OLTRE LA PENNA di… Stefano Bussa

Ricordo Roma pulita.  Ogni giorno veniva un netturbino in divisa alla porta del nostro appartamento e porgeva un sacco per svuotare il secchio dell’immondizia. Porta a porta; non stanno inventando nulla di nuovo. Davanti al portone spazzavano con la scopa di saggina e mettevano le poche cartacce in un bidone con le ruote. Ho visto raccogliere anche le cicche delle sigarette con un rametto della scopa, un’arte.

I muri erano puliti; al massimo si trovava scritto un “vota comunista” o un “forza roma” in qualche viale di periferia. Le macchine erano parcheggiate in ordine.

Non esistevano i cassonetti. Ricordo ancora l’orrore di tutti davanti ai primi raccoglitori per i sacchetti della spazzatura. Erano mostruosi, dei coni di griglia metallica con i sacchetti dentro; drammaticamente antiestetici. Non eravamo pronti a vedere una cosa simile, a Roma.

Non ricordo escrementi dei cani sul marciapiede, forse nella terra vicino agli alberi.

Nel mio quartiere gli autobus erano elettrici. Passavano in silenzio e senza fare fumo, erano di un bellissimo colore verde scuro. Vicino alla porta di entrata un bigliettaio in divisa staccava pezzettini di carta di diversi colori e metteva gli spicci in ordine nelle caselle, poi richiudeva soldi e biglietti con una piccola serranda di legno.

Se un bambino gettava qualcosa per terra la madre tornava indietro e gliela faceva raccogliere.

Certo non era tutto reale, sono solo ricordi, e comunque questo era il passato.

E il futuro? Eccolo, io l’ho immaginato così in un racconto:

Le case lungo i viali erano ricoperte da manifesti strappati, graffiti e scritte fino a circa metà del primo piano. Spesso anche i vetri erano sporchi di vernice spray, e parzialmente raschiati o rotti. Le porte e le finestre più basse erano protette con robuste sbarre di ferro. Ai lati della strada si accumulavano cartacce, avanzi di cibo, bottiglie sane e rotte, e molti sacchetti di spazzatura aperti e circondati dal loro contenuto. Negli angoli si vedevano carcasse di motociclette e scooter, accuratamente spolpate dei pezzi migliori. Le poche linee di autobus ancora funzionanti erano assicurate da mezzi della nettezza urbana riadattati per il trasporto delle persone; si poteva salire da dietro e restare in piedi nel cassone, attaccati ad un sostegno. Le metropolitane, ferme da anni, erano utilizzate come alloggi per le decine di migliaia di persone senza fissa dimora. Quasi tutte le chiese erano usate come magazzini o negozi di alimentari.

Le grosse automobili nere, con ruote enormi, aria condizionata e vetri oscurati, passavano a grande velocità guidate da persone che parlavano sfacciatamente al telefonino e gettavano cartacce dal finestrino. Si transitava indistintamente con il semaforo verde o rosso. In prossimità degli attraversamenti pedonali l’asfalto prendeva una tonalità rossastra per le strisce di sangue dei pedoni travolti e trascinati.

I marciapiedi erano totalmente ricoperti di automobili che arrivavano quasi a toccare i portoni dei palazzi, lasciando appena lo spazio per passare. Molte auto erano oramai abbandonate, con le ruote sgonfie e i finestrini rotti. Alcune di esse, nelle strade meno frequentate, erano usate come abitazione, con vecchi materassi al posto dei sedili.

Perennemente si udiva il suono di qualche antifurto in lontananza, ma nessuno accorreva mai.

Ricordo Roma pulita. In macchina guardavo sempre dietro e vedevo gli alberi scorrere nel sole. Tutto mi sembrava bello, non esisteva nulla di sporco nel mondo.

Ma erano gli occhi di un bambino.

stefano bussa

Stefano Bussa è nato a Roma nel 1958. Vive tra Italia e Francia ed è un medico ospedaliero, responsabile di un day hospital di Oncologia/Ematologia. Ha pubblicato il suo primo romanzo La settima coorte, il primo di una trilogia sul terrorismo, con Bompiani.
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