OLTRE LA PENNA di… Widad Tamimi

MURI

Anni fa, prima di stendere quello che sarebbe stato il mio primo racconto, digitai senza esitazione il titolo: a double-sided wall.

Pensavo al muro tra Israele e i territori occupati proprio come ad una maglietta con due lati, di quelle che si possono portare dritte o rovesciate, con una fantasia da una parte e una dall’altra. Per un verso o per l’altro, una maglietta resta pur sempre una maglietta.

Pochi mesi prima avevo camminato rasente quel serpente di cemento, alto e imponente, che si estende inglobando case, escludendo terreni, dividendo famiglie e stabilendo confini. Lo avevo toccato, quel muro, strisciando il palmo della mano per esserne certa: esisteva per davvero.

Ma i muri non sono solo fisici. Ci sono muri simbolici, di separazione e allontanamento, muri di demarcazione e muri che delimitano identità, distinguendole, per contrasto, da altre. Io sono, perché sono diverso da te. Questo è il processo mentale più primitivo a cui un bambino ricorre per riconoscere sé stesso e distinguersi dai propri genitori e dagli altri. Un processo mentale che purtroppo sembra integrarsi bene anche nel mondo globalizzato, in cui viviamo.

Un muro protegge, ci risponderebbero coloro che li erigono.

Limita e controlla, ci direbbero gli altri.

Osservando il muro della West Bank, che io lo guardi dalla parte israeliana e o da quella palestinese, mi pare solo un gran brutto muro. Lo si può decorare, lo si può nascondere con un bosco, a seconda delle risorse di acqua e di soldi disponibili, ma rimane, in fin dei conti, un muro.

E un muro limita, un muro priva di diritti e di libertà. E non lo fa solo nei confronti dei “cattivi”. Lo fa anche nei confronti della popolazione, in nome della cui sicurezza si sostiene di averlo costruito.

Mi sono sempre chiesta: se fossi israeliana, non mi sentirei limitata da quel muro di cemento? Non riterrei di limitare la libertà dei miei figli, piccoli israeliani? Il muro, dalla parte di Israele, è camuffato, quando possibile, da aree verdi. Eppure è lì, massiccio, a tagliare l’orizzonte, quella bella riga infuocata dal sole al tramonto, in cui ogni bambino ha diritto di perdere lo sguardo colmo di sogni, immaginando il futuro, l’infinito, e persino l’ignoto, ovvero tutto ciò che scoprirà e che, necessariamente, è diverso dal sè, di quel momento e quel luogo. Perché senza “il diverso” da me, ora e in questo luogo, non esiste alcuna possibilità di evoluzione del sé.

Un bambino che cresce con un muro davanti non è un bambino libero.

Un bambino che non può perdersi nella bellezza di un orizzonte, ovunque sia, è un bambino in trappola. E poco importa se questo nasce dall’esigenza di proteggerlo o proteggersi da lui.

Costruire muri, in fondo, non ha mai cambiato nulla, non è mai stata una reale soluzione.

Chi costruisce un muro, decide di non intervenire alla radice del problema. Sposta il problema più in là, finge di ignorarlo e poter vivere nel paradosso di una soluzione illusoria.

L’uomo crea muri e divisioni, si nasconde e si protegge dietro ai muri, poi, però, nei suoi mille contrasti è attratto in modo irresistibile dalla libertà. Si intrufola, sconfigge le barriere, passa tra le fessure in cerca di conoscenza e opportunità.

Nessun muro è mai stato completamente impermeabile.

E la caduta di ogni muro è stata seguita una grande festa. Internet, i social network, la libertà di essere in contatto con tutto il mondo ci dimostrano quanto sia forte il desiderio di oltrepassare i confini.

Non sono i muri a salvarci, ma politiche diverse, politiche trasparenti che ci dicano quali sono i reali coinvolgimenti dei nostri paesi.

A double sided wall raccontava la storia di alcuni bambini, che divisi da un alto muro di cemento, cominciavano a comunicare attraverso lo scambio di palloncini colorati. 

Li lanciavano nel cielo con rotolini di carta legati al filo di ogni palloncino.

La loro curiosità sfondava i confini, li oltrepassava in un gioco alla scoperta dell’altro.

Ogni volta che abbiamo l’opportunità di andare oltre il muro e incontrare, invece che allontanare l’altro, nasce una nuova speranza.

widad tamimi

Widad Tamimi figlia di un profugo palestinese fuggito dall’occupazione israeliana del 1967 e di una donna di origini ebree, la cui famiglia scappò a New York durante la Seconda guerra mondiale, è cresciuta in Italia. Attualmente vive a Lubiana col marito e i due figli e presta servizio nei campi di accoglienza ai profughi nell’ambito del programma “Restoring Family Link” della Croce Rossa Slovena. Nel 2012 ha pubblicato, per Mondadori, la sua prima opera Il caffè delle donne e nel 2016 ha pubblicato, sempre con Mondadori, Le rose del vento. Storie di destini incrociati.

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