La caduta, Francesco Aprile

Titolo: La caduta
Autore: Francesco Aprile
Data di pubbl.: 2017
Casa Editrice: Galassia Arte
Genere: Poesia
Pagine: 68
Prezzo: 14 euro

Attraversa ogni scarto emotivo anche minimo e tutti i moti dell’anima agitata dal sentimento più universale, l’Amore, la poesia di Francesco Aprile, in libreria dal 5 dicembre con la silloge “La Caduta”(Galassia Arte).

Con foga primitiva, a dissezionare e riconsegnare rabbia e estasi della caduta, appunto (quel ”cadere innamorati” che ben si mantiene in altre lingue (tomber amoureux, falling  in love), ne riporta in questo volume intatte ineluttabilità e potenza, il poeta ragusano, e il carattere quasi divino eppure terribilmente umano.

Non hanno unico, identificabile bersaglio questi brevi componimenti, confida Aprile: sono piuttosto la somma ragionata di figure destinatarie possibili, con cui imbastisce un dialogo aspro, a lasciar intuire un vissuto di fughe e abbandoni, ripetuti, di sconfitte e solo temporanee vittorie che prostrano, abbattono, trascinano ognuno nel proprio personale inferno: Guardami pure, Persefone,/ mentre cado giù dal Cielo./ Credi, la mia, una sconfitta…

Ai crolli a precipizio nello sconforto di quanto poco si è, se in assenza dell’amato (Sono la colla che bagna, che sporca), si avvicendano suppliche e ossessioni (Un calco all’infinito,/per sempre/a replicarti); così come alle memorie di momenti di pienezza dall’apparenza infrangibile, unica testimone la natura  (il nostro amore appeso che lento oscilla da un ramo/e i corvi, lì fermi a guardare) si alternano, inattese, ore di disperazione, in cui sarebbe prudente non abbandonarsi a un palliativo ottimismo  del tutto incapace di “far vivere fiori e tornare amori”, scrive Francesco Aprile e al quale però oppone inaspettatamente la speranza ultima, finale, pura: Mi ricorderai tanto la tenerezza dei vecchi/che si avvicinano a Dio/nel dubbio che esista davvero chi potrebbero presto incontrare.

 Quando tutto crolla, quando non sempre le giornate/finiscono come nel/principio, trama e ordito delle finzioni escono allo scoperto. Si fa la conta delle illusioni: Tua, di amarmi./Mia, di non sapere./Tua, di crederti mia./Mia, di credermi debole./[…] ho cambiato la serratura da/più di un mese e manco te n’eri/accorta, stupida che non sei altro.

E ciò che rimane, accorato, è l’appello a un ritorno. In forma di impronunciabile preghiera:

Torna pure, la festa

è finita. T’aspetto. Torna a vendicarti.

Non è una presa, è una resa.

 

Anna Vallerugo

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