A tu per tu con… Luca Crovi

lucacroviCritico rock, saggista, speaker radiofonico, conduttore per nove anni della popolare trasmissione “Tutti i colori del giallo” su RadioDue,  dal 1993 redattore per la Sergio Bonelli Editore per la quale ha sceneggiato l’adattamento a fumetti di alcune storie di Andrea G. Pinketts, Joe R. Lansdale e Massimo Carlotto: Luca Crovi di giallo ne sa e anche parecchio, tanto da essere forse uno dei massimi esperti del genere in Italia. Al Festivaletteratura di Mantova tra gli ospiti relatori c’era anche il suo nome, e noi abbiamo il piacere di fare quattro chiacchiere con lui al termine di uno dei tanti eventi che lo ha visto protagonista, accompagnato dalla sua bellissima famiglia.

Comincerei con una domanda sui fumetti, nei quali molto spesso sono trattati argomenti anche piuttosto forti, nonostante abbiano un mercato di lettori anche molto giovani. Secondo lei è più facile raccontare il male nei fumetti?

Guarda, a me hanno sempre raccontato sia il male che il bene, sin da quando sono nato, utilizzando sia la forma realistica che la forma umoristica, e utilizzando anche varie forme di disegno. Già il fatto di utilizzare il bianco e il nero permette di creare nel lettore la dimensione sia della paura che quella del male, e in particolare il male, se tu usi il nero o il grigio, emerge immediatamente, ed è facile raccontarlo anche lasciando in sospeso la narrazione. Ed è sempre molto ben delineato, c’è un cattivo da combattere e un eroe che deve vincere: alcuni narratori si sono divertiti a trasformare anche i propri personaggi buoni in cattivi per una volta, come è successo con Topolino o con Paperino, creando ancora più stupore tra i lettori, ma soprattutto alle origini il bene è il bene e il male è il male. Oggi ci sono forse meno cattivi protagonisti rispetto per esempio agli anni ’60 e 70′ che hanno visto grandi cattivi come Diabolik o Satanik, ma applicando le tecniche del noir si può raccontare qualsiasi cosa, mostrando anche come non sempre il bene vince sul male: anche perché negli anni sono cambiati i formati ma soprattutto il pubblico, nel senso che prima il fumetto era una lettura forse più infantile, che scoprivi prima di arrivare ai romanzi, mentre adesso ci sono molti lettori adulti che tornano al graphic novel.

Com’è nata la sua passione per il fumetto?

Ho iniziato a leggere fumetti sin da piccolo, il primo personaggio che ho seguito è stato il Comandante Mark, dopodiché sono diventato un lettore accanito di Tex e lo sono tutt’ora. Leggevo tutto quello che trovavo in casa, che fosse “L’uomo mascherato”, “Mandrake” o “Valentina”, poi sono passato ai nuovi narratori, quelli che in qualche modo hanno rivoluzionato il fumetto, tipo Alan Moore e Frank Miller: in generale ero più attratto dalle atmosfere dark piuttosto che dai fumetti umoristici. Poi sono cresciuto con “Il Corriere dei Ragazzi”, dove leggevo Manara, Crepax, Battaglia, e il “Giornalino”, dove pubblicavano una serie che ha rivoluzionato il modo di scrivere il noir che era “Il Commissario Scava”: era sceneggiata da Bonano e disegnata da De Luca, e parlava di droga, rapimenti e violenza metropolitana, cose che nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere su un giornale cattolico ma che erano raccontate comunque attraverso dei filtri. E poi mi piacevano le storie del “Maestro” che uscivano sul Corriere dei Piccoli, disegnate da Aldo Vicendaro e scritte da Minani, che poteva scrivere più o meno di qualsiasi cosa con eguale potenza espressiva.

E a furia di leggere fumetti ad un certo punto questi sono diventati il suo lavoro…

Esatto, adesso lavoro alla Sergio Bonelli Editore come redattore e seguo il dietro le quinte dei fumetti, e tra l’altro lavoro tutti i giorni proprio con Aldo Vicendaro: per me è una cosa magica, non me lo sarei mai immaginato! Credo che il fumetto sia una forma narrativa che non ha cessato di raccontarsi, e che ha ancora un sacco di cose originali e divertenti da dire: già solo la scelta di scrivere una sceneggiatura all’americana, alla francese o all’italiana cambia tutto. In questi anni poi anche noi ci siamo spostati sul colore, quando il bianco e nero era una nostra caratteristica distintiva, e sono arrivati nuovi formati: è un universo difficile da legare, tanto che ultimamente non è raro che il cinema e la letteratura copino dal fumetto, invece che viceversa.

Dal fumetto alla cucina: ci parli del suo progetto “Cucina Calibro Noir” (www.cucinacalibronoir.it)

Si tratta di una serie di incontri che vengono organizzati a Milano all’interno di un’osteria dei primi del ‘900 con scrittori di area noir, che presentano un libro, recente o già conosciuto, che ha un rapporto con la cucina abbastanza particolare. L’idea è quella di rompere la gabbia degli incontri canonici, permettendo ai lettori di mangiare insieme agli scrittori e quindi di chiacchierare e raccontare cose curiose che non ci sono nei libri.
Il rapporto tra noir e cucina è presente sin dagli esordi, prendete le storie di Sherlock Holmes: con Watson va spesso al ristorante o in qualche taverna, e ama non solo la colazione alla scozzese ma anche la cacciagione. Oppure Nero Wolf che ha un cuoco svizzero in casa, e lì c’è tutta una tradizione culinaria, che più che alla Svizzera è vicina alla Germania e alla Francia. Ancora Maigret andava a mangiare nelle osterie fuori porta parigine, mentre da noi pensate a tutte le storie in cui Massimo Carlotto ha messo a confronto i suoi eroi con il mondo della cucina: questo dimostra come l’elemento “cibo” e l’elemento “noir” possano essere un’accoppiata vincente. La cucina per me e per gli scrittori di noir permette di delineare in maniera dinamica i propri personaggi e avvicinarli ai lettori: quando un autore fa mangiare a un suo personaggio qualcosa di particolare lo fa per darvi almeno un sapore che voi possiate riconocere. L’idea del cibo che c’è in Cucina Calibro Noir è di raccontare questo percorso tra letteratura e cibo, che in questo momento è molto evidente, nel senso che proprio ogni saga romanzesca e poliziesca ha una chiave alimentare, e il nostro intento è dimostrare in senso divertito e divertente in modo che tutti i lettori si possano confrontare insieme durante una serata.

Avete già scelto i prossimi autori che saranno protagonisti di questi incontri?

Sì la cena d’apertura è stata affidata a Gianni Mura, poi arriveranno Hans Tuzzi, Andrea Mutti, Massimo Carlotto, Maurizio Di Giovanni, Bjorn Larsson, Piero Colaprico, Marco Malvaldi e Antonio Mantegna. Ogni volta il menù rispecchia il protagonista della serata, e i vini la stessa cosa.

Prendiamo un romanzo noir che nonostante sia stato pubblicato quasi sessant’anni fa ancora oggi ha un grande impatto emotivo sul lettore: “La Promessa” di Friedrich Dürrenmatt. Tra le altre cose lei ha scritto un manuale dedicato al giallo: qual è la formula del giallo perfetto? Perchè un romanzo come quello di Dürrenmatt è ancora così attuale?

In “Noir: istruzioni per l’uso” ho dedicato un capitolo proprio a “La Promessa”, e alla posizione chenoir istruzioni per l'uso Dürrenmatt aveva all’epoca dimostrando che il poliziesco aveva finito di dire certe cose e che andava raccontata la problematicità delle indagini. Nella vita reale, parlando con poliziotti reali, tutti dicono che molto spesso o hai le mani legate, o un caso non lo risolvi, e quindi la follia è sempre dietro l’angolo. Per me, la formula perfetta del thriller, del giallo o del noir non esiste, così come non ne esiste una definizione. Chi legge il mio “Noir: istruzioni per l’uso” trova all’interno di questo libro una settantina di autori che si raccontano in maniera diversa: io trovo che se diamo una definizione fissa e specifica chiudiamo il genere in una gabbia, e così facendo gli impediamo di essere contaminato e di restare al passo con i tempi. Quindi, in un mondo dove letteratura, cinema, fumetto, video e arte si occupano di atmosfere nere, queste atmosfere possono essere interpretate in vario modo, ma sono comunque contaminate. Più un autore riesce a mescolare le carte, meno sta dentro ad una struttura, e più funziona, anche perché se si seguisse uno schema avremmo probabilmente lo stesso libro ripetuto continuamente. E’ vero che quando un lettore di genere compra un libro, vuole che abbia quel sapore, quell’atmosfera e quel ritmo, però più l’autore varia quel ritmo più funziona.

E il giallo che avrebbe voluto scrivere?

Da lettore devo dire che quando mi chiedono qual è il mio libro preferito non dico mai “un noir” o “un giallo”, ma dico “una storia che è molto nera, e che contemporaneamente molto avventurosa, e che ha dei personaggi incredibili, sia positivi che negativi”. Sono un grande fan di Robert Louis Stevenson, amo molto “L’isola del tesoro” e “Lo Strano Caso del Dottor Jekyll e Mister Hyde”. Se dovessi dire un terzo libro, vi direi tutta la raccolta di Edgar Allan Poe, perché hanno delle caratteristiche forti nere che identificano il male. Come lettore ogni volta che leggo un libro dal quale non mi aspettavo niente ma che mi sorprende rimango veramente a bocca aperta, perché io mi sento ancora un bambino che vuole stare incollato alla sedia a leggere fino alla fine con i brividi che lo prendono. Come intervistatore invece sono molto curioso di sapere come lavorano i vari autori, e dopo mi piace rileggere i loro libri “ascoltandoli” attraverso i loro ricordi e le loro voci, e raccontare agli altri lettori quei segreti che mi sono stati confessati. Credo che ci siano libri che, riletti anche a distanza di anni, non solo ci regalano certe emozioni, ma ce le raccontano anche in maniera diversa.

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Laureata in Scienze dei Beni Culturali, giornalista pubblicista, da sempre grande lettrice: a sei anni prima ancora di andare a scuola grazie alla nonna sapevo già leggere e scrivere, a 8 anni ho scritto il mio primo racconto su un mago che perde il suo libro di incantesimi. Spero un giorno di vedere sugli scaffali il mio libro, nel frattempo cerco di imparare dagli altri il più possibile e spero di consigliare i nostri lettori condividendo con loro le mie sensazioni.

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