L’ultima indagine del Commissario – Davide Camarrone

Titolo: L'ultima indagine del Commissario
Autore: Camarrone Davide
Casa Editrice: Sellerio editore
Genere: giallo
Pagine: 143
Prezzo: 12.00 €

Il commissario Garbo è un poliziotto sul finire della carriera, uno di quelli che si vedono destinati ad arrivare tranquillamente alla pensione, quasi rassegnato agli ultimi incarichi tra scartoffie e scrivanie, ma con uno sguardo malinconico sempre rivolto alla vita avventurosa e ricca di ideali di giustizia e onestà  che lo aveva convinto anni addietro. E quella stessa vita si ripresenta, sotto forma di una sparizione misteriosa di un collega e della moglie. Qualcuno deve indagare, e per qualche strano motivo, quel qualcuno deve essere lui.

Fosse solo per questi elementi, L’ultima indagine del Commissario si configurerebbe come il più classico dei gialli. Un poliziotto esperto, aiutanti all’apparenza sempliciotti, un caso con pochissimi indizi, circostanze misteriose e anche il tocco cinematografico di una bottiglia come compagna perenne e irreprensibile. Ma non siamo affatto di fronte a un nostrano Sherlock Holmes.

Qui il mistero sembra quasi svelarsi da solo. Il commissario è uomo intelligente, lo impariamo fin da subito, e ci mette sicuramente del suo, ma il contorno del libro gli dà una grossa mano. Il suo amico procuratore Giacosa ne condivide, alimenta e conferma le ipotesi; il commissario stesso, pur ragionando in maniera cristallina, non fa molto per trovare gli indizi. E’ “per forza” Lazzarino, quello che deve aver combinato qualcosa: “Non teme nulla. Se io dovessi chiedere a qualcuno di far sparire qualcun altro, chiederei a lui” (pag. 65), sono “l’intuito e il Caso” a portarlo da un contadino e a svelargli l’esistenza di una pistola, e i due aiutanti sembrano addirittura più svegli del commissario stesso.

Il libro di Camarrone abbandona presto le tinte del giallo, per mostrare ciò che più lo caratterizza, ovvero una commistione totale con il territorio, con quell’Italia che è cosa altrettanto misteriosa, da poco creata ma ancora quasi sconosciuta ai suoi stessi abitanti. Da giallo diventa via via sempre più ocra, riempiendosi e sporcandosi dei colori della Sicilia, e soprattutto di quell’istituzione che con l’Italia è nata e parallelamente è cresciuta: la mafia. Non quella delle guerre di droga e degli attentati di fine Novecento, ma la sua progenitrice, la mafia della terra e dell’urbanizzazione di una Palermo pre-conflitti bellici, che tuttavia riesce comunque a rendere il romanzo purtroppo drammaticamente attuale. “Palermo pianse la propria sventura: non vi erano Dei né Titani a vegliare sulla sua grandezza. Non vi erano mai stati” (pag. 106).

E’ subito il linguaggio delle prime pagine a portarci forzatamente indietro negli anni: un lessico all’inizio quasi ostico, ma a cui con l’avanzare delle pagine ci si abitua, e che rende perfettamente l’atmosfera di tempo e spazio.  Il mistero in realtà assume i connotati di quella che sarà la storia delle relazioni tra stato e mafia nel corso degli anni e ormai dei secoli. Non conta più chi è stato ucciso, non serve scoprirlo. Il chi, il come, il perchè, sono già noti a molti. Il punto, il vero caso da risolvere, diventa un altro. Chi vuole che il commissario scopra il mistero? Chi vuole che il commissario si fermi ai pesci piccoli oppure cerchi i veri registi del crimine che stanno dietro all’omicidio La Mantia? Di chi fidarsi? Quanto esporsi e quanto ritrarsi?

Diede ad ognuno, persino a se stesso, la verità che poteva esser tollerata e confidò che quella ristretta misura l’avrebbe salvato. Eccolo – si disse, sdegnato dalla sua stessa scelta, il Cavalier Garbo – quell’imprevedibile comporsi d’interessi e non di ponderate decisioni che era contrattazione, e non sanzione. La Giustizia, in altre parole” (pag. 133).

Sono queste le domande a cui si troverà a dover rispondere Garbo ed è in questo mondo che mostrerà di sapersi divincolare, in questo giallo-ocra tutto italiano che si legge davvero facilmente, nonostante, come detto, un lessico molto ricco e ricercato. Molto apprezzato il post scriptum finale dell’autore, che come un mago (più umile del necessario) rivela i propri trucchi e per una volta, invece di trincerarsi dietro a critiche e interpretazioni, scende fra le pagine e racconta la genesi e le scelte che stanno dietro alle varie sfaccettature di un libro decisamente da consigliare.

 

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Sono un viaggiatore, sia con la testa che per davvero. Un vagabondo che sproloquia di chimica aspirando a conoscere tutte le lingue del mondo, per crearsi amici dappertutto e storie da raccontare attorno a un fuoco. Ma in realtà il mio piccolo mondo antico di Bizzarone è il posto piu’ bello del mondo, e la parola che preferisco è quella distesa sulla carta, con la tastiera a far da tramite tra il bailamme nella mia testa e il mondo là fuori. Nella mia stanza troverete di tutto, Hobsbawm e Walt Disney, Calvino e Paolo Villaggio; ogni libro ha qualcosa da dirmi e da insegnarmi, ha voglia di giocare con me e farmi sognare. La fantasia, qualche birra, la mia bici, la mia ragazza e i miei amici: sono il papero disastro piu’ ricco del mondo, come dovremmo sentirci tutti piu’ spesso. Se 5 righe sono troppe ditemi che la accorcio...

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