A tu per tu con… Anna Mittone

Lo scenario è quello di Roma ed è una di quelle splendide giornate, piene di sole, che danno l’idea che la Primavera, pur essendo ancora lontana, sia dietro l’angolo.

Con Anna Mittone, sceneggiatrice di successo e autrice del romanzo “Quasi quasi m’innamoro” edito da Piemme, ci diamo appuntamento davanti alla scalinata del Palazzo delle Esposizioni con l’idea di farci quattro chiacchere davanti ad un buon caffè.

Sfortunatamente è lunedì mattina e i bar delle vicinanze sono chiusi così, dopo aver girato un pochino e considerata l’ora, alla fine ci ritroviamo sedute ad un tavolino esterno di un grazioso ristorantino nei pressi di Santa Maria Maggiore.

In un contesto simile ed avendo di fronte una donna che, come lei stessa ammette, “ha più anime”, parlare d’amore, di sogni, di scelte e di ironia è stato tanto piacevole quanto naturale.

“Quasi quasi m’innamoro” un titolo molto particolare con un “Quasi quasi” che se da un lato fa pensare a qualcuno che si butta, che tenta la sorte, dall’altro comunica titubanza, esitazione nel compiere una scelta. Quale valore ha per Lei?

Innanzitutto devo confessare che questa non è stata la mia prima scelta. All’inizio avevo proposto come possibili titoli “Amore Assurdo” e, in seconda battuta, “Scegli me” che sono rispettivamente il titolo e l’inizio di due canzoni di Morgan, ma la casa editrice (Piemme) li riteneva troppo cupi. In quel momento ho pensato di rivolgermi alle fan di Morgan e, dato che ero già in contatto con loro attraverso vari blog, ho chiesto loro un consiglio ed è così che è nato il titolo definitivo. Per quanto riguarda il valore del “Quasi quasi” per me rispecchia più l’idea di una decisione presa a freddo: “visto che tutto va male, mi butto in amore”

Alla maggior parte di noi donne almeno una volta nella vita è capitato di provare l’esperienza di essere brutalmente scaricate e, in genere, la reazione è quella di chiudersi nel dolore, di piangersi addosso e, in qualche modo, di autocommiserarsi. Consolata al contrario reagisce decidendo di innamorarsi di un personaggio famoso e, all’apparenza, irraggiungibile.

In realtà quello dell’abbandono non doveva essere un tema trattato nel libro. Vede, quando ho iniziato a scrivere, io volevo parlare dell’innamoramento per un personaggio celebre, fuori portata, e del sogno che a tutto questo si accompagna. In seguito, dopo aver buttato giù all’incirca le prime trenta pagine, mi sono resa conto che per arrivare ad innamorarsi in modo così totale di qualcuno, che benché sia famoso è comunque uno sconosciuto, ci doveva essere una grande delusione iniziale, un vuoto da riempire, che fungesse da spinta ed è in questo modo che è nata la storia dell’abbandono di Consolata da parte di Paolo.

Consolata è portata a sognare ad occhi aperti da una grossa delusione, da un profondo senso di vuoto. Lei che in una precedente intervista ha dichiarato di averlo fatto molto spesso, da cosa è stata spinta?

Cominciamo col dire che il sogno ad occhi aperti, per come la vedo io, è prima di tutto un rifugio, un modo per trovarsi un luogo, anche se appunto onirico e non reale, in cui sentirsi al sicuro. Nel sogno domini tutto: sei vestita nel modo che preferisci, incontri le persone che vuoi in luoghi scelti da te e vivi situazioni in tutto e per tutto determinate dal tuo volere. In quest’ottica anche io, quando l’ho fatto, ero spinta da un senso di vuoto o stavo vivendo un momento di difficoltà ed ho trovato nel sogno ad occhi aperti un modo per rifugiarmi dal mondo.

La famiglia Bogetti, di cui Consolata fa parte, è uno strano mix di caratterizzazioni che vanno dallo stereotipo della madre del sud, tutta casa e famiglia e ossessionata dal matrimonio, al classico burino romano. Da chi a tratto ispirazione?

Sa, io ho diverse anime. Sono nata a Torino in una classica famiglia borghese, ho avuto una figlia con un napoletano e questa cosa mi ha portato a vivere per molti anni immersa nella cultura del sud; in seguito mi sono trasferita a Roma, dove vivo ancora oggi, ed ho fatto un figlio con un romano entrando così in contatto anche con questa realtà. Diciamo che mi è venuto naturale unire un po’ tutte le cose che ho potuto osservare nei miei spostamenti, le persone che ho conosciuto e quelle che ho semplicemente incontrato, e fare un patchwork delle mie esperienze da cui poi è nata la famiglia Bogetti.

Fra tutti i componenti della famiglia Bogetti quello che personalmente ho trovato fantastico è la madre. Una donna che perseguita Consolata affinchè si sposi ed entrambe le figlie perché le diano dei nipoti, con il trittico “malattia-morte-sofferenza” perennemente in testa ed una vera e propria fissazione per i completini intimi coordinati perché: “ nella vita non si sa mai cosa può succedere”. Lei com’è come madre e quanto ha messo di sé stessa in questo personaggio?

Più che da me stessa ho preso spunto da altre madri. Per esempio per la storia dei completini mi sono ispirata a mia nonna che era solita dire: “ mi raccomando sempre mutande pulite che non si sa mai dovessi andare in ospedale” mentre io pensavo che se fossi andata in ospedale voleva dire che stavo malissimo e di conseguenza il completino sarebbe passato in secondo piano. Tuttavia devo ammettere che, a lungo andare, un po’ mi ha condizionato e quando sono andata in ospedale per partorire mia figlia, dal momento che è nata in anticipo, la prima cosa che ho detto al ginecologo è stata :” Mi scusi ma non ho potuto fare la depilazione”. Per quanto riguarda invece l’ossessione per il matrimonio più che ad una singola figura mi sono ispirata alla maggioranza delle madri. C’è la mia prima suocera, quella napoletana, che ha tentato in tutti i modi di farci sposare – senza peraltro riuscirci – ma ci sono anche tutte quelle madri, fra cui anche delle mie amiche, che si possono sentire per strada mentre parlano tra di loro e non fanno che dire che non vedono l’ora che le figlie si sposino. Riguardo a me come madre, partendo dal presupposto che più si invecchia e peggio si diventa, anche se poi non si può mai sapere, spero sinceramente di non diventare come lei. Comunque per adesso mia figlia è troppo piccola perché io possa assillarla con il matrimonio e quindi mi salvo.

A proposito del trittico “malattia-morte-sofferenza”, all’inizio del libro Consolata racconta che una volta ha provato a non rispondere alla chiamata domenicale della madre e come risultato si è trovata i carabinieri fuori dalla porta perché la credeva morta. Questo chiodo fisso per la disgrazia da dove viene fuori?

Sa che sinceramente non lo so? Lavorando alla stesura di questo libro ho scoperto che è vero quanto dice Omero ossia che è la Musa che scrive per te, che ad un certo punto tu, come scrittore, non ci sei più. Onestamente la figura della madre è venuta fuori da sola; io non pensavo che la mia protagonista dovesse avere una madre, non l’avevo neanche in mente tant’è che è l’unico personaggio del libro a non avere un nome: è solo “ mia madre”. Di conseguenza se per alcuni aspetti, come detto prima, posso identificare delle figure ispiratrici ce ne sono altri di cui mi sfugge completamente l’origine, come in questo caso. Tuttavia le posso dire che, voluta o meno, è il personaggio che ha più colpito i miei lettori ed in cui molti identificano le loro di madri il che vuol dire che, pur senza volerlo, ho “centrato il bersaglio”.

Torniamo a Consolata. Lei è una donna che, in potenza, potrebbe essere molto forte perché è intelligente, con una discreta preparazione culturale, dotata di ironia e dimostra, nell’aiutare chi le sta vicino, un notevole spirito d’iniziativa. Nonostante questo quando si tratta di affrontare i suoi problemi è come se restasse bloccata. Anche alla fine, quando Paolo torna a casa e lei decide di staccare le photo di Morgan dalle pareti ne lascia una, quasi ad indicare la sua incapacità di compiere l’ultimo passo. Come mai?

Io credo che dipenda da una sua cronica mancanza di autostima. E’ facile buttarsi e dire “fai questo” o “ fai quello” quando sono gli altri a rimetterci la faccia, ma quando ci esponiamo in prima persona tutto diventa più complicato. Ci sono persone che, come si dice, sono “bigger than life” e percepiscono sé stesse come superiori a chi le circonda e poi ci sono persone che, al contrario, si sentono nettamente inferiori di quanto in realtà non siano. Per Consolata è così, lei non ce la fa, non riesce a sentirsi all’altezza di chi le sta intorno.

Parliamo della fine del Suo romanzo. Sinceramente leggendolo ci si aspetta un lieto fine in cui Consolata ne esce vincente e felice, ma non è così. Consolata torna, peraltro insoddisfatta, con Paolo e quindi resta, in una certa misura, vittima.

Beh non si dice proprio che tornerà con Paolo. E’ vero che lui torna a vivere a casa con lei ma il libro si chiude più che con il ritorno di Consolata con Paolo, con l’incontro che lei fa sul treno e che potrebbe cambiare tutto.

A proposito dell’incontro sul treno mi sono chiesta: Consolata si siede veramente davanti a Morgan ed inizia a parlargli oppure è l’ennesimo sogno ad occhi aperti che fa e, ferma a metà del corridoio, si immagina di fare quel passo in più e di mettersi seduta?

Il bello è proprio questo. Vede, mentre scrivevo mi sono trovata ad un punto in cui non riuscivo a stabilire come far finire il libro. Non volevo far tornare Consolata insieme a Paolo felice e contenta, ma farla sposare con Morgan mi sembrava una conclusione troppo sopra le righe. Per queste ragioni ho optato per un finale che può avere più letture. Mi spiego: Consolata è sul treno, si sveglia e per una serie di circostanze incontra Morgan, ma lei è veramente sveglia o sta semplicemente sognando di esserlo?

Il sogno come i ricordi possono essere dei mezzi di fuga dalla realtà. Secondo Lei i giovani di oggi hanno perso la capacità di sognare e dovrebbero recuperarla oppure sognano troppo?

Non è semplice rispondere. Ho regalato a mia figlia una tazza su cui c’è una citazione di Proust che a me piace moltissimo e che dice: “ Se sognare è un poco pericoloso, la sua cura non è sognare meno ma sognare di più, sognare tutto il tempo”. Sicuramente sognare è una forma di fuga dalla realtà che, in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, tutti, chi più chi meno, cerchiamo di mettere in atto e certo non possiamo biasimarci per questo. Tuttavia può essere anche una notevole spinta vitale e questo perché in realtà sognando ci si immagina in un mondo diverso, in un luogo che è “oltre” quello in cui viviamo, che è migliore. Secondo me non è tanto sognare il problema, quanto cosa si sogna e quello che si fa per trasformare il sogno in realtà, anche se poi ci sono dei sogni che è bene restino tali e non si realizzino. Se Consolata, per esempio, si fosse sposata con Morgan, realizzando la sua fantasia, io non credo che sarebbe stata più felice. Però, se pensiamo agli anni dei grandi ideali politici ci rendiamo conto che il sogno aveva una valenza molto forte. Certo quando poi si è concretizzato non ha portato la felicità, l’uguaglianza, la pace ed il benessere tanto agognati, ma era un sognare generazionale, tutti facevano lo stesso sogno, e per questo c’è stata una spinta al cambiamento molto forte. Adesso ognuno fa il proprio e quindi tale spinta è meno evidente. Tutto si è ridotto all’individualità.

Leggi anche la recensione di “Quasi quasi m’innamoro” di Anna Mittone

 

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