L’ElzeMìro – Venere e Marte, Amore è Morte

In medio ramos annosaque bracchia pandit/ulmus opaca, ingens, quam sedem Somnia uulgo/uana tenere ferunt, foliisque sub omnibus haerent

Stende là dentro i suoi rami e le fronde /un olmo antico, tenebroso e immane, /di vani Sogni dimòra si narra/che, tra sue foglie, occultati aggroviglia. Virgilio – Eneide –  VI 416-420

Venus_and_Mars_National_Gallery                             Sandro Botticelli - Venere e MarteLondra, National Gallery

Dopo estenuanti dialettiche, sul Chi è di chiconscia di essere sul punto di muovere sullo scacchiere tra sé ed il corrusco Marte la pedina d’esordio che implica potere o non poter far scelte che possano sì, possano no essere scelte, per innescare il meccanismo di qualche confusa o nefasta conseguenza, scioglie due novenari in bilico l’impellicciata Venere… vedrà la sera/ e se di te, di me cattura. In ogni modo, a guardarne da fuori il languore lirico i due attuano o sono attuati da un adagietto lento assai, di cui fanno mostra segreta lì, fermi a un incrocio il cui semaforo non sembra dirimere il traffico tra pedestri e motori, ma segnalare di questo piovigginoso vespro la voluttuosa disposizione ad assentarsi dal circuito del tempo, vana impressione, per concentrare tutto l’accadere nel loro di loro assumersi lassù all’improvviso di un olimpo termoautonomo, sottotetto e, per urgenza poetica, sottaciuto paràcqua di fasti celesti ma umani. Al compiersi di uno di quei non radi quanto fulminei scarti della decenza e indifferente al vacillare della propria, in una pausa per prender fiato dopo tanto avvinghiarsi dell’una lingua all’altra e ovunque sulla geografia  della carne, ecco che in ansia lei a lui sussurra, Móntami monta me, ora, di mio desìre ré Vènere ha qualche licenza nel proprio lessico poetico e il supposto alessandrino con  móntami, sottratto alla popolare metafora di scópami, è la sua profezia; sicché Marte scioglie sue reni dagli scalmi degli ìlii e, come farebbe prua di piccolo naviglio infilandosi nell’acqua di seta di un meriggio fulgente, slancia in avanti il suo sbrigato sprone ad esplorare, tra le due sagittali onde della vulva beànte, il consenso della molle vagina. Più tardi, nel luccichìo astigmatico delle vetrine accese, degli occhiuti interni nei palazzi domestici, sotto nubi del cielo più chiare, in quell’effimero involucro all’amorosità, quale gli dèi apparecchiarono agli umani perché ne parodiassero, allacciati alla memoria di loro passate mosse, lungo un bel viale di ippocastani che guida i mortali all’orizzonte di un cimitero, invisibile nell’ora in declino, scivolano i due tra foglie cadute e bagnate, alati, o resi tali dal fantasma di un per sempre dopo l’ancóra, oh cielo oh dèi; seguono il lume invitante là di una pizzeria, dove del cameriere gli occhi rubati ad Efèsto sembrano preludere a ciò che di loro è stato e sarà. Sopraggiungerà infatti il mattino e con esso i dèmoni Lutto, Pietà e Rammarico.ª

Schermata 2017-05-09 alle 10.57.25

Anna Marchesini – Merope generosa – https://www.youtube.com/watch?v=Vi7rG4hWpXE

Gustav Mahler /Abbado – Sinfonia n°5/3a/III Adagietto, sehr langsam 45:10 –

https://www.youtube.com/watch?v=vOvXhyldUko

Henry Purcell – Dido and Aeneas – BBC film - https://www.youtube.com/watch?v=FSXE5JrGoLY

James Hillman – Dido and Aeneas, on fidelity- v.o. – https://www.youtube.com/watch?v=Qej13jdpN5Y

Lev Tolstoij – Sonata a Kreutzer – Feltrinelli

Roman Polansky – Venere in pelliccia – https://www.youtube.com/watch?v=PYodcepVX3k

Virgilio P.M.trad. M.Ramous- Eneide – Marsilio

BA 10

ª A beneficio di quanti cercano il bisogno di una spiega, l’Elzemiro allude qui a due bagattelle di metrica, novenario però non dovrebbe essere un mistero stante che si riferisce in chiaro alla quantità di sillabe del verso, nove appunto, mentre l’alessandrino, che nella metrica francese e provenzale è composto da un doppio esasillabo con l’accento sulla sesta sillaba, nella metrica italiana corrisponde al doppio settenario, 14 sillabe dunque. Di musica, l’adagietto lento assai è il terzo tempo della 5ª di Gustav Mahler. Di letteratura, ché tutto il discorso si rifà infatti al tempestoso affair di pioggia e grotta,  sottaciuto paràcqua, tra Didone ed Enea nell’Eneide, e al noto mito della partita tra Ares/Marte, e Venere/Afrodite sposa però dell’orrendo Efesto/Vulcano. Questi, infuriato imprigionò nel letto i due amanti con una rete d’oro sì da mostrarne lo scandalo all’altri dèi. Ma ne ottenne solo le di essi risate. Infine, per l’aggettivo impellicciata riferito a Venere, si rammenta il titolo di Leopold von Sacher-Masoch – Venere in pelliccia – ed. Es

 

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Pasquale D'Ascola

D'Ascola Pasquale fa l’insegnante in una autorevole istituzione dello Stato ed è un qui pro quo che, privato da un’anagrafe lombarda dell’apostrofo meridionale, di questa privazione ha fatto il suggello della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; l’intuizione di questa possibilità si è andata configurando a seguito della scoperta di avere troppe origini per adattarsi a una sola che però, riassunta con termine francese, gli assomiglia, déraciné, sradicato, dolente aggettivo ma non tanto da impedirgli di ritrovarsi infine a suo bell’agio tra "monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali", là, tra i confini che meglio definiscono le possibilità di un carattere al limite; a motivo di ciò o, per dirla alla ciò-ran, con la tentazione di esistere, egli scrive; ciò è. Blog https://dascola.me

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  • Biuso

    Come spesso accade nei tuoi fulminei e fulminanti ElzeMìri, Pasquale, la chiusa riverbera di senso ciò che la precede. Qui il “post coitum animal triste” si estende all’intero e lo segna (lo redime?)

    • https://dascola.me Pasquale D’Ascola

      Caro Alberto,
      L’Elzemiro, stante che è un mutante, una sintesi di insetto e Insettologo, un replicante evoluto della serie 8 e dunque straniato, propende per l’impossibilità di redenzione. D’Ascola, per avere fatto di perplessità peccato, intende che librarsi oltre l’umanità sì, si può fare ma a patto di morire. O allenarsi come buddini. Ma la domanda è se non saran meglio i budini, atteso che alla fisiologia, volere o volare, non si sfugge. Dunque almeno un po’ goderne. Per quello che è.

  • D’Ascola

    Caro Alberto,
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