Il respiro del faggio – Fabio Rodda

Titolo: Il respiro del faggio
Data di pubbl.: 2026
Pagine: 349
Prezzo: € 18,00

Antonio Petrella è sovrintendente capo alla questura di Bologna. È arrivato in città quasi vent’anni prima da Genova e quei giorni terribili del G8, quello che è accaduto nella Caserma Diaz, se lo porta ancora dentro come una piaga, come un incubo.

“Il puzzo di sangue e piscio, le urla delle ragazze, il rumore sinistro delle ossa che si rompevano. Aveva ricordato le molotov nascoste, come fossero state fabbricate dai manifestanti pacifisti, mentre la vergogna gli bruciava l’intestino.” (p. 299)

Si era ribellato con violenza contro il suo capo per ricavarne un trasferimento in bianco e la promessa che la carriera poteva scordarsela. Antonio aveva scelto Bologna, un piccolo appartamento da single, la compagnia della gatta Mia vagabonda fra i tetti, l’occasionale presenza dell’amico Naska – quando la compagna lo butta fuori di casa -, un garage officina per i suoi lavori di falegnameria appresi da giovanissimo in Veneto, sua regione di origine, e per il suo Maggiolone nero del 1974 battezzato ‘Teschio’. C’è anche una donna nella sua vita, Margherita, ma è un rapporto incasinato in linea con il carattere e le abitudini di Petrella. 

Ora, però, da sovrintendente capo ha finalmente la sua squadra: l’agente scelto Alberto Muzzioli, l’agente Angela Graffi e il suo vice Felice Cannavacciuolo. E visto che Bologna è città multietnica, Antonio ha persino un’interprete dal moldavo all’italiano, la bella Vera Rotari che lui stesso ha salvato dalle ‘attenzioni’ di due colleghi negli uffici per i permessi di soggiorno molti anni prima.

In una Bologna grigia e piovosa, Antonio e la sua squadra vengono chiamati sul luogo di un efferato delitto. Un quartiere elegante, il vecchio e nobile palazzo Zaniboni, una donna delle pulizie in lacrime, Simona Vicini. La sua padrona, Rosina Malvezzi, vedova del prof. Zaniboni noto psichiatra, è stata uccisa a coltellate. Un delitto d’impeto e d’odio che la sconvolta Vicini attribuisce subito al figlio della Malvezzi, Enrico, un giovane uomo con problemi psichici, che lei ha sentito litigare con la madre più di una volta. Delle tre chiavi di accesso al palazzo una doveva averla per forza lui anche se viveva a Rimini a casa dell’amico Leonardo Montanari, giocatore incallito e drogato. Enrico però risulta ricoverato, su ordine della madre e per l’ennesima volta, a Villa Felice, clinica psichiatrica gestita dal prof. Monaco, ex delfino dello Zaniboni. Clinica dalla quale nel frattempo è fuggito, ma quando? Lo si può incolpare della morte della madre? E chi era in realtà il defunto prof. Zaniboni oltre a essere un celebre psichiatra? La sua stretta amicizia ai tavoli da gioco con un certo Gaddo De Brutti, i soldi prestati quasi fosse un usuraio, lo stretto legame di amicizia fra la moglie di Gaddo, Lucrezia Fabbri, proprietaria del prestigioso negozio di abbigliamento ANNA, e la morta Rosina, sono elementi da prendere in considerazione ai fini dell’indagine?

Parallela all’inchiesta di Petrella e della sua squadra scorre quella di Vera nell’ambiente dei moldavi suoi conterranei. La morte di Mihai, fratello minore di Vlad un tempo suo fidanzato, caduto da un’impalcatura nel cantiere dove lavorava come muratore non convince Vera e meno ancora la sua amica Mila. Come mai Mihai non era vestito da lavoro, ma con abiti di ogni giorno?

La morte di Rosina Malvezzi si rivelerà molto più intricata e complessa di quanto Petrella e la sua squadra pensavano all’inizio, provocando loro momenti di vero sconforto per gli improvvisi ribaltamenti di fronte. Ma un’indagine, a volte, è come un perfetto lavoro di falegnameria. Tutto quello che serve è trovare l’incastro giusto, ascoltare il respiro del legno. Alla fine, sarà l’agente scelto Muzzioli ad avere l’intuizione determinante per la soluzione del caso. Come sarà la cocciutaggine di Vera a far luce sulla morte di Mihai.

Un ottimo esordio per Fabio Rodda che non si limita a narrare una vicenda gialla ben costruita e di sicuro impatto sui lettori, ma ci racconta una città – Bologna, con i suoi locali e luoghi caratteristici e l’invasione di un turismo che l’ha trasformata in un gigantesco business – e un universo di storie di amicizia e amore, il mondo difficile dei migranti moldavi, la loro nostalgia per la patria lontana e matrigna, il loro tentativo non sempre riuscito di integrarsi, la paura e la rabbia che sanno a volte di suscitare con la loro diversità. Emblematica la figura di Vera Rotari, lei che non vuole etichette, che si sente, a ragion veduta, cittadina del mondo senza per questo rinnegare le sue radici. E poi, basta guardare la squadra di Petrella, lui veneto, Cannavacciuolo napoletano, o altri personaggi che appaiono nel libro. Non siamo tutti, in fondo, migranti nella nostra stessa patria?

Francesca Battistella

Francesca Battistella (Napoli, 1955) si è laureata in Antropologia Culturale nel 1979 alla Federico II di Napoli e ha conseguito un Master nella stessa materia presso la Auckland University, Nuova Zelanda, nel 1982. Ha lavorato come Lettrice d’Italiano e Storia Contemporanea nella stessa università nel 1983 e nel 1984. Tornata in Italia è stata traduttrice dal francese e dall’inglese per l’Istituto di Studi Filosofici di Napoli e in seguito per dieci anni segretaria di alta direzione, promoter, editor e organizzatrice di eventi presso la società INNOVARE, gruppo Banco di Napoli. Dal 2008 vive e lavora a Lugano, Svizzera. Negli anni ha pubblicato il romanzo storico Gli esuli (2004), un giallo Il parco delle meraviglie (2006), un noir Re di bastoni, in piedi, una trilogia gialla ambientata sul lago d’Orta che comprende La stretta del lupo (2012), Il messaggero dell’alba (2014), La bellezza non ti salverà (2016) e ancora un noir La verità dell’acqua (2019). Gli ultimi cinque libri per la casa editrice Scrittura&Scritture. Scrive recensioni per Gli amanti dei libri, la rivista Airone (Cairo editore) e Luoghi di libri.

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