Data di pubbl.: 2026
Pagine: 99
Prezzo: € 15,00
Per Fernando Pessoa l’inquietudine è il peso del sentire, il peso di dover sentire. Lo scrittore portoghese ossessionato e tormentato da tutto questo sentire si rivolge al suo amico – eteronimo – Bernardo Soares e gli suggerisce di dedica all’inquietudine un libro intero.
L’inquietudine è il tema principale del nuovo libro di Vittorino Curci.
Il poeta pugliese come Pessoa avverte su questa terra questo angoscioso peso del sentire che sconvolge ogni cosa.
Terra dell’inquietudine, questo è il titolo della raccolta, è un viaggio esistenziale nella sotto specie umana (termine caro a Mario Luzi), una incursione potente e spiazzante nella scarnificazione di un tempo alle prese con la propria caduta nella Storia.
Un tempo, appunto, in cui il degrado del senso umano va di pari passo con
un’ansia che divora ogni cosa. Un’ ansia che è la proiezione di un’inquietudine in cui tutto si distrugge.
Parole sfigurate, notizie, sanguinanti, scritture senza voce, gente dilaniata, la poesia dopo la poesia, onde di angoscia, schizzi di sangue, vuoti di memoria, storie sgrammaticate.
Curci torna alle Cadenze della fine del tempo (titolo di un suo precedente libro di cui Terra dell’inquietudine è il conseguente seguito) per dirci da poeta onesto come stanno le cose.
Se Vittorino Curci in Cadenze per la fine del tempo sceglie la strada di una radicalità pensosa e con il sangue freddo scrive la sua poesia, osando un azzardo esistenziale che smaschera ogni tipo di finzione, uccide ipocrisia e menzogna, in Terra dell’inquietudine il poeta entra nei buchi neri del mondo, scarnifica il linguaggio per mostrare il disagio di una ferita profonda e con una consapevolezza che sanguina ci mostra tutti i meccanismi della distruzione e i suoi numerosi dispositivi inceppati: «la vita non dà garanzie / non creiamoci altre illusioni / ogni giorno è buono per morire»;« niente … tra il mostrarsi e il nascondersi / c’è tutto l’orrore a cui non possiamo sfuggire».
Curci prende in carico la voce del mondo con un’inquietudine poetica alta e scende a mani nude nell’abisso del tempo, dove ci siamo persi per non ritrovarci.
La parola in Terra dell’inquietudine incontra il foglio e il poeta scrive che siamo andati a fondo sotto un cielo di caligine, un lampo disegnato e non ci è dato sapere cosa c’è sotto.
Intanto si continua a vagare nella vertigine di un bene indivisibile, dove ogni giorno è disperato l’approccio con le cose del mondo e la palpitante scaturigine del male è sempre in amore con diaboliche voci di castrato.
Della poesia di Vittorino Curci mi piace molto la sua urgenza. Lui è un poeta che sente scorrere nel sangue le ragioni della parola, materia viva nello specchio cieco del mondo.

