Selvaggi – Katherine Johnson

Titolo: Selvaggi
Autore: Katherine Johnson
Data di pubbl.: 2021
Casa Editrice: Jimenez
Genere: Romanzo
Traduttore: Gianluca Testani
Pagine: 320
Prezzo: € 19,00

Zoo umani” e “freak show” sono prove inconfutabili del fenomeno del razzismo europeo tra Ottocento e inizio Novecento. Venere nera, film di Abdellatif Kechiche del 2010, ci ha fatto conoscere la vera storia di una giovane donna ottentotta, Saartjie Baartman, trascinata a Londra e a Parigi dal suo schiavista per essere esibita agli occhi della “civiltà”, prima di morire forse di vaiolo o, ipotesi da non escludere in considerazione della sua caduta nell’inferno della prostituzione al termine di inenarrabili sfruttamenti, di sifilide. Al centro di questo commercio finalizzato alla produzioni di remunerativi spettacoli non trovavamo solo il continente africano. Selvaggi, romanzo dell’australiana Katherine Johnson, racconta il viaggio in Europa di tre aborigeni strappati alla loro terra, la meravigliosa K’gari (Isola di Fraser), facendo leva sul miraggio di un possibile incontro con la Regina d’Inghilterra. Selvaggi è un’opera di fantasia costruita su una ricchissima documentazione. Due uomini, Bonny, Jurano e una donna, Dorondera, furono condotti in Europa tra il 1882 e il 1883 come reperti viventi.

Louis Müller (personaggio realmente esistito), capoingegnere di Brema, decide di raggiungere l’Australia con la moglie Christel e la figlia Hilda, dopo essere stato licenziato a seguito del crollo di un ponte e la morte di ventiquattro persone, una responsabilità non sua, una tragedia di cui ne paga, comunque, l’amaro prezzo. La famiglia Müller approda a K’gari, l’isola dei dingo, un paradiso incontaminato almeno fino all’arrivo dei bianchi ed il conseguente corollario di nefandezze suprematiste: espropriazione di risorse naturali, riduzione in schiavitù, diffusione di malattie letali. I Müller sono diversi. Entrano in sintonia con i pochi aborigeni rimasti, ne assimilano le abitudini culinarie e i rimedi tradizionali, si lasciano contagiare dai riti e dalle danze, imparano perfino la lingua locale, il badtjala. Christel, spirito gentile, muore, affidando le proprie memorie ad un diario. Hilda, intanto, cresce e imbocca la via dell’adolescenza a contatto con giovani aborigeni. Di uno di loro, di nome Bonangera, diminutivo Bonny, segretamente si innamora. Un giorno, la missiva di un impresario di Amburgo, Carl Hagenbeck, modifica i piani della loro permanenza.

Non vivremo qui per sempre, avevo iniziato a credere. Mio padre mi ha spiegato il contenuto della missiva che il missionario, il nostro postino, ci ha consegnato due settimane fa. Un uomo di nome Hagenbeck ci invitava a tornare a casa con la promessa di libera circolazione e un allettante compenso per mio padre se avessimo portato con noi tre nativi badtjala. C’è un grande interesse verso di loro, e mio padre dice che se il pericolo di estinzione diventa noto magari può aiutare la causa della riserva”.

L’ingegnere persuade Bonny, Jurano e Dorondera a seguirli in Europa. Con loro, anche tre esemplari di wallaby, un marsupiale di piccola taglia. È l’inizio di un lungo e doloroso viaggio. Hilda, ispirandosi alla madre, tiene un proprio diario in cui annota avvenimenti, sensazioni personali, commenti ascoltati a bordo della nave. Le parole dei marinai sono sprezzanti verso i tre anomali passeggeri, rinchiusi nella stiva al pari di merce da trasporto. La ragazza stringe un forte legame di complicità con Dorondera. Al contrario, il rapporto tra Hilda e il padre, lentamente, si incrina. Perché quell’uomo di larghe vedute, amichevole, franco, si mostra all’improvviso accomodante verso l’astioso capitano? Perché non ribatte alla durezza e al senso di superiorità che stilla da uno dei due scienziati imbarcati con loro? Intanto, la terra natia si avvicina.

Katherine Johnson adotta un narratore fantasma onnisciente, in grado di percepire le forze della natura evocate dai badtjala, chiamato ad alternarsi al punto di vista di Hilda e alle sue testimonianze dirette.

Bonny è fermo sulla riva del nuovo paese dove il vento è freddo e il cielo è grigio come la pelle di uno yuangan, un dugongo. Indossa il suo perizoma, ha la lancia in mano e il suo bar’gan pende dalla fascia attorno al fianco. La sua schiena è dritta come il tronco di un satinay. Jurano scende dalla passerella e va a mettersi accanto a lui, brandendo lo scudo e la lancia tanto per fare effetto, come a proteggere Dorondera che adesso sembra a disagio davanti a tutta questa gente nel suo vestito di pelle di opossum e un nuovo copricapo di wallaby”.

È così che l’europeo si aspetta che l’aborigeno sia: selvaggio. Poco importa che i tre sappiano conversare in tedesco e non disdegnino vestirsi “all’occidentale”. I segni di “civilizzazione”, o meglio di contaminazione tra culture, sono elementi da far trapelare il meno possibile. La Venere nera, atroce paradosso, fu interrogata da una corte in lingua neerlandese in merito alle vessazioni subite e in neerlandese rispose. Il fascino dell’incomprensibile assolve dalla responsabilità di comprendere chi abbiamo di fronte. L’assimilazione uccide il desiderio di assistere a esperienze di radicale alterità e quindi, prosaicamente, non paga. Lo straniero, soprattutto se proveniente da terre remote, inaccessibili, aliene, deve aderire a un canone esotico predeterminato.

Bonny e Jurano diedero il via a una finta lotta, che terminò con Jurano che teneva la sua lancia sopra Bonny, sdraiato per terra dopo una caduta plateale. Il pubblico sussultò terrorizzato quando Jurano scagliò la lancia contro Bonny, colpendo però il pavimento.”

Ineducato e ineducabile, premoderno, istintivo, brutale, sorprendentemente abile nello scalare gli alberi, sessualmente esuberante e incontenibile sul piano riproduttivo, strabiliante nell’utilizzare con destrezza il bar’gan o boomerang, l’aborigeno per la cultura europea ottocentesca imbevuta di positivismo e darwinismo è un parente prossimo alla scimmia, il prototipo vivente dell’anello mancante. La scienza tenta di ottenere le prove (la misurazione del cranio, l’ispezione delle parti intime, il controllo delle capacità prensili delle dita, il calco dell’intero corpo) sulla base di tale assunto. Nel suo fondamentale saggio intitolato Intelligenza e pregiudizio (Il Saggiatore), il biologo Stephen Jay Gould scriveva: “Il corpo umano può essere misurato in mille modi. Ogni ricercatore, convinto anticipatamente dell’inferiorità di un gruppo, può scegliere una piccola serie di misure per illustrare la sua maggiore affinità con le scimmie antropomorfe”. Al polo opposto del selvaggio, al vertice di una gerarchia di modelli comportamentali e di valori morali cui l’altro non può avere accesso, sta quindi l’europeo, armato di calcoli e di tecnica, ragionatore lucido, depositario dell’unica, vera conoscenza.

Eppure, pochi anni dopo il peregrinare triste di Bonny, Dorondera e Jurano per i parchi di Amburgo, Berlino, Dresda, Parigi, Londra, Basilea, la scienza, l’arte e il pensiero europeo in generale saranno costretti a riconsiderare la dimensione del Sogno, dell’Inconscio, del Totemico. Per gli aborigeni australiani, non solo l’identità di un umano è spesso immersa in quella dell’animale o della pianta, da cui si ritiene essa provenga ma, afferma l’antropologo francese Philippe Descola nel recente Oltre natura e cultura (Cortina Editore), “questa identità mista combina lei stessa tratti di comportamento, dispositivi e oggetti rituali, tassonomie contemporaneamente sociologiche e biologiche, nomi e racconti, luoghi e percorsi, tutti elementi che facciamo fatica a distribuire da una parte o dall’altra di una linea immaginaria che separa la natura dalla cultura”. Una distinzione che per il fisico Ernst Haeckel, uno dei precursori del razzismo evolutivo poi sfociato nelle aberrazioni ideologiche del nazismo, è invece chiarissima. Quando mostra il teschio del povero Jurano, morto di tubercolosi, Haeckel incarna l’archetipo dello scienziato ottocentesco perduto nel deserto nichilista dell’evidenza empirica, incurante dello spirituale e del sacro, cieco davanti alla sofferenza, incapace di tollerare altre costellazioni di valori, impegnato a ridurre tutto, corpi, teste, ossa a mera oggettività suscettibile di misurazione.

Dorondera si sposa con un ricco parigino. Jurano, come detto, muore. Bonny si aggrega a vagabondi di origine samoieda. Hilda rinnega il padre. Louis Müller, legato ai suoi disegni meschini, non otterrà mai la ricchezza sperata. Con Selvaggi, libro che scava in una storia nascosta, non affrontata a sufficienza, attraversiamo la linea d’ombra del razzismo.

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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