Data di pubbl.: 2026
Pagine: 196
Prezzo: € 16,00
Rovereto, 2020, anno del lockdown. Diego Verun, insegnante di liceo, la moglie Erica e la figlia dodicenne Asia vivono, come tanti, confinati in casa. Non è una vita facile, ma loro sembrano aver trovato un equilibrio, sottile e precario, che si augurano destinato a resistere finché tutto non sarà solo un brutto ricordo. A incrinare i rapporti familiari arriva a Diego uno strano messaggio via social: qualcuno che si presenta con il nomignolo di Magra Sorte gli chiede di aiutarlo a scrivere la propria biografia. Diego, un tempo, ha avuto velleità da scrittore, un sogno che ha dovuto rinchiudere in un cassetto privilegiando la famiglia e un lavoro stabile. Un sogno che si è brevemente concretizzato, oltre dieci anni prima, in tre mesi trascorsi a Berlino grazie a una borsa di scrittura per imparare a diventare un biografo. È lì che ha incontrato, una sera e per poche ore, Magra Sorte, al secolo Eritreo Scheinwindl di madre sarda e padre altoatesino della Val Venosta, un uomo poco più grande di lui, che vive sulla propria barca a vela nel porto di Cagliari, con uno strano e confuso passato come Diego scopre nel corso degli incontri da remoto. Eritreo gli offre seimila euro – Diego ne ha bisogno per portare Erica e Asia in crociera quando il virus sarà sparito – per risistemare il racconto articolato e complesso della propria esistenza. Di una madre single, Cecilia, e di un padre che non lo ha riconosciuto. Della memoria giunta fino a lui di una bisnonna, Siglinde, giovane e coraggiosa vedova, abusata dal prete di Malles e rimasta incinta dall’unione con un disertore chirghiso dell’esercito austroungarico. Di un bisnonno, secondo marito di Siglinde, Alois famoso per aver inventato l’Eiskaffee e di un nonno, Sepp, conosciuto troppo tardi. Di una diversità, la sua, mai davvero accettata dagli amici d’infanzia e forse neppure da lui stesso in età matura. Una diversità legata non solo alla propria fisionomia – quel volto dagli occhi allungati e un po’ cinesi, da chirghiso – ma anche all’orientamento sessuale, ondivago, come ondivaga risulta la sua intera esistenza divisa fra musica, viaggi, desiderio di solitudine, amori spezzati. Un’esistenza che non lo ha mai soddisfatto, colma di infelicità per un’assenza di compiutezza e capacità di realizzare le mete sognate. Un’esistenza che lo ha reso un personaggio ‘indigesto’ per sé e per gli altri:
“La rabbia è un osso duro, puoi stringerla fra i denti per tutta la vita e alla fine è ancora lì intera. … Non sono io che discendo da un disertore con gli occhi schiacciati, è lui che discende da me. Il tempo non va sempre nella stessa direzione. Mio nonno e il mio bisnonno sono il mio legame più vero con il luogo dove sono nato, ma loro che ne sapevano? … Poi arriva un discendente rinnegato …” ( pag. 81/82)
Eritreo ha fretta di concludere il lavoro. Sostiene di essere afflitto da uno strano male: si sta dissolvendo, sta scomparendo. Forse, un giorno di lui resterà solo la voce. Diego lo ascolta, gli pone domande che non sempre ottengono una risposta, svolge delle indagini personali fra conoscenti comuni a Bolzano e in Alta Venosta, cerca di colmare le lacune di cui Eritreo riempie i suoi racconti. Decide addirittura di raggiungerlo a Cagliari, contro il volere di Erica, avvilita e un po’ ingelosita dalla nuova ossessione del marito, per chiudere quella narrazione abborracciata e incerta, piena di buchi neri e misteriosi. Ne verrà a capo? Qual è il segreto così ferocemente difeso da Eritreo? E per quale motivo dovrebbe mescolare la Storia con una storia?
Non sono i padri a contare nella vita, sembrano dirci i personaggi di questo libro intriso di quel mistero profondo che caratterizza ogni esistenza, ma quel singolare corredo genetico che si perde nella notte dei tempi e che ognuno di noi si porta dentro. Un corredo che si mescola e si confonde con qualcosa di unico e personale fatto di scelte di vita, esperienze vissute, percorsi intrapresi. Qualcosa che nessuna biografia sarà mai veramente in grado di raccontare e, quand’anche lo facesse, non servirebbe a nessuno se non a noi stessi, per ripulire e dare ordine a un passato che neppure noi ricordiamo con onestà.


