L’ElzeMìro – Favolette brechtiane_La fabbrica degli angeli custodi

Les Fétiches, 1938 by Loïs Mailou Jones

C’era una volta e due tre in un paese mica tanto lontano un vecchio falegname. Vecchio  tanto per dire, benché sia noto che i falegnami non sono di principio vecchi e non fanno tutti di nome Giuseppe, se è per questo che state per ridervela piccoli lettori. Dunque era un falegname di mezza età, da qualunque parte della metà stia la mezza età,  e di nome faceva Celò; come ce l’ho ma senza la acca e l’apostrofo. Questo falegname viveva nel paese in cima a una collina erta come un carciofo a pancia sotto, isolata ma collegata al resto del paesaggio di colline intorno da una specie di lungo e stretto ponte di roccia. La roccia era del tipo  che l’acqua e il vento ne cavano via un poco alla volta ogni volta, così che ad ogni cambio di stagione, ora di più ora di meno, il cordone molle che costituiva il ponte di accesso al paese si stringeva di quel tanto che all’epoca dei fatti lo faceva somigliare a un gengiva senza denti, in mezzo a un nulla di valli e valloni irrigati da fiumi e fiumicelli che abbeveravano una ricchezza di boschi e boschetti d’ogni tipo ed estensione, oltre che di orti e campi.

Celò aveva del talento nello scolpire e nei giochi con le carte e inoltre aveva il raro dono di una fede sconsiderata. Oggi si direbbe creduloneria. Qualunque giardiniere gli avesse detto, domani ti porto delle bellissime rose blu, qualunque madre gli avesse rivelato che tutte le fanciulle sono chimere pronte a ghermirti tranne la loro figlia, qualunque burlone gli avesse raccontato che i pescatori lungo il fiume – proprio ai piedi del paese – per ingannare l’attesa del pescato contavano l’acqua che passava, a tutti Celò avrebbe creduto da subito con sincera deferenza. Diciamo in sintesi che Celò aveva devozione per la devozione e fede nella fede o viceversa che poi viene a dire lo stesso. Egli credeva a qualsiasi cosa senza riscontro benché molte delle cose in cui credeva, da buon falegname, se le fabbricasse. Credeva per esempio nei cucchiai da minestra, nelle scodelle di legno e anche in quelle di terracotta, nelle panche e nelle sedie da sedersi, persino nei cassettoni con i loro cassetti. Anzi, tutto per lui era un cassetto che qualcuno doveva avere ben fabbricato. Celò era un uomo disposto a inchinarsi come un Mosè dinnanzi al roveto ardente a prescindere dalla causa dell’incendio. Non conosceva né la parola dubbio né il sentimento che la esprime. E se la passava bene, amato, riverito come artigiano e rispettato, benché la maggioranza dei paesani ridesse alla sue spalle e si divertisse a raccontargli bubbole e tonterie solo per vedere fin dove si potesse arrivare a raccontargliene.

Ora avvenne una notte che in paese arrivasse al passo della sua cavalcatura un tale non tanto per la quale – pare, ma pare soltanto che si chiamasse Bonaventura e che di mestiere facesse il dottore, ma con i pare, se si arriva a un così è, mai si sa –. Si era perduto sulla strada per la capitale di quel vasto paese di colline, il tale. Si era perduto sicché, prima che la notte inghiottisse il ponte si era affrettato a risalirlo per non cascar di sotto o per non rischiare di passarla all’addiaccio, la notte; intorno non c’erano né osterie né stazioni di posta. Perciò era capitato in paese.

Va detto adesso che il paese non era dei più ospitali e facili alla fiducia.  Anzi, al contrario di Celò, i paesani erano tutti piuttosto abili nel diffidare di chiunque e qualunque cosa. Osservavano tutto pronti a cogliere in tutto e tutti lo sfaglio rivelatore. Celò invece non era diffidente e quando l’uomo a cavallo dopo avere chiesto invano ospitalità a questo e a quella di potere riposare almeno un poco, almeno nella stalla e avere, a pagamento di intende, un poco da mangiare di quel che fosse, fosse almeno pel cavallo, arrivato cloppeteclòp alla fine del paese incontrò la casina di Celò. Una bella casina di pietra e con grandi finestre che guardavano un giardino e un orto ai margini della rupe a strapiombo sul fiume che vi scorreva sotto. Celò gli disse che passasse pure, che lì avrebbe potuto dormire, lui e il cavallo, e certo anche mangiare, ché il coniglio in fricassea era una bestia grande e da un pezzo ammalviva nella pignatta con tutte le erbe dell’orto e l’olio e l’uovo. Così l’uomo che di mestiere faceva, disse lui, il rappresentante di commercio lasciò libero il cavallo  nel giardino, lo sgravò dei bagagli che reggeva, gli diede da bere e da mangiare – la tradizione non specifica come e che cosa – e poi volentieri si accomodò alla mensa del falegname e con lui spolverò la pignatta di coniglio in fricassea, con abbondanza di pane e vino. Celò indulgeva.

All’alba, quando il paese tutto, poco a poco si sgrondava di dosso il sonno anche Celò e il suo ospite si destarono. La tradizione non dice se fecero la doccia, né prima né dopo la cacca del mattino come si usa al giorno d’oggi, né se a colazione bevvero caffè con pane burro e marmellata. Non si sa. Il viaggiatore però volle congedarsi con un regalo e siccome, disse lui, ne aveva un poche da vendere nella capitale, offrì in omaggio a Celò una strana statuina, tutta dipinta a vivaci colori. È un angelo custode, disse ‘sto Bonaventura, giusto per sdebitarmi. Incuriosito dalla definizione Celò volle saperne di più  così che il viaggiatore Bonaventura, mentre finiva di legare i bagagli al cavallo, gli raccontò per sommi capi la faccenda degli angeli custodi; la contò con convinzione come qualunque venditore farebbe del suo prodotto, che sia formaggio, prosciutto o aspirapolvere senza filo. Poi se ne andò salutando tutti per strada al suo passaggio. In paese che si levasse di torno tutti furono soddisfatti.

Ora, piccoli lettori, se vi sembra che in questa storia non sia successo niente, se pensate, ma che storia è questa, non avete torto. Però. Celò rimase imbesuito dalla faccenda della statuina angelo custode e da tutta la presentazione che il viaggiatore ne aveva fatto. Celò guardava  con ammirazione la statuina posata sul cassettone nella stanza che faceva da tinello e da salotto e da cucina. Trovava bellissimi i colori dell’abito e del viso e delle ali che ai suoi occhi sembravano brillare anche di giorno. Alcune notti dopo anzi, a Celò parve che tutta la statuina emanasse un fulgore discreto. Siccome era di buon cuore ed era convinto della propria abilità nel proprio mestiere, decise che non poteva permettere che lui solo avesse un angelo custode.  Non ruppe nessun indugio perché Celò non era tipo da averne; era sabato sera;  scelti diversi tronchetti di legno e chino sul tornio a pedale, come dice il poeta,  s’affretta(va), e s’adopra(va) di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba. In poco tempo scolpì,  stondò e alesò diverse copie dell’angelo madre. Poi le colorò ognuna con precisione e quando la mattina non era ancora tale, cioè per capirci quando Aurora dalla dita rosate nel suo giro del mondo passava dal paese, quatto quatto casa casa, Celò andò e depositò presso questa o quella soglia un angelo custode. Qualche pessimista avrebbe potuto dire che passò come l’angelo della morte durante il noto evento delle piaghe d’Egitto, in realtà al primo aprirsi degli usci tutto il paese fu percorso da un fremito di chiacchiere e burle e interrogativi circa quella novità. Pochi critici non apprezzarono la fattura della statuina e si misero a discuterne poco dopo all’osteria con ricchezza di argomentazioni. Gli altri presero la statuina per quello che era, un souvenir e niente più. Ma di chi non se lo domandarono. Solo in serata Celò decise di rivelarsi. Si mise a raccontare a tutti il suo percome e il suo perché. E lo fece con tale sicurezza da piazzista di oggetti che ti convince per te indispensabili e che poi saprai mai dove mettere in casa, che il paese intero di quella statuina fu entusiasta. Noi abbiamo l’angelo custode di Celò ce l’avete pure voi, correva per ogni strada la comune voce interrogativa. La risposta faceva sentire alcuni molti tra gli amici di Celò, e questi tutti un trìllero; tra i nemici, magari con qualche vaghezza, gli altri pochi.  Ancora non contenti del dono, certuni ordinarono a Celò altre copie dell’angelina, o più piccole o più grandi; da ostentare per esempio sul proprio carretto, al petto dei qualche neonati in fasce, alle teste dei letti dei qualche novelli sposi… come portaforuna – dicevano così – e chissà perché si era divulgata quella notizia priva di fondamento circa le intenzioni della fortuna. I critici all’osteria o a casa tra loro, sorridevano fumando, inascoltati. Molto più tardi il Bonaventura tornò dalla capitale nel paese. Non è noto se portò con sé altri doni.

*L’illustrazione è di Loïs Mailou Jones_ Les Fétiches, 1938

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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