Massimo Popolizio legge il libro di Aldo Cazzullo: “Basta piangere!”

 

Bene in vista. Basta piangere!

Massimo Popolizio legge il libro di Aldo Cazzullo.

La voce vibrante e avvolgente di Popolizio ci riporta indietro negli anni grazie ad immagini, suggestioni e ricordi dei nostri padri e dei nostri nonni, raccolte nel libro di Aldo Cazzullo Basta Piangere! L’autore interviene tra una lettura e l’altra condividendo il suo sguardo chiaro e critico, ma sempre costruttivo e fiducioso.

“Il titolo è una frase d’amore, più che una critica –  dice Cazzullo –  basta piangere è ciò che mi diceva mia madre quando mi vedeva triste e fiduciato. Oggi siamo sfiduciati, i nostri figli sono sfiduciati perché è radicata l’idea che il futuro non dipenda da noi, ma dagli altri. I giovani non devono incorrere in due errori: pensare di essere nati nel paese sbagliato e che i loro padri e i loro nonni abbiano avuto una vita più facile della loro. Guerre, malattie oggi curabili con qualche pastiglia di antibiotico, matrimoni combinati hanno caratterizzato la vita delle generazioni che ci hanno preceduto.

L’Italia degli anni settanta, ad esempio, non era migliore di adesso: era più violenta, più inquinata, più maschilista: i femminicidi c’erano anche allora, ma erano legalizzati dal “delitto d’onore”. La Spagna poi non era meta di vacanze, ma luogo di dittatura, così come il sud America dove ora sono presidenti tre donne.

Vero è che prima il futuro era un’opportunità, ora è una problema. Si è consumato un divorzio tra lavoro e ricchezza: se prima per fare soldi si lavorava, ora i soldi si fanno solo con i soldi e i ricchi sono sempre più ricchi. Anche l’ascensore sociale si è inceppato e ora i figli fanno lo stesso lavoro dei padri: figli di giornalisti fanno i giornalisti, figli di operai fanno gli operai”.

Il primo ricordo pubblico di Cazzullo è legato alle Olimpiadi di Monaco del ’72, alla Guerra del Kippur del ’73, alla Guerra Fredda, alle domeniche a piedi e all’austerity: a pensarci bene erano anni di crisi anche quelli, eppure c’era l’idea che la felicità fosse un bene da raggiungere insieme. Negli anni ’80 tutto cambia: lo slogan era “Torna a casa in tutta fretta, c’è il biscione che ti aspetta”. La felicità diventa un fatto strettamente personale. Gli anni ’80 sono stati gli ultimi, forse, in cui siamo stati veramente felici e la vittoria ai mondiali dell’82 ha visto un’Italia che riscopriva, dopo gli anni di piombo, la voglia di stare fuori la sera e vivere il paese, una voglia molto diversa da quella della vittoria del 2006 in cui dopo una notte di fuochi l’Italia si è svegliata come prima, sfiduciata e depressa.

Gli ultimi anni ’80 hanno visto la caduta del muro, la fine dell’apartheid, la nascita dell’Europa e della moneta unica, che a lungo andare ci ha impoverito. Abbiamo perso due colonne: una spesa pubblica generosa che se da una parte cercava il consenso dall’altra ridistribuiva la ricchezza e la moneta debole, la liretta, che favoriva il turismo degli stranieri e le esportazioni.

Progressivamente robot e PC hanno sostituito uomini e operai e lo vediamo bene anche oggi: chiudono filiali di banche, perché le operazioni si fanno on-line, i telepass hanno sostituito i casellanti…ma io credo che i nostri ragazzi riusciranno a trovare lavoro nella misura in cui saranno in grado di avere conoscenze e capacità specifiche, manuali e intellettuali. È necessario riscoprire il lavoro fatto bene, anche fatto con le mani.

Il problema non è nemmeno la crisi dei valori: una volta erano abbastanza materiali e ricordavano quelli di Rosella in Via col vento quando giura che non avrebbe mai più patito la fame, ma sono convinto che ci sia un futuro per i nostri figli perché non dobbiamo mai dimenticare che l’Italia, il nostro paese e non “questo paese”, è la sorgente da cui nascono il design, le idee, gli stili e le tendenze che da secoli conquistano il mondo”.

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