana di Pauline. Sulla gamba Jo ha degli ascessi purulenti, evidente prova dell’uso di eroina. Qualcosa scatta nell’animo e nella memoria di Pauline: ricordi di un’adolescenza irrequieta, riflessi empatici, un istinto solidale sepolto sotto strati di disillusione. L’infermiera tenta di salvare Jo, alias Carol, dalla droga e soprattutto da una compagnia di ragazzini sballati, che conducono una vita randagia installandosi nel lerciume di case e fattorie abbandonate.

Willy Vlautin gioca anche la carta della distopia, riuscendo a incastonare nell’insieme, senza forzature, l’intaglio narrativo fantastico. Le letture della madre impattano sulla coscienza alterata del figlio Leroy e producono in lui uno scarto, una torsione onirica del proprio tragico vissuto. Il giovane moribondo e Jeanette, la fidanzata perduta, si trasformano in fuggiaschi, nella cornice di una storia di violenza e di oppressione totalitaria di matrice orwelliana. Tutti coloro che hanno un marchio sulla pelle sono passibili di condanna. Jeanette è una di loro e Leroy si immola per lei. Le canzoni incantevoli di Amália Rodrigues, suggello dell’amore dei giovani nella vita reale, diventano il simbolo di una libertà fragile e transitoria, minacciata dalla brutalità delle armi. Un esercito di assassini sigilla le sue imprese, terrificanti repulisti pianificati in ossequio all’imperativo osceno della purezza, con il tag ‘The Free’, che è anche il nome della nave madre dalla quale sciamano i militari in pattugliamento sui mari, alla caccia degli ultimi resistenti. Eletti e dannati: Vlautin restituisce l’essenza dell’America puritana, il moralismo piantato nelle lettere scarlatte d’infamia che giunge intatto, nei secoli, fino a noi.

“I tuoi ricordi svaniranno. Comincerai una nuova vita. È così che funziona”. Leroy consiglia a Jeanette di affrancarsi dall’attaccamento a lui, alla sua anima e al suo corpo morente. Tutto scorre. Al termine del romanzo, l’agonia cede il passo alla quiete. La scrittura di Willy Vlautin, fresca, accattivante, mai banale, ha un ritmo ipnotico, da ballata, che avvolge il lettore. Vlautin unisce la sua indole di musicista e cantante rock al talento, qui comprovato, di autentico narratore delle verità dell’America profonda. The Free è dedicato a Camillo de Lellis, Santo patrono degli infermieri.

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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