Sudeste – Haroldo Conti

Titolo: Sudeste
Autore: Haroldo Conti
Data di pubbl.: 2018
Casa Editrice: Exòrma edizioni
Genere: letteratura contemporanea, Narrativa sudamericana
Traduttore: Marino Magliani
Pagine: 217
Prezzo: € 14,90

Sul delta del Paraná, il secondo fiume più lungo del Sudamerica, il Boga conduce una misera vita da tagliatore di giunchi con il Viejo, il Vecchio. I due condividono una capanna sbilenca, in compagnia della moglie del Vecchio e di due cani. Da loro trasuda una rude vitalità premoderna, un sentimento d’innocenza custodito con la spontaneità dei semplici. Il Boga e il Vecchio a malapena si parlano, ma riescono a intendersi a meraviglia. Per sostenersi, pescano e mangiano, giorno dopo giorno, i pesci che il fiume dona con falsa benevolenza: i comuni lattarini, i pesci gatto dal sapore di fango, i pregiati dorados, i saporiti patì o le rare tarariras. L’acqua detta le regole e incaglia i gesti umani nel solco dei riti quotidiani. Il fiume è un organismo totalizzante, che respira, cresce e chiede rispetto. È un microcosmo verde e marrone che si frastaglia in torrenti, canali, paludi. Nell’intricata geografia del Delta brulica un’umanità dedita a piccoli traffici illegali. Sulle spiagge, incastonate tra le rive melmose, gli alberi e i canneti, compaiono ripari improvvisati, tirati su da vagabondi. Dal mare, per la precisione da Sudeste, soffia un vento che accarezza un mondo sospeso in un’immobilità ingannevole. Quando il Vecchio muore, il Boga avverte il richiamo dell’inquietudine ed è costretto a partire, a mollare le ancore, a inseguire se stesso lungo la corrente.

Haroldo Conti, scrittore, sceneggiatore e giornalista argentino, autore di Sudeste, scompare nel nulla il 5 maggio del 1976, giorno del golpe militare. La sua fine è tragica, come quella di molti desaparecidos. È il meno noto, almeno in Italia, di una nidiata di scrittori che si affermano tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Sudeste è pubblicato in patria nel 1962, a ridosso di Sopra eroi e tombe, capolavoro di Ernesto Sabato, mentre Rayuela  (Il gioco del mondo) di Julio Cortázar, uno dei libri più importanti del Novecento, è dell’anno seguente. La casa editrice Exòrma propone per la prima volta al pubblico italiano questo sorprendente romanzo d’esordio, all’epoca vincitore del premio Fabril, con la traduzione appassionata di Marino Magliani. Haroldo Conti riscuote successo, e riconoscimenti ufficiali della critica, anche grazie alle opere successive, è qui però che traduce in letteratura tutto il suo vissuto esperienziale, mettendo a nudo la propria sensibilità verso gli ultimi, quelle vite, schiette e disadorne, minacciate da una sorda violenza. Lo scrittore amava l’ambiente fluviale. Aveva una casa a Tigre, sullo stesso delta del Paraná descritto con prosa limpida in Sudeste, e si dilettava a percorrere il fiume maestoso sulla sua barca. Haroldo Conti è stato attore, seminarista, docente di filosofia e altro ancora, e nelle foto ci appare luminoso, simpatico, dagli occhi buoni. Una penna capace di decodificare la natura, umana e non, per riportarla sulla pagina con una resa introspettiva ammaliante.

Cosa accade in Sudeste? Poco o nulla, all’apparenza. Il romanzo è strutturato in tre parti distinte. La morte del Vecchio chiude la prima fase, quella edenica, in cui il tempo pare scivolare in un sogno di eternità e la coabitazione con il Boga è perfetta, simbiotica. Il Vecchio abita la sua morte con la dignità tipica delle fiere selvagge, che si isolano in un angolo di foresta quando sentono di essere arrivate al termine della vita. Il Boga, tornato solo, nella parte centrale del romanzo intraprende un vagabondaggio on the road, salvo che qui la strada è, appunto, un reticolo di acque, placide, molli, infide, un labirinto solcato da una barchetta fragile. Il Boga non è né un disobbediente civile alla ricerca di terre selvagge né un hippie in vena di utopie. È invece un uomo calato nel suo ambiente, l’unico che conosca, un essere vivente braccato da una cieca necessità e attraversato da un desiderio di vita bruciante. Gli orizzonti tagliano le pupille come lame infuocate, il baluginare delle isole disorienta lo sguardo, la nebbia del mattino avvolge e stupisce. Il Boga assorbe ogni sfumatura di luce, dialoga con le correnti, riempie i giorni di gioie minute e fatiche costanti. Getta le lenze, si accampa, scambia pesce con altre provviste, si ciba di ciò che trova. Intanto, sogna una vera imbarcazione, uno yacht. Il destino gliela concede. Poi, nella parte conclusiva, si guasta il precario idillio e subentra la potenza del male. Prima, si affaccia nella sua vita il Cabecita, un omino curioso, enigmatico, chapliniano nelle movenze, poi, ben più inquietante, irrompe un uomo ferito, senza nome, materializzatosi sulla cuccetta di tribordo del suo Aleluya. Sono i primi anelli di una catena umana che, stretta attorno al collo del Boga, lo trascinerà a fondo.

La gente di questo fiume somiglia in tutto e per tutto all’uomo che sta osservando le acque con i suoi occhi da pesce moribondo, sospesi sulle acque come due lenti sospese nell’aria. Per questo gli uomini del fiume ancora sopravvivono. Per questo sembrano tanto vecchi, distanti e solitari. Non è che amino il fiume, ma non possono vivere senza. Sono lenti e instancabili come il fiume. Soprattutto, sono indifferenti come il fiume. Sembra che capiscano di appartenere a un tutto inesorabile che avanza sotto l’impulso di una inesorabile fatalità. E non si ribellano affatto. Neanche quando il fiume distrugge le loro capanne, le loro barche, e perfino loro stessi. Anche per questo sembrano cattivi”.

Indifferenza incline alla malvagità: il Paraná non concede comodità, acconsente, al massimo, a vivere sul filo della sussistenza. È una natura matrigna, beffarda, dal cuore torbido. Gli uomini si espongono, disarmati, al cospetto di questa piatta distesa di piombo, che rifrange, e moltiplica, un malumore figlio dell’essere soli, sperduti, nel mezzo di tanta compatta immensità. Il Boga reagisce allo smarrimento abbandonandosi, fiducioso, al fiume e alla sua grammatica di silenzi, sciabordii, sussurri e minuscole verità nascoste sotto il pelo dell’acqua. Nella presa dello yacht è iscritta la possibilità e insieme i limiti di ogni umana conquista.Sì, era proprio questo ciò che aveva cercato per tutto quel tempo. L’estate gli aveva fatto maturare quel mite e ostinato desiderio di un veliero e poi l’aveva condotto a quello yacht. Qui, nella solitudine di questo fiume, cos’altro può desiderare un uomo? Generalmente muore col suo desiderio, e niente più… Ma lui l’aveva desiderato, o l’aveva evocato, e adesso eccolo lì. Era vecchio e malconcio, e magari inutilizzabile. Ma in quale altro modo avrebbe potuto averlo?” La prosa di Haroldo Conti è descrittiva, calda, scorrevole, predisposta ad impennate liriche, espressione di un talento puro. Metafora dell’esistenza, Sudeste è grande letteratura ed è così vero e stupefacente, così intriso di atmosfere palpabili, che, per il piacere del lettore, finisce troppo presto. Sudeste ci lascia nella memoria tracce di doloroso splendore e rende più aspro il rammarico per aver perso, a cinquant’anni di età, uno scrittore di valore assoluto.

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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