Il popolo degli alberi

Titolo: Il popolo degli alberi
Autore: Hanya Yanagihara
Casa Editrice: 2020, Feltrinelli
Genere: memoir, Romanzo
Traduttore: Francesco Pacifico
Pagine: 448
Prezzo: € 18,00

Hanya Yanagihara giornalista e scrittrice, figlia di un medico di origini hawaiane e di una madre nata a Seul, ha trascorso l’infanzia tra le Hawaii, New York, il Maryland e il Texas.
Il popolo degli alberi, uscito in America nel 2013 e pubblicato in Italia nel 2020, è ispirato alla vita del virologo Daniel Carleton Gaydusek che nel romanzo appare con il nome di A. Norton Perina. Immaginiamo, pertanto, che le lunghe e corpose note a piè di pagina si riferiscano al personaggio originale il quale, per buona parte del libro è anche la voce narrante: racconta la sua vicenda dal carcere in cui è stato rinchiuso – lui, premio Nobel per una straordinaria scoperta scientifica legata alla longevità umana prolungata nel popolo dell’isoletta di ivu’ivu nel Pacifico – con l’accusa di stupro da parte di uno dei quaranta ‘figli’ adottati nel corso degli anni e provenienti dall’isola di u’ivu, la più grande dell’arcipelago. 

Nato nel 1924 a Lindon, Indiana, nel Midwest rurale americano, Norton e il fratello gemello Owen rimangono orfani della madre – bellissima e anaffettiva – all’età di nove anni. Molto diversi per carattere e interessi, i gemelli si separano presto e Norton diventa un ‘topo da laboratorio’ costretto a una noiosa routine di esperimenti fino al giorno in cui viene cooptato come medico dall’antropologo Tallent per una ricerca di quattro mesi sull’isola di ivu’ivu. Qui scoprirà che il consumo durante particolari cerimonie della carne della tartaruga opa’ivu’eke ha effetti straordinari sulla vita degli ivu’ivuani prolungandola fino a trecento anni e oltre. Ma pur lasciandone intatti i riflessi e l’aspetto fisico, erode totalmente le loro capacità mentali fino a ridurli allo stato di meri ‘sognatori’ come lui stesso li definisce. La scoperta, nata da un’intuizione e poi ottenuta grazie a esperimenti in laboratorio, porterà Norton a ricevere il Nobel e il piccolo arcipelago alla totale distruzione – case farmaceutiche e grandi aziende si precipiteranno sul posto nella speranza di carpire il segreto della vita eterna con risultati che si possono immaginare. Norton, ormai famoso e ricco, tenterà di riscattarsi adottando nel corso degli anni più di quaranta bambini ivu’ivuani abbandonati dai genitori ormai dediti all’alcool.

Di questo libro, davvero singolare, colpiscono i temi principali: la possibilità di allontanare in modo indefinito la morte dalla nostra esistenza. È il mito dell’immortalità con il suo perenne corollario: quel tallone di Achille o la spalla di Sigfrido a ricordarci che l’umana fragilità è inevitabile.

E ancora: se va bene studiare culture diverse dalla nostra dovremmo però stare attenti a non crederci superiori o in diritto di depredarle considerandole incapaci di difendersi dai nostri mezzi di uomini ‘civilizzati’ (l’antropologo Tallent cercherà di spiegarlo a Norton, ma il dibattito fra necessità di rendere pubblica una scoperta scientifica e rispetto di una cultura altra è senza via di uscita e la cultura altra è destinata a soccombere). 

Ma a parte questi due temi fondanti, le pagine dedicate all’arrivo nell’isola di ‘ivu’ivu e alla permanenza del team di ricerca (siamo alla fine degli anni ‘50 del secolo scorso) sono straordinarie e inquietanti. Un’isola che è già di per sé un archetipo nel suo essere difficilmente raggiungibile, avvolta da tabù e dalla fama di violenza dei suoi abitanti; un viaggio iniziatico in una giungla intricata e soffocante, un giardino dell’Eden ricco e perverso per la stranezza di piante e animali, che avvolge con il suo verde cangiante e claustrofobico Norton e  compagni. La stessa osservazione degli abitanti dell’isola – totalmente immemori dello scorrere del tempo e dell’esistenza di un mondo al di fuori del loro – delle loro vite minuscole e complesse, dei riti d’iniziazione che includono la sodomia dei bambini – per noi inconcepibile, mentre per loro, adulti e ragazzi, rappresenta nulla più che una serena normalità e un gesto d’amore – spiegano forse in parte il successivo comportamento di Norton e le accuse che gli verranno rivolte. 

Come molti libri solo in apparenza lineari anche questo ha molteplici livelli di lettura: quello della ricerca antropologica, quello della freddezza e della logica inequivocabili della ricerca scientifica e dei suoi risultati, quello della complessità a volte sconvolgente e stratificata della natura umana. E come ogni ottimo libro lascia il lettore con più domande che risposte. 

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Francesca Battistella

Francesca Battistella (Napoli, 1955) si è laureata in Antropologia Culturale nel 1979 alla Federico II di Napoli e ha conseguito un Master nella stessa materia presso la Auckland University, Nuova Zelanda, nel 1982. Ha lavorato come Lettrice d’Italiano e Storia Contemporanea nella stessa università nel 1983 e nel 1984. Tornata in Italia è stata traduttrice dal francese e dall’inglese per l’Istituto di Studi Filosofici di Napoli e in seguito per dieci anni segretaria di alta direzione, promoter, editor e organizzatrice di eventi presso la società INNOVARE, gruppo Banco di Napoli. Dal 2008 vive e lavora a Lugano, Svizzera. Negli anni ha pubblicato il romanzo storico Gli esuli (2004), un giallo Il parco delle meraviglie (2006), un noir Re di bastoni, in piedi, una trilogia gialla ambientata sul lago d’Orta che comprende La stretta del lupo (2012), Il messaggero dell’alba (2014), La bellezza non ti salverà (2016) e ancora un noir La verità dell’acqua (2019). Gli ultimi cinque libri per la casa editrice Scrittura&Scritture. Scrive recensioni per Gli amanti dei libri, la rivista Airone (Cairo editore) e Luoghi di libri.

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