L’ElzeMìro – Favolette brechtiane_Il tamburino di Leopoli

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C’era un volta e ci sarà chissà Ivancic Bruno, e c’era una città di mare e di porto alquanto, in dove che Ivancic iera nato e fussi stato per el ci sarebbe stato ‘ssai ben per il resto del tempo, non fussi che scoppiò la guerra. La guerra a quel tempo per la verità scoppiò ‘ssai lontana, a volere ad almeno due gira-e-rigira di treno, tutto andando a liscio pelo, che poi a quel tempo, voleva dire andare sempre bene perché i treni anche lori ‘ndavano bene come i tempi e con i loro tempi, a carbone e vapore. Bon, quando Ivancic apprese la notizia della mobilitazione era appena ussito di teatro in dove che cantava da tenore; andò in caffè, principale centro di informazioni internazionali e l’indomani mattina con qualche preoccupazione in scarsella andò al distretto militar in dove che lo visitarono, lo timbrarono, lo numerarono, lo vestirono e siccome era tenore lo assegnarono alla fanteria di marina, artigliere. Forse perché all’ufiziale eragli noto e che sparare gli riusciva qualche volta di sparare un bel La o bel Si anche bemollo, sin un Do. Così, tutto vestito da artigliere, andò al teatro, salutò qualcheduno dei compagni che era lì a scaldar la voše, andò a saludare in Direzione perché lo sostituissiro, ricevette diverse pacche sulle spalle, strette di mano e molte battute sarcastiche dagli amici; e un’occhiata di compianto dall’anziano portiere Sedmak che era prossimo alla pensione e già gustava la gioia per gli oci dei suoi primi fiorini d’oro che, egli credeva, l’imperatore in persona spediva a chi varcava la soglia del meritato giubileo dal lavoro onesto e sincero al servizio d… al servizio.

Ivancic Bruno invece, tempo tre giorni, fu mandato all’addestramento che consisteva nel saper contare fino a due, anche alla rovescia, a riconossere la dest dalla sinist, links-rechts, poi a caricare il fucile, a smontarlo e ricaricarlo, a mirare e tirare, a sbaionettare e a marciare fiero ed altezzoso per chilometri a ùn diprèsso quaranta. Poi a mangiare tutti insieme, e questo era il meno, a far la cacca tutti insieme, e questo era motivo di facezie, a dormire tutti insieme e senza sopranesse a scaldarti il materasso prima. Tempo un po’ di tempo Ivancic fu caricato con tutte le reclute su un treno, poi fu diviso dagli amici che si era fatto nel primo tratto di ferrovia e caricato su di un altro treno in dove che di quelli che parlavano il suo dialetto di mare ierino in dieci, e nel scompartimento si prese a sentire parlate rare, sc-ciave per lo più, tutte imperialrègie. Poi arrivò a destinazione, ai confini dell’impero, a Lublino prima dove fu assegnato al reggimento e due giorni dopo, finalmente, per dire tanto per dire, acquartierato a Leopoli. Bella Leopoli, granda Leopoli, squasi se non di più della città di mare in riva al mare driatico dalla bella spiuma azurra e bianca. Bella Leopoli e le sue strade alberate e le sue stradette popolari e le sue osterie per soldati, e la sua fortezza fatta tutta di pietra per durare, in cima al colle che dominava la città. Belle le leopòliche così tutte belle da sembrare scapigliate oltre che magari polonese o principesse della czarda, ma tutte che le parlava tedesco, così per intendersi. Ivancic più che tedesco tedesco, parlava la sua versione dialettale con la farcia di parole prese a prestito qua e là, anche dal taliàn; però sapere, sapeva che der Bruderdesbrudersdembruderdenbruder tanto per intendersi con le leopòliche, le che fussero polonese, parte kraïne, parte di ogni parte come  sc-ciavi e ‘brei, e anca sensa avere tante svanziche da spendere, come nella città di mare, si poteva campare non solo di sguardi, sospiri e lagrime, promesse giuramenti ma della carnivora sostanza dell’amor. Svanziche che el però alquante aveva dato il suo lavoro di cantante. Così che alla libera usìta coi compagni marinari ievino all’osteria con un po’ di agio anche senza il soldo militar. Però la paura della batallia iera. Poi venne la fortuna. Poicheché il comandante colonello di guarnigione era amante della musica  e stato di stanza anche nella città di mare; comeche seppe che iera un cantante nel reggimento, mandò a chiamare Ivancic Bruno per servirla.  Si mise al pianforte del suo bell’ufficio il comandante e volsù cusì colà companial al piano in un bel di Provenza il mare il suol. Di provenza il mare il suol per dirla è da baritono ma per fortuna Ivancic iera capaz di sbassare la voše d’in su fin giù, squasi sensa dificoltà e così cantò di provenza e questoquella, cantò dei suoi bollenti spiriti ma non ovviamente patria oppressa che allora nell’impero non era gradita. Farla non breve brevissima, Ivancic piacque tanto al comandante colonnello – che nei ritagli di tempo che spetava per ordinare le difese della città, perché allora i combattimenti si facevano in campagna e le città si occupavano visto che a tutti i soldati piaceva in città riposarsi e in campagna coparsi con gran assortimento di trippe par aria – che Ivancic per grazia diddio e volontà del colonello fu assegnato alla banda del reggimento che, sendo sprovvista al momento di un tamburo principale, sendo che questo qui s’era malato di tifo , Ivancic lì per lì fu nominato tamburino. Ogni giorno la banda girava per le strade a tambureggiare, così da allietare con la delizia dei suoni e la bellezza delle uniformi gli allegri ùndue della quotidiana quotidianità di ogni leopolese che lavorasse e avesse il timore che avrebbe perso tutto. La banda imperiale suonava un esorcismo alla paura così che  la banca sbancava, la posta postava, le osterie ostiavano, la stazione delle ferrovie stazionava, le sarte e le modiste, la filiale del Lloyd, le pettenatrici, le mendaresse, tuti i lavorava lieti sapendo che il glorioso regio-imperial esercito li avrebbe difesi. Di là dalla frontiere c’erano i russi, e i russi nel ritornello di Ivancic erano sc-ciavi. Come Ivancic del resto che il nono gli era capitato per la prima volta al mare cento anni prima e non si sa come era diventato violinista invece che caffettiere. E Ivancic suonava bene perché sapeva con puntiglio il battere e il levare e la banda tutta lo seguiva che era un piacere sentirle suonare molighe’l fil che’l svoli quel mandriol peloso che però loro la suonavano in lingua ufficiale dell’impero, Viin blaipt viin. Che col vino non c’entra ma con Wienvienna, che bleibt Wien, che è sempre Vienna: capitale e altrove.

Poi ci fu l’attacco e sparare si sentiva sparare bene dalla fortezza in cima alla collina e il rombo dei cannoni anche da basso e dalle mura. Anche durante le giornate dell’attacco Vienna rimase Vienna, Leopoli un po’ meno. Anche se gli obici sulla città sì qualcheduno, per errore si sa, al suon delle trombe nei casini si trombava a gonfie vele. Fuori invece infuriò la battaglia  perché i russi varcarono il confine dell’impero e tira e mola e lasia andar Ivancic continuò a suonare mentre i compagni erano in prima linea e qualcheduno a morire. Poi i russi sfondarono e il reggimento di Ivancic e tutti gli Slàtaper e Sedmak e Wasserman, Daròld e Schneider, De Banfield e Haslinger, tutti con armi e muli e cavalli arretrarono a sud e ovest; si trincerarono.
La banda per un po’ suonò come sì come no, poi il comandante ebbe una trovata: che andassi la banda a suonare viin bleipt viin sotto le mura della città conquisa. E così fu. Ma i russi invece che prenderlo per scherzo lo presero per un favore, i soldati plaudivano da insù le mura. I loro ufiziali invece dopo essersi consultati tra lori e avere spedito telegrammi a Spietroburgo e avere sentito persino l’imperatore, l’altro il loro e che sentire ci sentiva benissimo quello che gli pareva di sentire, infine decisero che la banda andava bandita. Così tesero un’imboscata coi cosacchi, e i cosacchi sbucarono dal nulla in mezzo alla campagna e la banda cadde nelle loro mani. Ivancic fu fatto prigioniero, la banda fu fatta prigioniera e per un po’ suonò marce russe, tanto la città la conoscevano e i casini servivano tutti senza far distinzioni. Poi venne l’ordine… l’ordine prima o poi arriva magari più tardi ma arriva e infatti rivò ma tardi e nessun lo lesse e così non si sa che ordine fussi. Perché,  mentre che l’ordine viaggiava sull’ali dorate del telegrafo, a Spietroburgo era scoppiata la rivoluzione e ci si era messo un tale al capo, un tal Cherenschi che nessuno lo conosceva e mentre che Cherenschi era lì, l’ordine era in mezzo tra lui e Leopoli, così anche a Leopoli i soldati presero la decisione di fare la rivoluzione perché a lori sembrava meglio la rivoluzione degli ordini. I soldati voltarono le armi verso gli ufiziali e qualcuni di poca crapa si fecero copare cussì tanto per mostrare la lunghezza della siàbola. Ivancic di notte scapò. Camminò camminò e tornò alle sue truppe. E fu arrestato per tradimento. E fu condannato a morte. Fatto sta che mentre che lo comandavano a morte, brum brum brum i russi attaccarono di nuovo e in nome della rivoluzione rivarono al palo della morte e siolsero i polsi a Ivancic. Grato colui, che parlava ormai un po’ di russo disse charasciòdasvidaniapatòm, prese il zaino e si lasciò imbarcare per la Siberia. Intanto in Siberia era scoppiata la rivoluzione  contraria e mentre che Ivancic già si era un poco sistemato in un villaggio con una brava donna del villaggio, già vedova con bambini per cui gnanca fare la fatica, Ivancic si trovò di fronte ai bianchi che rispetto ai rossi rivoluzionari avevano divise vecchio stile, tutte alamari e carogneria compagna. Presero Ivancic e lo caricarono su treno per il mare. Non il driatico ma il pacifico che è Oceano ssai grando, a Val-di-Vostoch in dove che monti carenti ma mare a punto tanto. Passa un anno passa un altro a Val-di-vostoch dov’era, Ivancic si era organizzato per vendere liquori di cui iera gran consumo dato il freddo del pòlo anche lì ine stàte. Ma in quella rivò l’ordine che tutti quei, cinque soltanto, nati della città di mare ( ma per dire come gli ordini ti raggiungano quando meno te l’aspetti dove meno te l’aspetti), venissiro mandati a casa, da soli non con famiglia. Così Ivancic baciò la moglie e i bambini non suoi. Disse che domani l’avrebbe scritta e che l’avrebbe mandata un biglietto per raggiungerlo nella città di mare. La sua propria, disse. Ma poi dopo un mese e passa di navigazione rivò in vista del molo Audace e scese a memoria in città.

La città era cambiata, non c’era più l’imperatore e questo fu una sorpresa, e per strade giravano certuni tutti vestiti di negro dalla testa ai piedi a cantare zovinezze stupidezze. Ivancic andò al comune per dire che era tornato e lì, altra sorpresa, scoprì che Ivancic Bruno era disperso lontano e che a loro non c’arrisultava, dissero, in un dialetto sconosciuto, ecché però che lui si chiamava adesso Giovannini. Sempre Bruno. Di stesso padre, un gemello smarrito.

L’immagine di testa è una panoramica notturna di Leopoli oggi. © AP

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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