L’ElzeMìro – Favolette brechtiane-Zwerg der böse

Study of a Boy by Thomas Sword Good (1789-1872)
Thomas Sword Good (1789-1872) – Study of a Boy

C’era una volta e star sicuri che non è stata l’ultima, c’era una volta Zwerg der Böse, zvèrk der bœse, il cattivo Zwerg. Zwerg era il suo cognome – che in italiano si legge zverk e si capisce nano – ma non inteso diversamente alto, ché Zwerg non era né altissimo né piccolissimo, taglia eMme per capirci. Quanto al cattivo, per dirla tutta Zwerg era diventato cattivo a seguito di circostanze avverse e solo a intendersi su cosa vuol dire cattivo; ma insomma era partito dall’alto, molto in alto, dal dominio dell’ultimo piano di un condominio torre-di-babele, che si chiamava infatti Babiluàn. Cinquantuno piani. Zwerg, zverk, viveva lassù, Cinquantun’ un trono vicino al sol, canticchiava da beffardo Radamès a chi dei condòmini lo incontrava in ascensore per salire magari solo al 38.

Il 49 era vuoto; a sbagliare, la porta dell’ascensore si spalancava su un vestibolo non più largo di centimetri 200 per 200 e, Stop authorized personnel only beyond this point,  se la cantava un cartello intimidatorio, grande centimetri 75×75 e avvitato  sulla rossissima tagliafuoco che sbarrava l’acceso ai quasi mq 1000 in dove che stava tutta la macchinària elettronica, elettrica, meccanica, belzebùzbizbàz, per gestire e controllare tutto l’ambaradàn e ambalàgi di tubi e scappamenti e cavi, moltissimi cavi, che rendeva possibile la vita umana in quella torre alveare – solo personale autorizzato, non passare oltre –.  Ma Zwerg s’è detto abitava ancora più in su, saliva fino al 50, un magnifico mirador chiuso da 175 cristalli oscurati, al centro del quale, pure di puro cristallo, un altro piccolo ascensore, di fatto una specie di saliscendi, portava al 51 e dritto nel salotto di Zwerg. Più oltre il tetto e il vento e nei casi appropriati la pioggia tropicale.

Questa storiella si svolge ai Tropici nella misteriosa isola-stato di Mãe incógnita – madre sconosciuta –; laggiù per desiderio di una superba razza di ingegneri alti e biondi che, fuggendo dall’Europa, vi approdarono quasi un secolo fa, e volontà del padre della patria e dittatore oltre la vita e la morte, la lingua ufficiale era il tedesco; tollerato l’inglese, svilito il portoghese. Dove sia l’isola è impossibile dirlo oggi quanto impossibile sapere dove fosse ieri; un’unica carta nautica del 1678 caduta in disuso e conservata nell’archivio della Marina di*** ne indicava il punto approssimativo con quel nome e un buco nella carta, Mãe incógnita. Laggiù si era avanti in tutto, grazie ai padri fondatori, si sapeva e forse si sa  tutto di tutto il mondo ma il mondo non ne sa niente; come del resto di un’altra isola misteriosa, Youkali. Di Mãe incógnita però non esistono canzoni a celebrarla.

L’ascensore. L’ascensore si apriva con una chiave che solo Zwerg possedeva e non avrebbe potuto dimenticare, le iridi dei suoi due occhi. I fattorini che gli portavano tutto ciò che gli serviva a vivere e sopravvivere lasciavano le merci al piano vuoto di sotto, 50. Su un tavolino antichissimo, in stile piratesco di fianco all’ascensore, Zwerg depositava una mancia sempre generosa, in una busta chiusa con sopra scritto, Danke Ihnen Herr Bote – grazie a Lei Signor fattorino. Era ricco ricchissimo, non il fattorino, Zwerg, come quasi tutti quelli che abitavano il grattacielo tra il 25 e il 48; sotto il venticinquesimo si andava a scendere ma non di preciso di stato sociale, tutti nel palazzo godevano di ottima e internazionale salute bancaria – per quale motivo vattelapesca – bensì di gradimento sociale. Così, da una parte accadeva che pur disponendo dei mezzi necessari, chi avesse voluto comprare un appartamento di estremo o medio lusso o lusso semplice doveva sottoporre la propria immagine e somiglianza alla Gemeinschaft der Heiligen – ghemainsciaft der -aspira- ‘ailighen –; ovvero Comunità dei Santi, ovvero un comitato di caseggiato che decideva se il postulante fosse o non fosse ammissibile al rogito. A Mãe incógnita il motto nazionale era, Rogito ergo sumus, traducibile più o meno con un, Nel rogito consistiamo. Peraltro chi già abitava nel grattacielo sapeva che dall’oggi all’indomani la Comunità dei santi avrebbe potuto degradarlo per esempio da 46 a 36, trafiggendo così di mille frecce non solo la di lui autostima, ma deprivandolo altresì del prestigio e dei privilegi su cui era fondata la costituzione, per dir così, di Babiluàn; dal  piano 25 a scendere il valore di scambio dell’inquilino si svalutava man mano che la discesa lo avvicinava alla portineria; vigeva la tolleranza per i meno graditi, i ribassati da 25 a 6, financo per gli indesiderabili, da 5 a 0, ma era tolleranza basata sulle extrasistole della Gemeinschaft; qualsiasi inquilino superiore di piano poteva sottoporre l’inferiore a dispetti privati e malgarbi pubblici, subire i quali era regola in-de-fet-ti-bi-le, come mangiare con la bocca chiusa e gomiti stretti. I traslochi, sorta di esilio interno, non erano frequentissimi ma quando fossero capitati, sarebbero stati causa di depressioni, malumori, disperazioni, talvolta infarti, e infine camarille segrete nel tentativo di recuperare il privilegio del piano e di ingraziosirsi il favore di questo o quel membro della Gemeinschaft; a indovinarlo, perché Essa conosceva sì tutti ma i Tutti non conoscevano nulla della Comunità le cui azioni erano per lo più imprevedibili, capziose e umorali; come extrasistole appunto. Nel passato anteriore al passato qui che si racconta, quasi tutte le vittime avevano preferito vendere e trasferirsi, piuttosto che subire l’umiliazione di vedersi osservati a scendere giù con gli ascensori, e letti e comodini e antiche pendole e sedie di design; oggetto delle disapprovazione mùrmure di tutti. Succedeva poi che la marmaglia locale, endemica peraltro come le zanzare e apprezzata al contrario e benvista più delle stesse, giocasse un ruolo orribile nel frantumare alle vittime quel poco di dignità sopravvissuta all’umiliazione del declassamento.

Di che vivesse Zwerg, ovvero perché potesse permettersi di abitare in un condominio così lussuoso è presto detto; era ricco di suo perché possedeva e terre e fattorie in tutte le più lontane contrade del mondo, e azioni di innumerevoli società, e obbligazioni di questo o quello stato, tanto che di lui si poteva dire che metà del mondo gli doveva dei soldi – e non se ne accorgeva – e che del banco centrale di Mãe incógnita era lui il garante maggiore; per il resto si dilettava nella fabbrica di giochi per bimbi, balocchi di legno intelligenti, amava raccontare, e tutti dipinti a mano, ed era appassionato di musica; di Wagner per tradizione. In virtù più che a dispetto di ciò, Zwerg era tra coloro che sono abili tanto nel farsi amici questi quanto nell’inimicarsi a morte quelli. In Babiluàn fu il primo motivo della sua caduta, il secondo fu che stava con sincerità e malumore antipatico a tutti coloro che aspiravano a esautorarlo e salire salire di piano fino al suo 51 e oltre; come conquista estrema, fosse stato possibile non pochi sognavano il dirigibile, ancorato e dotato di ogni confort così da viverci fluttuando o in volo solitario con famiglia, pappagalli parlanti ma solo piacevolezze sciocche e cani: lupi di una razza selezionata a Mãe incógnita. Le cacche giù dai finestrini.

Così un giorno ci volle poco per dire che Zwerg, con la sua musica di Wagner diffusa giù dal suo Olimpo e di cui tutti beninteso chi-era-costui, con la sua musica inquinava l’aria intorno alla torre e distraeva i bimbi dai compiti e corrompeva così la gioventù e le madri di famiglia, accuse quest’ultime che per quanto campate per aria, è il caso di dire così, hanno da tempo immemorabile un bel effetto sulle dirigenze, digerenze e aderenze di ogni popolo o paese. L’accusa arrivò infatti alle orecchie della Gemeinschaft che, non essendo organo aduso a moderazione e ponderazione, prima, cioè senza pensarci due volte, appiccicò alla porta di Zwerg un’ingiunzione, e quasi immediatamente dopo spedì la security di Babiluàn a sfrattarlo. Zwerg fu trascinato per le orecchie giù giù giù al secondo piano e chiuso, per dir così, in un appartamentino di 80 metri, abbandonato da tempo da un inquilino declassato e mai più venduto; troppo caro e poi: un solo bagno cieco,  soggiorno, cucinino oblungo, una camera stretta, tutto da ristrutturare. Zwerg si trovò a dover parcheggiare in strada fuori dallo sconfinato parco condominiale chiuso da un alta recinzione elettrica. Chi lo incontrava per le scale di servizio – gli ascensori servivano solo gli abitanti dal sesto piano in su – prese a coprirlo di contumelie, a chiamarlo nano di nome e a lanciargli addosso ogni tipo di sostanza appiccicosa e fetida tanto che Zwerg sentì che in lui qualcosa si rompeva, che la sua andatura naturale, baldanzosa e signorile, stava trasformandosi un giorno dopo l’altro nel passo curvo e lento dei reietti, degli afflitti – confutatis maledictis –;  in breve tempo si ammalò di un male senza nome, si mise a letto ma, mentre deperiva, si alimentò e si riprese col siero della vendetta: un progetto ambizioso che gli salvò la vita.

Prese a costruire in soggiorno i cosiddetti Teatrini di Zwerg, ossia, canticchiava un annuncio affisso nella bacheca al piano terra, Le più fantasmagoriche magiche scatoline da cui apprendere il Gusto, con la G maiuscola che in tedesco è rituale. O il gusto di che – con la gi minuscola del blasé al gusto di burro di cacao – O il gusto di che eh eh, cominciò a girare pel grattacielo la domanda sorniona, su su fino alli orecchi di chi aveva preso possesso del piano 51 e stava ristrutturando il 50. Negli ascensori si odorava sentore di minaccia, qualcuni non pochi si domandavano se a titolo profilattico non fosse il caso che la Gemeinschaft piombasse giù Zwerg nel ruolo di portinaio – c’era da licenziarne il titolare, sì, ma agile impresa – e nel locale di portineria.

Farla breve assai, Zwerg cominciò a vendere i suoi teatrini, ma prima fuori da Babiluàn. Poiché non si vergognava di nulla, attrezzò a negozio un carretto che il portinaio usava per trasportare le foglie e gli sfalci di potatura dell’immenso parco; glielo comprò di fatto, lo pulì e lavò, lo abbellì di preziose pitture bianche, rosse, verdi e blu e d’oro, lo riempì  di teatrini e si appostò un bel giorno in una strada, senza pensarci troppo su. Come fu come non fu, i colori del carretto e la bellezza della confezione dei Teatrini attizzarono presto il Desiderio, legge su cui a Mãe incógnita si fondava dicono la convivenza. Non solo i bambini, a frotte, vollero possedere quel primo carico di teatrini, ma anche qualche adulto o sedicente tale. La prima giornata di vendita fu un successo. Zwerg ne approfittò per non ripresentarsi in strada, così da rinvigorire con l’assenza la fiamma del lo-voglio. Chiuso nel suo secondo piano fabbricò in tutta fretta, ma con precisione, una nuova carrettata, più corposa questa volta, di teatrini. Poi tornò per la stessa strada, nello stesso punto. In un attimo o quasi si formò la ressa di quanti avevano contratto da compagni, amichetti e cuginetti, la voluttà di possedere il teatrino di Zwerg. E furono più e più. Gli adulti o sedicenti tali non seppero come frenare quella, anche costosa, frana.

Il teatrino di Zwerg emetteva una flebile luce e giocava una musichina languida – di Wagner, pare il Tristano – invitava il bambino alla calma e alla riflessione con dolcissime parole che, a quanto pare, avevano una presa incoercibile sulle piccole menti: i bambini presero a stare a casa ad ascoltare il teatrino; invece di scatenarsi a scuola o dove fosse nei giochi di guerra, di lotta e prodezza che costituivano quasi tutto il repertorio educativo nelle scuole di Mãe incógnita, non pochi quasi tutti giacevano ora in lacrime e non di tristezza. I genitori e non solo, nonni, zie, vicini, maestre di ginnastica, presero ad allarmarsi. Ma non ci fu verso. Passò non molto tempo prima che anche a Babiluàn i bambini condominiali, benché garantiti ed attrezzati a resistere alle tentazioni nel relativo isolamento del grattacielo, non subissero il fascino di quel balocco innocuo a vedersi, creato da Zwerg. Il suo teatrino addolciva, plasmava e addomesticava ogni mente infantile, anche la più riottosa, la placida o la remissiva, la raffinata od ottusa; quasi di colpo Babiluàn smise di risuonare della musica zangzàng tumbtùmb al ritmo della quale era norma consapevole e adulta organizzare feste e balli; in breve a quel tam tam indigeno succedette nella torre una vibrazione sottile ed estranea. I bambini avevano zittito la torre; imposero il Tristano o quel che l’era. I genitori non seppero che fare, in tutta l’isola si dice, abbassarono la voce. La Gemeinschaft si sciolse in segno di protesta, i suoi membri si occultarono nell’ombra convinti che prima o poi… Ma se c’era stato un prima, accadde che il poi non arrivasse mai. Così pare. Come sull’isola Mãe incógnita proseguì la vita è un’incognita; come Zwerg proseguì la sua, nessun lo sa. L’isola continua ad essere un buco e un’indicazione approssimativa in un carta nautica del 1678…
Qui si finisce
E se a qualcun tra voi picciotti, strana
Sarà sembrata assai e illogica la storia,
Non cerchi di capirla, si sa a memoria
Che è una favoletta brechtiana.
Si ribadisce.

1
Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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