A tu per tu con… Sara Rattaro


Abbiamo incontrato Sara Rattaro, vincitrice del premio Bancarella 2015, per l’uscita del suo nuovo romanzo Splendi più che puoi, storia emozionante che tocca i cuori della gente.

Un nuovo romanzo, sulla scia di „Niente è come te“, (storia vera, tono serio, dialoghi incalzanti), riesce a coinvolgere il lettore per il tema attuale e drammatico. Come è avvenuta l’intera stesura dato che nelle ultime pagine dichiari di aver “giocato un po’ a tira e molla” con la trama?

La storia che ha ispirato Splendi più che puoi arriva dall’incontro con una mia lettrice che mi ha voluto affidare la sua drammatica esperienza. Dopo aver sposato l’uomo che considerava “giusto” si è ritrovata sequestrata in una casa di montagna per anni senza poter comunicare con l’esterno e chiedere aiuto. Erano gli anni 90’. Dopo aver raccolto tutte le informazioni, ho lasciato riposare dentro di me l’intera vicenda per poi avere in testa uno schema preciso per la stesura.

Torni a parlare al femminile e ti riesce bene perché durante il romanzo ci si affeziona ad Emma, la si guarda con incredulità, incapace di reagire a soprusi continui e violenti. Cosa pensi della società odierna: esiste davvero un’emancipazione femminile / parità dei sessi o è solo un effetto per tener a bada il patetico potere maschile?

Le considerazioni da fare sono tantissime. Di certo, l’emancipazione femminile ha fatto tanta strada e diventa sempre più concreta, ma il percorso per ottenere una vera e propria parità di genere è ancora lunga. Questo, come altri problemi, sono riconducibili a una fattore culturale ed educativo tipico della nostra società. Educhiamo i figli maschi ad avere paura dei loro limiti e delle loro insicurezze e educhiamo le femmine a stare un passo indietro per non acuire le paure degli uomini. Tutto questo porta ad un disagio che è fattore di cronaca di tutti i giorni.

Quando scrivevi, ti sei mai chiesta se questo romanzo fosse un messaggio da donna a donna? Oppure pensi di riuscire a coinvolgere anche il pubblico maschile, facendolo riflettere sul dolore fisico e psichico che può generare?

Con questo libro non insegno nulla alla donne. Ogni donna, anche la più fortunata, sa di cosa sto parlando. La violenza e la paura della violenza sono impresse nel nostro DNA. Cresciamo dovendo fare attenzione a tutto, dagli sconosciuti in poi. Certamente mi piacerebbe che gli uomini riflettessero sul fatto che il problema della violenza di genere li riguarda da vicino, non solo perché sono gli uomini ad essere accusati di essere i carnefici, ma perché sono spesso vittime accanto alle donne che subiscono maltrattamenti.

Splendi più che puoi si differenzia dagli altri romanzi per la cadenza del ritmo di suspense. Parte forte nelle prime pagine, scende attraverso un lungo flashback e risale con un effetto “sveglia” (la molla si carica per poi squillare all’improvviso), ma c’è sempre la sensazione che non sia mai finita, che non ci potrà mai essere un lieto fine comunque andranno le cose. Quanto c’è di vero in tutto questo? Quando si può finalmente scrivere la parola fine sulla vicenda? 

Uscire da una violenza richiede un percorso lungo e difficile ma non impossibile. Questo è quello che voglio raccontare. In Italia siamo troppo abituati a parlare di violenza domestica o di genere quando non c’è più nulla da fare, trattando il tutto già come femminicidio. Dobbiamo considerare che le donne che riescono a uscire dall’incubo esistono e devono aumentare. Dobbiamo comunicare la speranza e la voglia di tornare a splendere.

Nel romanzo fa riflettere molto il fatto di vedere il proprio aguzzino libero di vagare per la città come se nulla fosse, di parlare con la gente, di rifarsi una vita, tanto da riuscire ad indurre all’errore Emma, addirittura rischiando di perdere la figlia Martina. Cosa porta Emma a non abbassare mai la guardia: il fatto di essere donna o di essere mamma? Perché in un passaggio racconti che il desiderio di rivalsa nasce non dalla paura di morire, ma dalla paura di lasciare sola la figlia con quell’uomo.

La maternità è un fattore chiave di questa storia. Dopo la nascita di Martina, Emma comprende che la sua vita non ha più solo valore per se stessa ma sarà funzionale per la vita della figlia. Vivere diventa quanto mai essenziale.

Mi è chiaro perché la famiglia di Marco non sia mai intervenuta sulla vicenda: è meglio liberarsi delle zavorre impazzite, che gestirle nel quotidiano. Non mi è chiaro invece perché la famiglia di Emma si sia arresa quasi subito. Potresti spiegare meglio il passaggio?

Non si è mai arresa in realtà. Quello che racconto è uno spaccato di Italia molto definito. Negli anni 90’ non esisteva una legge sulla violenza domestica e questo era un problema privato, da sopportare. La famiglia non ha potuto fare nulla perché la denuncia poteva essere fatta solo dall’interessata. Loro erano tenuti in ostaggio tanto quanto la figlia.

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Ho scritto questo romanzo perché era la storia giusta. Lo è stata da subito. Difficile, a tratti drammatica ma piena di speranza. Vorrei che questa storia portasse a riflettere su cosa significhi trovarsi in una situazione tanto difficile senza sentirsi in dovere di giudicarla. Nessuno resta in un regime di violenza di sua volontà, se le cose stanno così, un motivo esiste sempre anche se non riusciamo a coglierlo. Allunghiamo una mano, offriamo conforto e solleviamo ogni giudizio. 
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