A tu per tu con… Lucia Vastano

Può la felicità essere imperfetta, ma, al tempo stesso magnifica? E’ quello che cerca di scoprire Lucia Vastano nel suo ultimo libro, La magnifica felicità imperfetta, edito da Salani Editore. Attraverso la storia di Rakesh, Lucia Vastano ci racconta luci e ombre della sua India, così cambiata ma, in fondo, rimasta sempre la stessa. Ecco cosa ci ha detto quando l’abbiamo intervistata.

Da dove ha tratto ispirazione per il suo nuovo romanzo “La magnifica felicità imperfetta”? E’ ispirato a una storia vera o è totalmente frutto d’immaginazione?

Questo romanzo è un piccolo ma saporito assaggio della mia India, così come l’ho gustata in tanti anni che l’ho frequentata, fin da quando ero poco più di una bambina. L’ispirazione è stata proprio un regalo dell’India, con i suoi profumi e le sue puzze, con la sua crudeltà e dolcezza, con la sua calma e la sua frenesia, la sua spiritualità e il suo laicismo e persino cinismo. Con la sua energica e violenta capacità di attrarre e di respingere chiunque le si avvicini con aspettative che verranno al tempo stesso tradite e confermate. L’India, anche per chi pensa di conoscerla ed essere preparato ad incontrarla, si scopre e ci scopre, senza pudore si mette nuda e denuda i suoi ospiti. Non ha paura di mostrare il meglio e il peggio di sé, non ha ritegno nel mettere di fronte noi stessi con il nostro meglio, la compassione, e il nostro peggio, l’indifferenza. L’India aiuta a svelare chi siamo a noi stessi.

In nessuna parte del mondo le contraddizioni si scontrano e si accompagnano nel quotidiano con tale e tanta naturalezza. Come quando a Varanasi si inciampa nella gioiosa voglia di vivere di chi cammina lungo i ghat sulle rive del Gange in una quasi indifferente accettazione della morte che sfila davanti agli occhi e si fa vedere senza mediazioni, nella sua più crudele e banale essenza. Senza veli, come i corpi che bruciano sulle pire. La magnifica felicità imperfetta non è ispirato ad una storia vera e non è nemmeno il frutto della mia fantasia. E’ l’insieme di tante storie e di tanti incontri, tanti viaggi e tante esperienze, alcune anche molto sofferte. Penso che per uno scrittore l’immaginazione debba essere soltanto un mezzo di trasporto e non il viaggio.  E’ solo la capacità di tradurre il proprio vissuto in qualcosa che sia comprensibile anche agli altri che leggono. Una sintesi, una metafora per raccontare anche quello che un libro non può contenere, ma che il lettore stesso continuerà a sviluppare e arricchire con il proprio vissuto.

Il comportamento e le parole di Rakesh sono più vicine al mondo degli adulti, rispetto a quello dei suoi coetanei. Come mai ha deciso di tratteggiare così questo personaggio?

I bambini che vivono in strada non sono mai bambini del tutto. Hanno una profondità e conoscenza della vita che li fa adulti anche a pochi anni di vita. Basta metterli a confronto con i nostri. A tre-quattro anni già portano in braccio fratellini più piccoli, li curano, li accudiscono. Già pensano di dover guadagnare il cibo con il quale riempirsi la pancia e devono cercare un luogo sicuro per passare la notte. Per loro non ci sono ninne nanne o giocattoli. Quando ci approcciano per venderci qualcosa, una collanina di vetro, una ghirlanda di fiori, è inevitabile dimenticare che dovrebbero frequentare la scuola materna o le elementari e si finisce invece per confrontarsi con loro come si farebbe con un piazzista che vuole sbarazzarsi di un aspirapolvere rotto: si cerca di tenerli lontani, tirando dritto con decisione senza prestare loro la minima attenzione, o li si accontenta con qualche spicciolo per toglierceli dai piedi. I bambini di strada non piangono per quello che manca loro, sorridono per quel poco che riescono a racimolare. I bambini di strada parlano di filosofia e regalano pillole di saggezza perché le asperità della vita le conoscono sulla propria pelle. I bambini di strada sanno anche essere cattivi e violenti come gli adulti perché da loro sono già stati feriti. Solo quando si cerca di trattarli da bimbi, regalando loro una carezza o un po’ di attenzione, allora si rivelano per quello che sono: piccoli e indifesi, in una perenne quasi sempre vana ricerca di qualcuno che li ami e li protegga. I tanti Rakesh che ho incontrato, di sei, dieci, dodici anni, parlano tutti la stessa lingua: quella di bimbi a cui è stata rubata l’infanzia.

Si può dire che questo bambino sia alla ricerca delle felicità?

Ogni essere umano, a modo suo, vuole stare bene e ricerca la serenità. La felicità è fatta soltanto di attimi fuggenti. Non è però un’illusione, si nasconde per poi rivelarsi quando meno ce lo aspettiamo. La possiamo acchiappare, ma non trattenere. Rakesh, come tutti noi, cerca la pace interiore e la sera vorrebbe andare a dormire senza preoccupazioni, ansie, paure che sfregino i suoi sonni. Rakesh cerca la speranza di un futuro migliore, a prescindere da quale esso sia. Il suo amore per Sita, così diversa, così irraggiungibile, così lontana, così complicata è la metafora di questa sua ricerca della felicità ed è per questo che, anche se riuscirà a farsi amare, non riuscirà mai davvero a conquistarla del tutto.

Le sembra giusto che nel 2013 esistano ancora ‘lavori’ come i lanciacacca?

Mi sembra profondamente ingiusto che nel 2013 si spendano quasi due miliardi di euro per organizzare un’Expo che si proponga di “nutrire il mondo” e di questa valanga di soldi si destinino soltanto 50 milioni circa per dare assistenza ai Paesi in via di sviluppo. Un elefante che partorisce un topolino. Come diceva Gandhi e nel romanzo canticchiava anche Rakesh “la povertà è la forma peggiore di violenza”.

Quello indiano è considerato un mercato in via d’espansione, lei è una giornalista e una viaggiatrice: attraverso la sua esperienza ha notato anche lei questo fenomeno? Per quanto riguarda le condizioni sociali invece, a che punto è la situazione in questo Paese?

L’India che ho conosciuto quando ero ragazzina era un Paese completamente diverso. Tanto per fare alcuni esempi: prima di partire bisognava mettere in valigia tutti i farmaci che potevano essere necessari durante il viaggio: antibiotici, disinfettanti, analgesici, rimedi per la febbre e la tosse, sostanze per purificare l’acqua da bere. Adesso l’industria farmaceutica indiana è tra le più sviluppate del mondo, soprattutto nel settore dei farmaci “generici” che permettono anche ai più poveri di curarsi. Una volta per chiamare casa dall’India si doveva prenotare la telefonata da un post office e si passavano giornate intere ad aspettare la linea, senza magari poi riuscire ad avere la comunicazione. Ora molte multinazionali hanno i loro call center in India, ad ogni angolo di strada ci sono bugigattoli per le chiamate internazionali, internet point con accesso a Skype, si comprano schede sim per pochi euro e con ricariche da niente si riesce a chiamare l’Italia anche dal bel mezzo di un deserto. Una volta per prenotare un volo si doveva aspettare giorni e sperare che non ci fosse un black out dei computer,  l’aeroporto di Delhi sembrava un mercato rionale, con tanto di mucche che attraversavano le piste. Ora gli aeroporti  internazionali indiani sono  all’avanguardia, collegati con il centro cittadino da metropolitane efficienti e poco costose. Ma la cosa più straordinaria dell’India è che nonostante i cambiamenti avvenuti così velocemente è riuscita a mantenere integra la sua essenza.

In India le contraddizioni sono più evidenti che altrove. Mentre un quinto della popolazione è sopraffatta dalla fame, va a letto con la pancia che protesta, quattro delle dieci persone più ricche del mondo sono indiane; la media borghesia è in continua e veloce espansione, trainata da un Pil che da anni cresce senza essere sfiorata dalla crisi che i media occidentali continuano erroneamente a descrivere come globale.

Lo scrittore e giornalista americano Steve Hamm nel suo libro “Bangalore Tiger” sintetizza: “Che Paese l’India! In parte Silicon Valley, in parte Età della Pietra!”. Gli indiani devono fare ancora molto per uscire dall’età della pietra, ma il futuro dell’India sta nelle opportunità concrete che si stanno cercando di offrire anche ai bambini più poveri: avere una buona educazione e realizzare i propri talenti lasciandosi alle spalle la miseria che aveva incatenato i loro genitori. Non è un’impresa facile uscire dagli slum, ma sempre più ragazzi riescono a farcela, purtroppo ancora pochissimi di quelli che invece crescono in strada.Un Paese per crescere deve essere ambizioso e i suoi figli devono essere “choosey”. Conquistare e migliorare la propria educazione  e non rassegnarsi a lanciare cacca per tutta la vita è ciò che tiene viva la speranza di un popolo. Altrimenti, come purtroppo sta succedendo qui da noi, c’è soltanto disperazione.

Nel romanzo colpisce questa frase “In fondo si riflette soltanto quando si perde. I vincenti non hanno bisogno di fermarsi e chiedersi se hanno sbagliato qualcosa”. E’ davvero così?

Una volta si diceva: l’arroganza del potere. Ora a mio giudizio c’è anche molta ignoranza da parte delle classi dirigenti, molta supponenza. “Io so che non so” insegnava Socrate. Ora tutti pensano di sapere tutto e la televisione ci mette buona volontà nel convincere che è davvero così.  Basta sentire i dibattiti: molti politici parlano di temi che richiederebbero competenza senza invece avere gli strumenti per andare oltre l’approfondimento e il linguaggio dei frequentatori del Bar dello Sport. A loro non serve dire cose intelligenti e proporre soluzioni reali ai problemi reali. La loro unica grandezza sta nel rappresentare perfettamente la mediocrità.  Le elezioni si vincono soltanto così:  lanciando facili slogan comprensibili da tutti. Non riesco a capire perché i media continuino a interpellare alcuni politici così lapalissianamente  ignoranti. A furia di vederli diventano popolari e una volta che sono popolari acquisiscono un’autorevolezza che non spetterebbe loro. E’ come un cane che si morde la coda: il merito non serve per avere successo, ma una volta che si ottiene successo si pensa anche di avere merito. Perché mai dovrebbero poi mettersi in discussione? I vincenti non sbagliano mai perché barano.

“Se sai leggere e scrivere puoi fare carriera. Non c’è limite ai tuoi sogni”. I giovani occidentali sono preparati, ma al momento disoccupati e ciò impedisce loro di sognare. In India, invece, saper leggere e scrivere è una conquista ed è sufficiente per dar spazio ai sogni. Perché accade tutto questo? Pensa che forse noi occidentali non sappiamo accontentarci?

I giovani occidentali non sono disoccupati perché sono preparati. Sono disoccupati perché non abbiamo una classe dirigente in grado di pianificare uno sviluppo economico che li sappia includere, troppo presa a correre dietro a speculazioni che diano subito rapidi guadagni. Un adulto vive nel presente, le nuove generazioni sono il futuro e per aiutarli con  efficacia servirebbe una politica che sappia guardare lontano, ben oltre le prossime elezioni.

Si criticano i ragazzi che hanno frequentato università inutili. Ma che dire dei politici che le hanno inventate per dare spazio a baroni che reclamavano poltrone? E’ troppo facile dire poi ad un ragazzo disoccupato con una laurea sudata: ti devi accontentare e accettare un lavoro ad un call center da 400 euro al mese. Accontentarsi è doveroso  quando si sta ancora studiando, quando ancora si sta costruendo il proprio futuro. Lavorare part time dovrebbe entrare a far parte dell’educazione di ogni studente, come succede all’estero. E’ importante che i giovani imparino a relazionarsi con una busta paga, con orari da rispettare, progetti da realizzare con una seria programmazione. Ma un lavoro deve poi permettere di  vivere dignitosamente alimentando ambizioni, talenti, una sana ricerca di un crescente benessere che derivi dal proprio sudore: creare e poi mantenere una famiglia, comprare una casa, continuare nel corso degli anni una formazione. Tutto questo oggi in Italia si chiama utopia.

Se togliamo la speranza nel futuro si castra l’energia della gioventù. Molti degli  extracomunitari che sono arrivati qui da noi, dall’Africa, dall’Asia, dall’America Latina o dagli stati più poveri dell’Europa, sono laureati a cui nel loro Paese hanno castrato le ambizioni. Il più delle volte, per incapacità della classe politica dirigente, per la sua corruzione, per la priorità data ad interessi personali e privati nel redigere un progetto di sviluppo economico.

Non credo sia un bel modello da proporre anche per i nostri giovani. Andare all’estero, fare esperienze altrove è a mio giudizio un passo necessario per un giovane italiano di questi tempi. E’ una fortuna davvero approfondire gli studi in altre parti del mondo, imparare nuove lingue, conoscere altre culture attraverso le quali vedere un po’ più chiaro dentro noi stessi. Ma non deve essere la mancanza di prospettive in casa propria a spingere a fare la valigia. Questo rappresenta il fallimento di un Paese.

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