L’ElzeMìro – Olio di lino 6a – Tango

Schermata 2017-05-09 alle 10.56.35

Interno. Sera. Ph e Sciùa a un tavolo appartato danno l’impressione di clandestini, a sé stessi soprattutto, in un salone spaventosamente internazionale. Il lettore si immagini Sciùa vestita come meglio crede, ma bene e con verecondia. Tavolini, abat-jours, pulizia, ordine, molte scollature, rigore di cravatte, eccesso di tacchi, sussurri, sorrisi. Tinnire di bicchieri, camerieri e cameriere felpati. Al centro della sala cinque coppie danzano senza entusiasmo.

-Chi si meraviglia dell’abilità del ragno nel tessere la tela… dovrebbe ricordarsi che il ragno non ha appreso quest’arte dall’oggi all’indomani… che innumerevoli generazioni di ragni l’hanno acquisita passo dopo passo…
-Lo dice lei o…
-Macché Sciùa… l’ho letta… è di un Hering… Herring… fisiologo… qualcosa… di sicuro so ch’era ateo… ovvio perché né un’aringa né un gamberone hanno fondato mai una religione… per me è un pregio… come avviene che balliamo è un’altra meraviglia… venga…
Una musica ricca saliva da una modesta quanto intonata orchestrina; ne brillava il bandoniòn suonato da un giovane biondo ma brutto. Musica di Piazzolla o di Galliano seria e da ballare come atto di fede, l’unica possibile e passabile del resto, nell’arte. Umana o disumana. Col primo tratto di colore sul fondo di Altamira, allora lì ci fu il miracolo, l’ascesa e la maledizione dell’essere umani. Non fosse mai avvenuto saremmo tranquilli beoti appesi per la coda a un olmo, inutili allora come adesso. Solo l’arte affranca. Piero della Francesca fu per lo più un mirabile sconosciuto, però, però.
-Non so ballare signor mio…
-Sa come dicono gli italiani… se siamo in ballo balliamo… lei mi segua… copi e non cerchi di capire… segua come può… (Ph impugna la Sciùa come un violino il violinista) prima di venire qui a far prove di rianimazione e inumazione avevo pensato di fare la ronda delle mie amanti solitarie… ottenute grazie a implacabili assedi… alla fine si sa che o si leva l’assedio o qualcuno ti apre le porte di nascosto… nelle donne spesso il marrano è l’inconscio…
-Quando la smetterà di volermi stupire… lei balla soavemente… da noi battiamo soavemente la terra… le gambe pali da batterci il grano… ritmo… lei segue la melodia… tesse un disegno… quasi un ragno… (Ph la fa girare intorno a sé) oops… del resto da voi il grano si macinava con un mulo e una ruota… e gira gira…(e inciampa in Ph) mi scusi…
-Nada… mia madre era ballerina… professionista dico… in teatro… mi ha infuso il piacere… l’abilità lo dice lei… ballare e basta… da piccolo sognavo di diventare Gene Kelly ma di più le gambe di Cyd Charisse…
-Non conosco…
-Lei viene da un altro tempo…
-Dall’altro mondo…
-Cyd fu una ballerina strepitosa con gambe strepitose… l’adolescenza sa si perde nel genere… mio padre era un disastro… non distinguere il battere dal levare gli pareva il segno di una certa mascolinità virile e un figlio ballerino ma chi mai sarà… contraction and release… così alle feste mia madre ballava o con qualche bell’uomo o con me… poi cominciai ad alzarmi… ad arrivarle  al  petto e per quanto efebico… le sbirciavo le scollature… le tette della mamma sono dopotutto le prime tette e seno piccolo non penzola… scusi magari è il suo dramma segreto…
-La mia androginìa… no certo mi ha salvata… oggi al mio paese sarei vecchia e catalettica… con poppe così svuotate dalla fame da non poter nutrire desideri… di stupro sì forse… vero è che mia nonna fu violentata a sessant’anni durante una rappresaglia degli italiani…
-Oh oh… mi racconti…
-Credo lo mise nel conto di perdite e profitti… lei balla quanto parla e io ballo balbettando sicché mi lasci concentrare (Sono accademicamente accostati, guancia a guancia, si direbbe in modo didascalico; un volume d’aria s’è formato tra loro e le altre coppie)…
-Parlo allora… ho due miti discordi Philip Roth e chi osa scrivere senza vergogna -inserì il telefono nel cruscotto ci fu un bing e la mercedes si avviò- sa cosa mi piacerebbe da morire… poter scrivere la sceneggiatura di un film con più spari che parole e con la stessa facilità che impiego io nel montare storie attorcigliate lugubri e inverosimili… poi adagiarmi ogni sera su un materasso di soldi…
-Scusi ma se è qui  è che i soldi non le mancano…
-No mi manca il talento per un libro… un livre qui soit un danger dice Cioran… per…
-Un libro che sia un pericolo… ma…
-Ma non importa… si fidi la frase è di un filosofo… sentirmi laureato da me stesso… o essere un’icona di libri sex boiled… tempo fa ho visto un film con un Branagh incarognito che tenta di torturare un’innocente palomilla… una… farfallina… sexy sadie olà non si passa che par là… con un lampadina al neon… no no non cerchi di guidarmi… il porteur è sempre un uomo… infilata in bocca… cose da Afghanistan…. occorre saperle insomma… conoscere il sottosuolo e sa quel è il mio segreto… il mio mondo un tempo non andava oltre la punta del mio…
-Del suo…(Ph ora si discosta poco poco dalla testa di Sciùa per sfiorare col proprio il naso di lei)…
-Adesso nemmeno… io non so nulla… ecco che cosa nasconde la mia letteratura ma non lo dica in giro ché io così ci campo e stasera in virtù delle sue cure forse niente sonnifero né tramadolo… ora si lasci andare che finiamo…  mi pare che le sue cure allontanino i demoni… (giravoltano sul posto, Sciùa lo segue con qualche disinvoltura)…
-Non sarà che se li sogna i demoni… a lei piacciono le parole che esitano sull’orlo della realtà e poi si ritraggono…. demoni oh oh… per alimentare il suo mito signor grande scrittore bianco… oh cielo signor mio…
Ph sostiene Sciua con entrambe le braccia, senza sbilanciarsi né sbilanciarla mentre si fermano adagiandosi sulle anche come chi si voglia sedere e non ha sedile, la quebrada. La sala applaude con qualche convinzione, per esempio quella che Sciùa sia troppo amante di Ph per ballare così. I musicisti si levano, hanno annunciato una ventina di minuti di riposo, e al loro posto lasciano la loro metafisica. Ph e Sciua tornano a sedere al loro tavolo. Ph chiede di ascoltare la sua storia.
-La storia mia è breve signor mio (prende fiato)… sa al contrario di lei ho solo una vita… non dei riferimenti in calce…
Ph non mosse un muscolo simile a quel capitano di invenzione barocca, Alatriste, che accusi la pericolosa ma non mortale stoccata dell’avversario senza dargli la soddisfazione di mostrare nell’occhi il dolore.
-Lo ritiene un vantaggio s’ intende…
-No non dico questo… scusi ho la grossolanità delle vittime ma sa… ognuno trascina il trolley che ha… che può… mio padre era un contadino a… Hosaèna sanno in cielo dov’è… due mogli, sessanta capre e diverse amanti ma abbastanza intelligente da capire che mi mancavano le caratteristiche della fattrice e così mi permise di studiare e mi incoraggiò… sono laureata in medicina ad Addis Abeba… ma faccio la fisioterapista… qui la mia laurea non mi abilita… poi la guerra con l’Eritrea, la siccità… fuggi fuggi chi può… m’imbarco anch’io da negretta sulla barchetta ma prima passo il purgatorio del campo… sono sola mi violenterebbero in branco… ogni notte delle urla s’immagini… ma ho l’intuito di compiacere il primo del sonderkommando un bel ragazzo non del tutto lupo… così fingo e lo seduco… come amante e poi sposa avrò diritto all’intoccabilità… al potere… così una notte ben armata mi imbarco… Hosaena mi fé rifecemi Milano… (interviene un silenzio da commissione d’esame) possiamo tornare le dispiace… ho il primo paziente alle sette domani… (si levano, Ph richiama l’attenzione di un cameriere per il conto ma è questione di pochi istanti e di elettronica, Ph aiuta Sciua a indossare il suo scialle, si avviano all’uscita della sala, Fa freschetto, dice lei poi tacciono entrambi fino all’auto) lavoravo a padrona… brave persone editori di parole crociate… ricchi mi pagavano in nero e io il corso di fisio in chiaro… lo finisco in un anno… trovo subito lavoro sebben che sono negra… sa in un policlinico… capita che i pazienti maschi mi mostrino virilità indesiderate… per alcuni il mio è un lavoro da pornostar… i medici sono infastiditi dal fatto che ne so di più di quanto loro sono disposti ad accettare ma tutto sommato… tra squali tigre e don giovanni… ho  tenuto sempre in mano la mia vita…
-I ragni morti diventano filini secchi…

Ph inserì il telefono nel cruscotto, ci fu un bing, (o così parve), e la mercedes (a noleggio) si avviò; partì con un soffio d’ali.

BARTURO 10

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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