Il volontario di Auschwitz – Witold Pilecki

Titolo: Il volontario di Auschwitz
Autore: Witold Pilecki
Casa Editrice: Piemme editore
Genere: libro-documento
Traduttore: Annalisa Carena
Pagine: 356
Prezzo: 18.50 €

Se vi aspettate di leggere un romanzo avvincente, ben scritto, con una trama e dei colpi di scena immersi in una narrazione fluente, allora non è al Volontario di Auschwitz che dovete rivolgervi.

La frase riportata sul retro del libro rende esattamente merito a quello che vi troverete: un documento di enorme importanza. Frasi, pagine scritte non col pensiero di avere un pubblico davanti da intrattenere, ma con l’idea di tramandare nel Tempo qualcosa che pericolosamente potrebbe essere altrimenti cancellato dal Tempo stesso. Il 19 settembre 1940 Witold Pilecki si fa arrestare volontariamente per essere mandato ad Auschwitz: questo libro è il rapporto dei circa 1000 giorni trascorsi nel campo.

Riassumerlo sarebbe riduttivo. Probabilmente chiunque stia leggendo queste righe ha notizia di nozioni come “camere a gas”, “rappresaglie”, “SS” o “forni crematori”. Ma abbandonare queste parole ad un qualunque libro di storia rischia di renderle ripetibili e banali nelle nostre menti, perlomeno di chi non ha vissuto davvero quell’epoca, al pari di “centurioni”, “triumvirato” o altri termini cui attribuiamo l’etichetta di “passato” e accumuliamo da qualche parte. Leggere il rapporto di qualcuno che ha vissuto ad Auschwitz ed è riuscito a fuggirne cambierà sicuramente almeno una parte della prospettiva che fino ad oggi vi siete fatti su quello che poteva accadere li dentro.

Si mettevano d’accordo e ognuno metteva una banconota su un mattone. Poi seppellivano un detenuto a testa in giù nella sabbia […] e, controllando gli orologi, contavano per quanti minuti le sue gambe continuavano a muoversi(p. 103). Nell’estate del ’41, amici della conceria mi fecero mangiare per la prima volta carne di cane senza dirmi cosa fosse. Dopo di che, lo feci consapevolmente (pag. 137). Furono fatti dei tentativi di produrre sperma maschile artificiale, ma i risultati furono del tutto negativi. Iniettando il surrogato di sperma prodotto artificialmente si causavano delle infezioni. Le donne sule quali si effettuavano quegli esperimenti venivano poi eliminate col fenolo” (pag. 253).

Si’, è effettivamente molto diverso dal leggere un libro di storia.

Le prime 200 pagine del libro sono di una crudezza impressionante. Ripeto, non pensate di trovarvi di fronte a un romanzo. Lo stile del rapporto è evidente: frasi brevi, persone chiamate per numero e non per nome, dettagli tecnici sull’organizzazione gerarchica del campo. E, costantemente, tutto è circondato da Morte. Si può leggerne una parte, poi appoggiare il libro e magari sbagliare pagina quando lo si riapre; poco importa, si è sicuri che comunque si leggerà di Morte. Quella che accadeva ogni giorno, quella che qualcuno iniziava addirittura ad invocare, piuttosto di subire la non-Vita del campo. Poi, incredibilmente, nelle ultime 50 pagine, e a partire dall’inizio del ’43, emergono anche note di… buonumore.

Nei blocchi si svolgevano incontri di pugilato e serate culturali…. (pag. 246); “ora che il regime del campo era meno rigido i detenuti cominciarono ad avere rapporti con le donne” (pag. 279).  Si assiste a un cambiamento nella gestione del campo: non piu’ Vernichtunsglager, campo di sterminio, ma arbeitslager, campo di lavoro. Ciò nonostante, “il numero di individui portati quotidianamente alla camera a gas arrivava a 8000(pag. 274), OTTOMILA, come fosse la normalità. E’ incredibile leggere come l’uomo sappia adattarsi e ricercare qualche motivo di contentezza anche in situazioni cosi estreme. Sul motivo del cambiamento Pilecki non si esprime; inizio di una sorta di aiuto al negazionismo venuta da alti livelli? Non ci è dato saperlo. Ma quello che avrete letto fino a quel momento non riuscirete più a cancellarlo, qualunque cambiamento incontrerete nelle pagine successive.

La fuga da Auschiwtz, sulla cui possibilità prima di leggere questo libro non avevo mai riflettuto, è il primo e unico e ultimo momento del rapporto in cui sembra tramutarsi in un romanzo. Non piu’ numeri ma nomi dei compagni di avventura, non più morte ovunque, ma speranza di vita. Uscendo dal campo Pilecki e i suoi compagni riacquistano la dimensione del Tempo che era sempre mancata dentro ad Auschwitz e che non aveva permesso di narrare, ma solo di annotare.

Il tono del rapporto libera da ogni autocelebrazione un uomo che a buon diritto è stato successivamente definito un eroe. Un libro che sconvolge, che parla anche da chiuso, un libro da far leggere soprattutto a chi, a scuola, sta affrontando per la prima volta il tema, rischiando di relegare nella stessa parte di pensiero dove ammucchierà “triumvirato” e “centurioni”. Ma un libro che in realtà dovrebbero leggere tutti. Per non dimenticare.

 

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Sono un viaggiatore, sia con la testa che per davvero. Un vagabondo che sproloquia di chimica aspirando a conoscere tutte le lingue del mondo, per crearsi amici dappertutto e storie da raccontare attorno a un fuoco. Ma in realtà il mio piccolo mondo antico di Bizzarone è il posto piu’ bello del mondo, e la parola che preferisco è quella distesa sulla carta, con la tastiera a far da tramite tra il bailamme nella mia testa e il mondo là fuori. Nella mia stanza troverete di tutto, Hobsbawm e Walt Disney, Calvino e Paolo Villaggio; ogni libro ha qualcosa da dirmi e da insegnarmi, ha voglia di giocare con me e farmi sognare. La fantasia, qualche birra, la mia bici, la mia ragazza e i miei amici: sono il papero disastro piu’ ricco del mondo, come dovremmo sentirci tutti piu’ spesso. Se 5 righe sono troppe ditemi che la accorcio...

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