OLTRE LA PENNA di… Carlo Martigli

Perché si scrive? Sembra che in Italia alberghino più scrittori che lettori, per cui il responso non appare semplice, e quasi vola nella direzione di un’indagine psico-sociale. La risposta potrebbe essere in un bisogno di estrarre dalla pancia emozioni non altrimenti comunicabili. O anche nella soddisfazione di un ego, smisurato rispetto alle capacità: è notorio che, fino al veloce svuotamento, i cassetti virtuali delle case editrici sono zeppi di manoscritti di geni letterari auto referenti.

Potrebbe anche essere che il bisogno (la necessità? l’impulso?) di scrivere nasconda qualche cosa di più profondo e nobile, quale il convincimento di spandere le proprie idee nel mare magnum dell’ignoranza, dell’ignavia e dell’accidia. In modo così da svegliare le coscienze sopite e narcotizzate da tonnellate di informazioni voluttuarie che tendono a sviare la mente dalle riflessioni sulla vita, sui comportamenti e su che cosa sia giusto o meno. Secondo la mia personale esperienza è tutto vero, tutto ammissibile, ma ancora qualche cosa sfugge al nocciolo del problema.

Alcuni anni or sono, durante la mia dirigenza bancaria dalla quale mi sono dimissionato con piacere, tenevo corsi ai responsabili del private banking. E’ quell’attività di consulenza sugli investimenti destinata ai grandi patrimoni. Ai ricconi, insomma. Alla mia domanda su quali fossero le caratteristiche più importanti per mantenere i vecchi clienti e adescarne (mai parola fu più adatta) nuovi, le risposte si attestavano sulle parole chiave imparate in altri corsi. Onestà di comportamento, trasparenza, rendimento, correttezza nelle informazioni, capacità relazionali, sicurezza dell’istituzione, competenza professionale e via dicendo. Diligentemente scrivevo sulla lavagna a fogli tali parole, annuendo e al contempo facendo capire che però vi era dell’altro. Una parola magica, che in realtà avevo già scritto nel foglio sottostante senza farmi vedere. Alla fine, dopo aver fatto i rituali complimenti a tutti, ma avvisando che nessuno aveva centrato in pieno il bersaglio, giravo il foglio e, a caratteri cubitali appariva la parola COCCOLE. E spiegavo quindi perché, alla fine, il cliente desiderava una cosa sola, essere coccolato. Le coccole rendono felici, molto più di un rendimento o di una correttezza o competenza professionale.

La risposta alla domanda è tutta qui: si scrive, alla fine per essere felici. Tuttavia, per arrivare alla felicità, come sanno anche i protozoi, occorre un percorso. Vale nell’amore, altra fonte di felicità, in cui occorre seguire la strada della pazienza, della dedizione, della generosità e della comprensione per arrivare a godere fino in fondo dell’unione non solo fisica ma anche spirituale.

 Nel nostro caso, basterà ricordare il brocardo fondamentale delle scuole elementari in cui si imparava a leggere e a scrivere. Ecco, la magia: prima leggere e poi scrivere e non viceversa. Nel senso che si può arrivare alla scrittura, solo se, a monte, abbiamo sviluppato l’arte della lettura. Leggere, leggere, leggere è il viatico, necessario anche se non sufficiente, per arrivare alla scrittura e alla felicità che ne consegue.

Tempo fa un conoscente, scrittore che si definiva emergente (ma da che cosa?), mi diceva con soddisfazione che da quando aveva cominciato a scrivere, aveva smesso di leggere. Per non essere indotto a copiare, mi spiegò l’idiota sesquipedale. Come se un musicista, per comporre, smettesse di ascoltare musica o un pittore rinunciasse a guardare le tele dei maestri. Eppure il tapino ignorante ha una serie di emuli che i lettori di questa rubrica stenterebbero a credere, visto che sono appunto lettori. E come è giusto che sia, l’ignavo, convinto altresì del proprio genio e mandando anatemi a quelle case editrici che avevano rifiutato (e/o nemmeno letto) il suo capolavoro, si è ridotto ad auto pubblicarsi.

Nel paragone con l’amore vi è la stessa corrispondenza tra un amoroso coito e la masturbazione, che comunque ha colti estimatori ed è estrema consolatio. Essere felici tuttavia, mi si potrebbe obbiettare, dipende quindi dalla capacità (fortuna?) di essere pubblicati e quindi letti? Non è detto, e mi smentisco solo in parte, in quanto anche la masturbazione può donare soddisfazione.

Il fatto è che la scrittura, lo dico da uomo, è come una donna, unica, irripetibile, meravigliosa, alla quale occorre darsi in toto, come un cavaliere medievale nei confronti della bella e irraggiungibile amata. Già il solo fatto di poterla amare e corteggiare è una grande fortuna. Se poi, come nel Roman de la Rose, l’eroe riesce a conquistare l’amata e a essere da lei riamato, allora questa è piena felicità.

Quando mi viene chiesto qual è allora la regola aurea per arrivare a tanto, rispondo che vale quella delle cinque C: competenza, cuore, cervello, costanza. La quinta la lascio all’immaginazione del lettore.unnamed

Carlo Adolfo Martigli nasce a Pisa, classe 1951, per poi trasferirsi subito a Livorno. Dopo gli studi classici si dedica al teatro sia come attore che come regista. Nel 1982 ottiene un premio al Festival Nazionale di Pesaro come migliore attore non protagonista ne La donna di garbo di Carlo Goldoni.

Nel 1995 pubblica la sua prima opera, Duelli, castelli e gemelli, un libro di favole in endecasillabi, nel 2007 è il turno di Lucius e il diamante perduto e nel 2008 di Thule, l’impero dei ghiacci, due fantasy ambientati all’epoca dell’impero romano. Il successo arriva alla fine del 2009 con il romanzo 999 L’ultimo custode. Nel 2012 esce L’eretico e dal 2008, sotto lo pseudonimo di Johnny Rosso scrive horror per ragazzi nella collana Super brividi.

0

Ti potrebbero interessare...

Login

Lost your password?