Data di pubbl.: 2026
Pagine: 288
Prezzo: € 17,00
Everton Barros, giornalista dell’Eco de São Paulo, trentacinque anni, percorre come ogni mattina in bicicletta la ciclabile lungo il rio Pinheiros. È diretto alla sede del giornale appartenente al Grupo Jabuticaba, proprietà dei Madureia dos Santos, una delle più grandi e potenti famiglie di San Paolo, Brasile. Pedala e medita, fra le altre cose, sull’assurdità di quella città che abita, sebbene non sia nato lì, una città amata e odiata:
“…una città cresciuta a dismisura in un luogo benedetto da un’incredibile abbondanza d’acqua, e che per crescere in quella maniera aveva trasformato quell’incredibile abbondanza d’acqua in una rete di fogne non trattate e di scarichi chimici tossici.” (p. 232)
Qualcosa giace nell’inquinatissimo rio Pinheiros, qualcosa che a prima vista sembra un oggetto abbandonato, ma in realtà è un cadavere, quello del suo amico Flávio Bloch, figlio di una ricchissima famiglia produttrice di vernici e attivista per l’ecologia. Everton si sente ancora in colpa per non essere riuscito a pubblicare integralmente l’articolo con le informazioni di denuncia che Bloch gli aveva passato, sebbene fosse stato proprio quell’articolo a farlo assumere all’Eco. Al giornale, parla della morte dell’amico con Beatriz Leitão, direttrice giuridica e amministratrice del Grupo, in realtà il vero capo visto che Bernardo Madureia che dovrebbe dirigerlo è un incapace, ma lei gli comunica che il caso è già stato classificato come suicidio e di scriverci un articolo non se ne parla. Everton l’accompagnerà invece per un’intervista a una festa organizzata da Donato Abreu, Segretario Municipale dei Servizi Sociali e del Diritto alla Casa, un ‘quasi-fascista in salsa neoliberista’, personaggio di spicco nel panorama politico di San Paolo, che vorrebbe pubblicare il suo manifesto elettorale con il Grupo.
Con queste prime pagine perfette conosciamo alcuni dei personaggi chiave di una vicenda tragicamente complessa dove politica, inquinamento, avidità di potere, mancanza di moralità e speculazione edilizia sfrenata s’intrecciano in un mosaico difficile da districare, e dove la voglia di verità di un giovane giornalista verrà messa più volte in discussione insieme alla sua integrità. Everton Barros, figlio di una madre single che vive ormai immemore in un ricovero gestito da suore ad Araraquara, dovrà vedersela non solo con la morte sospetta di Flávio Bloch, ma con la vicenda del gelataio Zappavigna, con l’altrettanto sospetto crollo di una palazzina accanto al suo negozio e infine con l’omicidio di costui. E, per finire, cercherà di aiutare il suo amore segreto e mai ricambiato, Diana Greger preoccupata per il suo ex, l’imprenditore del legno, lo svizzero Florian Kaufmann – protagonista del precedente Meccanica di un addio -, convinto di poter continuare la sua battaglia per lo sfruttamento sostenibile della foresta amazzonica alleandosi proprio con Abreu. Ma siamo in Brasile dove:
“…ciò che dovrebbe non funziona mai, e dove l’impossibile invece accade con ordinaria nonchalance.” (p. 191)
Molti, spesso esilaranti e assai ben descritti i personaggi secondari. Come è da segnalare un pezzo di bravura dell’autore: il convegno delle donne imprenditrici al quale partecipa come relatrice la Doutora Beatriz Leitão.
In questa sua seconda, eccellente prova nel noir, Carlo Calabrò, che in Brasile ha trascorso ben undici anni della sua vita, e che con Meccanica di un addio, sempre per Marsilio, è stato finalista al Premio Scerbanenco 2024, usa a buon diritto una prosa dove l’ironia mescolata al sarcasmo la fanno da padrone. In nessun altro modo si poteva raccontare una simile vicenda, né l’uso di tale prosa ne sminuisce l’effetto dirompente simile a un girone infernale, a un viaggio senza ritorno nella morale e nella civiltà per ciascuno dei personaggi principali e minori. Nulla sembra salvarsi dalla voracità e dalla mancanza di scrupoli di un manipolo di ricchi politici e imprenditori, una genia di formidabili ipocriti dediti al culto del potere e del dio denaro e pronti a qualsiasi nefandezza pur di raggiungere i loro scopi.
Infine, come ha fatto notare lo scrittore Maurizio De Giovanni nella sua bella recensione sul Corriere della Sera del 3 luglio, protagonista è anche e soprattutto la città di San Paolo con la sua bellezza e le sue contraddizioni violente. Un città dove non si capita per caso e dove si può solo scegliere di vivere:
“Questa città è fatta di cemento e di sangue, e i suoi padroni tra l’uno e l’altro fanno poca differenza. (p. 98)


