L’ElzeMìro – Favolette Brechtiane_Tradescantzia la pirata

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C’era una volta, ma proprio una volta, la città libera di Tradescantzia. Città di mare; ma nessuno avrebbe saputo spiegare come mai avesse preso il nome da una bellissima pianta, la Tradescanzia, perché a Tradescantzia, gli orti e i giardini, persino i davanzali erano tenuti in nessun conto, tanto che perlopiù verdi o fiorite erano certe zone libere da palazzi o gli interstizi tra i ruderi di edifici abbandonati dove crescevano sarvatiche solo certune piante, il buon Verbasco, l’Agastache profumosa, il Ligustro, l’umile Buddleya o albero delle farfalle o lo strìgide Aconito. Tuttavia la bella Tradescanzia era simboleggiata nello stemma cittadino e sulla bandiera di Stato, un ramoscello viola in campo giallo. Ai balconi però non se ne vedeva un ciuffo, solo stendi-biancheria.

Vasta, e con poco territorio intorno e alle spalle, Tradescatzia viveva di una flotta possente di  innumerevoli navi commerciali ma soprattutto da guerra, capitanate da ottimi capitani e pirati, pirati di stato che campavano di uno stipendio di stato, diritti di saccheggio a parte. Tutto a Tradescantzia era di stato, anche lo stato incarnato nella figura del Primo Commissario Cittadino con pieni poteri, anche quello di trasferirli a un proprio delfino, e da un consiglio dei dieci commissari minori – il consiglio dei dieci, direte voi piccoli lettori –nominati ciascuno dai dieci rioni della città, secondo l’estro del momento. Non bisogna immaginarla ordinata come Pompei ma anzi piuttosto intricata Tradescantzia, una Venezia senza canali o pochi, giusto un due per lo smaltimento delle merci minute tra i vicoli, e chiusa dentro un alto muro vigilato giorno e notte da cento sentinelle e più alto di quello che chiudeva l’intero territorio esterno alla città, isolandolo dal resto delle terre emerse. Le mura non si deve pensare fossero una precauzione atta a scongiurare attacchi da terra. Al contrario servivano a non fare scappare nessuno dalla città. Fuori dalle mura esterne peraltro pullulava un intrico di laghi e laghetti e lagune e rivi e sorgenti che qui si confondevano con il mare, lì impedivano a chiunque ne avesse avuto il desiderio, di farsi libero appunto e padrone di sé in qualche altro paese: gli specchi d’acqua non solo avrebbero reso difficile la fuga, pensate piccoli lettori alle Everglades della Florida, ma qua e la tra quegli specchi d’acqua, delle gabbie di ferro dove chi sgarrava dalle leggi severe di Tradescantzia veniva rinchiuso, servivano da avvertenza: non c’erano problemi di sovraffollamento, nella gabbie si veniva deportati a morire e a segnalare con la propria schifosa spoglia le difficoltà che avrebbe incontrato chi avesse voluto scappare dalla città, atto gravissimo e preso per tradimento dai giudici locali; tra gli eventuali altri condannati per reati minori, ma occorre ricordarsi che stante la sua costituzione di stato pirata a Tradescantzia il furto, la truffa, il ricatto non erano ritenuti mali così gravi, solo alcuni fortunati, che venivano abbandonati tra un ciuffo di canne o su isolotto, avrebbero avuto, in teoria, una possibilità di riscatto e di fuga. Ma come, senza fiammiferi, né mappe, né strumenti, coltelli o cose per riuscire a cacciare le pur molte folaghe, pesci nell’acqua e sopravvivere in un ambiente di cui non potevano conoscere nulla perché mai era stato esplorato e mai mappato. Levagli la curiosità e fai di un uomo un  morto. E questo era per l’appunto una delle linee guida del governo a Tradescantzia. Tranne i pirati e i pescatori e solo per mare ovviamente nessuno poteva uscirne e se un pescatore, per azzardo non fosse tornato, la famiglia sarebbe stata messa al gabbio; ciò era noto. Ciò procurava dei conflitti con la noia.

Ma a Tradescantzia erano incentivate le arti e la scrittura. L’Accademia statale d’Arte manteneva il locale Museo delle Conquiste e le confraternite dei pittori e degli scrittori – la musica non era conosciuta se non nella sua forma più elementare del battere un tamburo (si batteva sui tamburi per ogni cosa, l’arrivo di una nave, lo scorrere delle ore, il ritmo di lavoro nelle officine) – procuravano di fornire agli abitanti validi strumenti di distrazione e divertimento, dipingendo gli uni quadri, scolpendo gruppi marmorei o lignei che illustrassero le gesta dei pirati o l’edificazione di un nuovo molo nel porto, scrivendo gli altri: racconti, romanzi di argomento piratesco, poemi e poemetti oppure, in alternativa saggi sulla vita del Primo Commissario Cittadino, soggetto semicollettivo tanto l’uno era indifferente dall’altro e tanto rimaneva in carica, per la vita; e la cui vita era per lo più longevissima grazie alle pozioni di Gynostemma pentaphyllum, erba cara e miracolosa, fatta arrivare via mare dall’Impero Mezzano, con cui il soggetto, chiunque fosse, si manteneva in vita e al potere fino alla morte. Esistevano poi le mogli del Primo Commissario; chiamate tutte Regine della China per via del fatto che uniche potevano scrivere con pennini d’oro intinti nell’inchiostro nero. Tutti gli altri a lapis, in modo che frasi scomode o inopportune avrebbero potuto essere facilmente cancellate dai loro testi. Il loro ruolo di mogli e regine della china le trasformava di diritto in scrittrici e questo diritto esercitavano con crudeltà,  se per caso, qualcuno degli altri scrittori ufficiali dello Stato, quelli a lapis, avesse voluto oscurarne la posizione. La polizia, tutta chiusa nelle sue armature di ferro nero sarebbe subito intervenuta ad arrestare l’incauto, torturarlo e portarlo a processo per tradimento. La pena, o piccoli, avete capito qual era.

Lassù a Tradescanzia, dove l’estate era breve e torrida, calava in inverno un freddo rigoroso, inadatto alla vita se non ben coperti e questo benché il suo enorme porto fosse libero per la maggior parte dell’inverno dai ghiacci. Sì, alle volte sul dorso del mare se ne formava una crosta sottile e azzurrina; al primo variare della temperatura si spezzava in diecimila lastre di ogni dimensione. Al muoversi delle onde la coltre gelata ricordava l’ando lento e sinuoso, tutto scapole e anche, di un leopardo delle nevi in caccia. Insomma anche il mare dava a intendere di essere un predatore; benché fosse tra quei paraggi il mare com’è dappertutto: indifferente a ciò che gli uomini possano pensarne; e ora burrascoso e violento, ora quieto e vellutato. Sempre profondo e assassino o di basso fondo e infido.

Tradescantzia diceva di sé stessa città libera e in effetti lo era da qualunque vincolo con città di terraferma o anche di mare, tutte piuttosto lontane e tutte, come si usa, facenti parte, quelle di un principato, queste di un regno, altre di una vasto impero. Ma all’epoca dei fatti le terre emerse erano da tanta parte dell’ultimo orizzonte vuote di abitanti che non fossero cinghiali, lepri e tigri. Gatti selvatici anche. Uomini zero se si escludono rare tribù di trogloditi dediti alla caccia delle rane e se si escludono quelli che con qualche fatica si erano omologati in un dominio principesco o regale o imperiale. Insomma a volersi muovere c’era a quel tempo tanta terra a disposizione e tanto di quel mare che appunto i pirati di Tradescantzia ne avevano fatto un impero tutto particolare e tutto loro. Fin dove si spingessero sul filo delle loro agilissime e armatissime barche – a Tradescantzia già si conoscevano le armi da fuoco, persino i lanciafiamme – quei pirati portavano rovina e rapina e le leggi di Tradescantzia che essi imponevano con la forza a questa o quella città di mare. Le conquistate perdevano presto ogni loro facoltà,  fosse anche minima; giuravano fedeltà al Primo Commissario e da quel momento si assoggettavano alla regola di non coltivare territorio, anzi di ignorare quasi del tutto la provincia loro d’intorno per dedicarsi integralmente, o quasi, allo stesso tipo di attività che faceva fiorire Tradescantzia: la pirateria che, s’è capito, necessitava di uomini sempre freschi. Le leggi, se tali, erano le stesse dure per tutte le marinerie: ubbidire alla cieca e combattere con ferocia inumana, anche per non essere uccisi n’è vero. In caso di morte di un pirata la vedova aveva diritto per il resto dei suoi giorni a un rimborso spese in beni rapinati, salvo si fosse sposata con un altro pirata o con uno dei numerosi funzionari che facevano girare l’ingranaggio dello Stato, o con un mercante o un bottegaio, attività tutte relegate e regolate a doppia parola d’ordine dalle confraternite: dei pepai, dei verdurai, dei candelai, degli imbianchini, degli allevatori di polli. Di fatto tra un venditore di pepe e candele e un funzionario di palazzo non c’era o quasi distinzione se non nello stipendio. A Tradescantzia vigeva la regola della diseguaglianza, parola inesistente nella lingua locale che traduceva invece il suo contrario con il termine tuttuni.  Per dire eguali.

Ma queste sono tutti fatterelli, storie per mettere in cattiva luce una città stato non diversa dalle ben note e recentissime repubbliche marinare d’Italia o di Germania o di Spagna. Senza andare indietro alle colonie greche. La differenza era solo nel fatto che mentre in quelle c’era a reggere la città un embrione o un aborto di parlamento e una sorta di costituzione che ponesse dei limiti all’azione dei capitani, detti a volte, per celia,  del popolo, a Tradescantzia queste strutture politiche non c’erano. Tutto decideva il Primo Commissario Cittadino, aiutato, per i minuti bisogni esecutivi, dai burocrati cittadini e per quelli decisionali dai dieci consiglieri, ognuno dei quali si occupava, più o meno come un ministro oggi, di un aspetto particolare del potere. Tra questi c’era il consigliere per le arti, tenute già s’è detto tanto in conto a Tradescantzia che i pirati avevano tra i loro compiti quello di depredare quanto potevano della opere d’arte che incontrassero nelle loro scorrerie, per portarle ad arricchire la immane collezione di statue, olii e tesori nel palazzo del Primo Commissario, nelle celle sotterranee che svicolavano sotto le case della città in un fitta rete di cunicoli e depositi – la roccia di cui era fatto il sottosuolo, secca nonostante la vicinanza al mare garantiva la conservazione delle opere – e nel Museo delle Conquiste. A bordo di ogni nave viaggiava un apposito commissario alle bellezze con uno stuolo di assistenti. Mentre i pirati sventravano, devastavano, violentavano – quello allo stupro per legge era ritenuto un loro diritto – il commissario, seguito dal suo codazzo di giovani di bottega che prendevano appunti, girava strada strada, casa casa, palazzo palazzo, tempio tempio, a inventariare, segnare col gesso rosso, disporre il sequestro di ogni opera che egli ritenesse d’arte.

Poi tutto questo bizzarro ordinamento statale scomparve in un solo pomeriggio. Tutto cominciò un martedì sera di marzo, con una inusuale tempesta di neve. Per sette giorni il vento soffiò innanzi a sé un fronte di nubi compatto come carta pressata e dopo il vento una neve che arrivò a congelare le finestre dei palazzi, colmandone le imbotti in blocchi compatti e rivestendole di stalattiti di ghiaccio. Camminare fu presto impossibile, il mare gelò  e il porto ne fu paralizzato, nessuna nave poté salpare o essere caricata o scaricata, le gru ebbero le pulegge e le ruote e le funi strette in una morsa di ghiaccio. Si pensò a una rabbia passeggera del mare. Ma contro ogni previsione fausta, l’unico tipo di previsione prevista dalle leggi, il mercoledì dopo a mezzogiorno tutta la terra sotto la città tremò fin oltre le mura interne e oltre quelle interne, scosse la neve accumulata e il cielo più che plumbeo si riempì di un tumulto di lampi: ci fosse stato un Giovanni a osservare gli eventi, ecco li avrebbe chiamati di sicuro apocalisse. Si scatenò una grandine cattiva, peggio una pioggia, un bombardamento di ghiaccio; i nembi scagliavano a terra chicchi di ghiaccio grossi come gatti, e questi si infrangevano al suolo, ancora innevato, quelli fracassavano sui tetti e in molti casi fracassarono i tetti o i comignoli o quel che sta di solito sui tetti. Questo disastro durò per un altro giorno intero, fino all’alba del giovedì e, quando verso le due dopopranzo parve che tutto si fosse calmato, quando la terra smise di tremare e il vento di soffiare, e il ghiaccio di cadere, nessuno, così tappati in casa com’erano costretti, nessuno fu in grado di osservare ciò che di nuovo era in arrivo dal mare e dare l’allarme. Del resto sarebbe servito a poco. Ciò che nessuno ebbe modo di vedere fu un’onda terrificante – oggi le chiamano tsunami – che montava dall’orizzonte, lontana ancora ma alta non si sa quanto, tanto era ben visibile, e su un fronte largo così da destare raccapriccio al pensiero di quello che stava per accadere – sempre che qualcuno avesse potuto darsene conto – .  Galoppò l’onda verso la città ma da lontano tanto che arrivò solo il giorno dopo, venerdì all’alba e con la forza di mille milioni di cavalli sfrenati; investì le dighe del porto, travolse le navi, le schiacciò una sull’altra tra il fragore dei legni e dei ferri, attaccò le rive e le sgretolò, con la brutalità di mille ciclopi si impadronì delle gru, le spezzò, ne stroncò i paranchi e inghiottì e trascinò via ogni struttura in un vortice di proporzioni indescrivibili se non dall’oggettività di un qualche scienziato. Ma non ce ne furono ad osservare il fenomeno, tutti al chiuso a tremare di paura gli abitanti di Tradescantzia e pochi gli scienziati. Di sicuro udirono il ruggito fenomenale dell’acqua. Poi la videro sfondare le loro porte e finestre, devastare i muri più deboli, le vetrine. Poi più nulla. Un gluglub generale. L’onda passò oltre la città scavalcando e sbriciolando le mura interne, balzò feroce oltre le esterne. Quando l’onda ebbe raggiunto il suo acme, dopo avere allagato ettari ed ettari di terra e di boschi, si spense contro delle basse colline che ad est nelle belle giornate si potevano osservare dalle torri più alte della città; si rivolse allora su sé stessa, come fanno di solito le onde, trascinando con sé nel suo rigurgito tutto quello che aveva ingurgitato. Sopravvenne un silenzio placido e placido un sole spuntò come fa di solito di là dalle nubi. Di Tradescantzia non c’era più nulla. Una landa di sabbia, detriti e fango che poco a poco il mare inghiottì.

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L’immagine di apertura è di anonimo.

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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