Lo Zanzi, Il Binda e altre storie su due ruote – Piero Chiara

Titolo: Lo Zanzi, il Binda e altre storie su due ruote. Scritti sul ciclismo 1969-1985
Autore: Chiara Piero
Casa Editrice: Nomos edizioni
Genere: Raccolta di racconti
Pagine: 75
Prezzo: 9.90 €

“[…], perché il ciclismo è la sagra degli umili, se non dei poveri, l’unica possibilità di trionfo per i giovani di paese” (pag.42).

E’ così che viene definito il ciclismo in uno dei sei racconti di Piero Chiara, qui raccolti da Nomos Edizioni. Il libro è suddiviso in due parti: si apre con l’introduzione di Alberto Brambilla che da tempo di occupa del rapporto tra sport e cultura; la seconda parte invece è rappresentata dalla breve raccolta di racconti sul ciclismo scritti tra 1969 ed il 1985 da uno dei più celebri scrittori italiani del ‘900.

I sei testi presentati spaziano dalla nascita del ciclismo al rapporto che questo sport ha avuto in epoca fascista, ad alcune curiosità del Giro d’Italia (Piero Chiara ha lavorato come commentatore televisivo al Giro del 1968), alle abitudini dei campioni, fino a quella che può essere considerata una “chiusura di carriera”.

La scrittura di Piero Chiara, umile e diretta come in altri suoi scritti, lascia spazio a molte domande e mi ha portato a sorridere e a riflettere molte volte lungo tutti i brani. Colpisce fin da subito il quesito che si pone sul genio italiano Leonardo da Vinci: come gli sia potuta sfuggire l’invenzione della bicicletta dopo tutti i capolavori ingegneristici inventati, lasciando il primato al prussiano Carlo Federico Drais von Sauerbronn. Oppure al rapporto tra ciclismo e droga, in quegli anni praticamente assente, mentre oggi praticamente onnipresente e necessario (e non mi scandalizzo a scriverlo). “Anche quest’anno il “Giro” ridisegna l’Italia, ingenuamente, come potrebbe farlo un bambino, senza saper nulla di droga, di mafia o di camorra, fidente dell’entusiasmo popolare per ogni bella impresa” (pag. 42).  Sull’argomento è simpatico il passaggio d’intervista ad Alfredo Binda, cinque volte campione d’Italia e tre del mondo, in cui emerge il <<doping>> utilizzato dal ciclista: uova sode. “Nessuno glielo domandò, ma le uova dovevano essere sode e sgusciate, da poterle mangiare in due bocconi.  – Era – diceva Binda – la droga di quei tempi- . – Ma il fegato? – gli domandarono. – La fatica mi volatizzava le uova una dopo l’altra, prima ancora che arrivassero al fegato” (pag. 60).

Un altro quesito interessante che si pone Chiara è: “Cosi finisce la gloria?” (pag. 51). Che fine fa un campione dopo essersi ritirato dalle corse professionistiche? “Pensai allo Zanzi che si era fatto il negozio di biciclette e motorini, a Binda che aveva allevato conigli d’Angora, a Bartali che aveva dato il nome prima a una marca di lamette da barba e poi a una qualità di Chianti” (pag. 57).

Concludo con l’idea di fondo dei sei racconti: il ciclismo è sport puro, in cui non importa a quale partito appartieni o a da quale classe sociale tu provenga: una volta che si è sui pedali si è tutti uguali, pronti a darsi battaglia sia con gli avversarsi ma soprattutto con sé stessi.

 

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