A tu per tu con… Alberto Moccetti

Alberto Moccetti, preside del Liceo Diocesano di Lugano (TI, Svizzera),  quest’anno si è aggiudicato il Premio Chiara Inediti, con la raccolta di racconti “Il dito del babbuino”, che è stata edita da Macchione per l’Associazione amici di Piero Chiara, organizzatrice del Premio.

I racconti,  uno dei quali, “Lo scoop” è stato pubblicato on-line dalla nostra testata,  sono caratterizzate da  personaggi quotidiani, che provengono da diversi ambiti professionali, alle prese con situazioni comuni e bizzarre al tempo stesso.

Prima di aggiudicarsi questo premio, aveva già pubblicato due libri di racconti (“Baristi si nasce” nel 2001 e “L’oro del Malcantone” nel 2003) oltre che un romanzo breve “L’ultima volta che ci siamo visti” nel 2008, tutti per l’editore Armando Dadò di Locarno. Direi quindi che non è approdato presto alla scrittura. Quando ha iniziato a scrivere con l’intento di pubblicare?

Mi è sempre piaciuto molto raccontare in generale, dalle barzellette alle classiche storie che narravo ai miei figli. Ad un certo punto, all’alba dei 40 anni,  mi sono detto che mi sarebbe piaciuto scriverle e a quel punto le ho fatte leggere ad un amico esperto di letteratura, chiedendogli di essere impietoso, perché non mi sentivo di avere tempo da perdere inseguendo sogni impossibili. Lui invece mi ha incoraggiato, dicendo che ne valeva la pena.  Così ho trovato un editore e ho cominciato seriamente a scrivere..

Qual è il suo rapporto con il tempo della scrittura?

Io non ho una regola, scrivo quando capita e non solo quando sono tranquillo. Mi capita di scrivere anche in momenti di grande stress. Scrivo quando mi vengono le idee, solo che per me la scrittura  può causare situazioni pericolose…Mi spiego meglio: quando mi viene in mente una frase devo scriverla subito, così una volta ho tirato fuori un foglietto mentre guidavo in autostrada… Non credo che lo rifarò!

A quali scrittori si è ispirato?

Qualcuno mi ha detto Guareschi, ma più che altro un autore che mi ha sempre ispirato è Calvino. Già durante gli studi mi piaceva molto come scriveva. Mi piace anche quello che lui diceva su come si inventa una storia: immaginiamo un luogo, una situazione assurda poi vediamo cosa accede in questa situazione. Per me spesso è così. Negli ultimi anni ho subito anche il fascino di scrittori americani come Carver. Mi è vicino perché parla molto di pesca, che è una mia passione.

Perché ha scelto la forma narrativa del racconto?  La preferisce al romanzo?

I miei primissimi racconti,  scritti 10-12 anni fa, erano al massimo di tre o quattro pagine e comunque io non scrivo molto in termini di quantità.  Probabilmente è legato al tempo che posso dedicare alla scrittura: posso magari scrivere  per un o due giorni, ma poi devo smettere per settimane. L’idea di lasciar lì una storia e riprenderla  non mi piace molto: quando scrivo un racconto cerco quindi di finirlo.  Scrivere un romanzo vuol dire star sopra una storia per molto tempo. Non so se è una forma connaturata a me o soltanto esercizio che per ora non ho fatto.

Per quale motivo la raccolta si chiama “Il dito del babbuino”?

È legato ad un racconto, che ero addirittura indeciso se inserire nel raccolta in quanto mi pareva troppo inverosimile. Parla infatti di una fuga di animali da uno zoo. Un giorno però ho ricevuto da mio figlio la segnalazione della notizia di un babbuino scappato dallo zoo safari di Fasano, in Puglia, proprio dove io avevo ambientato la mia storia! La scimmia ne ha combinate di tutti i colori, molto di più di quanto io avevo immaginato. A quel punto, visto che la realtà ha superato l’immaginazione, mi è sembrato giusto dare questo titolo alla raccolta.

Nei suoi racconti in effetti luoghi sono sempre ben riconoscibili e caratterizzati ed in essi agiscono  personaggi a cui nell’apparente normalità, accadono  situazioni particolari. Come li crea?

C’è sempre un luogo nelle storie che normalmente è familiare per me oppure su cui mi documento. Per costruire i personaggi invece mi ispiro spesso a gente che conosco, di cui mescolo i caratteri per cui non sono identificabili. Il tratto che li accomuna in questa raccolta è che sono alla ricerca di un loro posto, di una loro vocazione che finiscono per trovare dentro qualcosa di molto concreto e inaspettato.

Che cosa consente ai suoi personaggi di affrontare queste situazioni, a volte così bizzarre?

Ritengo la genialità una dote importante: può voler dire qualsiasi caratteristica che una persona ha, che si ritrova come dono e che gli consente di affrontare in modo unico le circostanze che gli capitano.

Cos’è cambiato dopo aver vinto il Premio Chiara Inediti?

Ciò che è cambiato è che posso contare su nuovi lettori, al di fuori della realtà del mio Paese (la Svizzera Italiana, ndr) Non sono di quelli che dicono che scrivono per se stessi. Io scrivo perché ci siano persone che mi leggano e sono felice di potermi far conoscere da un nuovo pubblico.

Qual è il suo messaggio per Gli Amanti dei Libri?

Il mio messaggio, partendo dal mio lavoro e dall’esperienza con i miei figli riguarda la trasmissione della passione per la lettura. Per far crescere dei buoni amanti dei libri occorre  indirizzare i ragazzi alla lettura in modo adeguato  all’età che hanno. La scoperta di alcuni autori gli apre un mondo, ed è quello che accade con Salgari e Tolkien. Occorre suggerire buone letture, senza paura che siano antiche. Con i giovani non bisogna avere paura della tradizione e quando si può, anche come genitori, regalare libri che si conoscono perché un lettore alle prime armi ha spesso bisogno di interlocutori.

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Milanese di nascita, vive da sempre nel Varesotto. Insegnante di lettura e scrittura non smette mai di studiare i classici, ma ama farsi sorprendere da libri e autori sempre nuovi. Sommelier, abbina quando può un buon romanzo al bicchiere appropriato.

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