Perciò veniamo bene nelle fotografie – Francesco Targhetta

Titolo: Perciò veniamo bene nelle fotografie
Autore: Targhetta Francesco
Genere: Romanzo
Pagine: 248
Prezzo: 12.90€

“ti immagini questi ascensori bloccati/ tra il terzo e il quarto piano/ e chissà dentro che cosa succede/ pensi, passando/ di fronte alla Fermi di Fiera che/ produce componenti per veicoli/ industriali,  e vedendo le scritte/ Saldi, a pois, sulle vetrine/ delle bigiotterie – consigli che rispetti/ senza volerlo dal millenovecento/ ottantatre: non si muove nessuno/ qua/ perciò veniamo bene/ nelle fotografie.” (p196)

C’è il ricercatore che fugge all’estero, l’aspirante professore, l’operatore di call center, l’attrice che in realtà fa la cameriera…tutti giovani, precari, idealisti e insicuri su quello che sarà il loro inserimento nel mondo del lavoro, e su quella che in effetti sarà la loro vita: una vivida fotografia della generazione non ancora adulta, o meglio, emancipata, ma non più giovane e scanzonata.

Perciò veniamo bene in fotografia è la storia dolceamara di un dottorando e dei suoi amici e coinquilini che, tra una pizza surgelata e un vinello del discount, condividono le loro (dis)avventure, i loro sogni e le rievocazioni dell’infanzia, tra i ricordi delle merendine e dei cartoni animati, in un appartamento di un quartiere popolare di Padova. Dal racconto delle loro vite emerge un grande senso di disadattamento che impedisce loro di trovare una via, una collocazione serena e stabile nella società. Emblematico per il protagonista è l’inserimento come supplente a scuola, esperienza dalla quale emergono l’impoverimento sociale del ruolo del’insegnante, i problemi a rapportarsi con i giovani disadattati, la burocrazia “il tuo mutismo potrebbe, per errore/ farsi assimilare a quello del prof/di inglese, che ha riempito/ tutto il tempo modulistica tecnica/” (p. 188). Consolazione in questa lunga serie di eventi tragicomici è la musica, ascoltata, suonata e improvvisata dai ragazzi, una passione che aiuta a condividere e a sopportare le sfortune quotidiane.

E il ritmo, oltre che dalla colonna sonora di questo romanzo, emerge anche dalle scelta del verso come mezzo di espressione: una metrica brillante e ritmata che si contrappone al trascinarsi lento dei protagonisti. Ci sono scelte metriche diverse, a seconda dell’argomento, ma nell’insieme emerge molta libertà e un ritmo vivace e cadenzato. L’uso del verso può risultare spiazzante, soprattutto perché sembra ammantare di classicismo una storia contemporanea di disagio giovanile, ma il risultato è estremamente interessante. Si potrebbe definire un romanzo di formazione, un’opera che racchiude in sé lo sfogo di una generazione e la denuncia della società che non offre opportunità ai giovani.

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Chiara Barra

Se dovessi partire per un’isola deserta, e potessi portare con me soltanto un libro...sarebbe un’ardua impresa! Come immaginare la vita senza il mistero di Agatha Christie, la complessità di Milan Kundera, la passione di Irène Nemirovsky, l’amarezza di Gianrico Carofiglio, il calore di Gabriel Garcia Marquez, la leggerezza di Sophie Kinsella (eh sì, leggo proprio di tutto, io!). Ho iniziato con “Mi racconti una storia?” e così ho conosciuto le fiabe, sono cresciuta con i romanzi per ragazzi che mi tenevano compagnia, mi sono perdutamente innamorata dei classici...che ho tradito per i contemporanei (ma il primo amore non si scorda mai)!

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